Noio vulevòn savuàr

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18 Risposte

  1. stefano.dandrea ha detto:

    Applausi

  2. Walter.Impellizzeri ha detto:

    Standing ovation (per restare in tema) 

  3. Lorenzo D'Onofrio ha detto:

    G E N I A L E !

  4. Giovanni ha detto:

    Vi ringrazio!

    E ai lettori: il mio modesto utilizzo del flusso di coscienza, espediente letterario che in passato ha trovato penne migliori della mia nel padroneggiarlo, è intenzionale. Forse mal riuscito, ma intenzionale.

  5. Mattia.Corsini ha detto:

    Ahahah! Molto molto bravo! 😀

  6. Paride.DV ha detto:

    Top performance

  7. Gianluigi Leone ha detto:

    Così ci hanno ridotti.

  8. Le Baron de Cantel ha detto:

    Molto bello… e in più una (non) punteggiatura quasi da futurista.

    Colgo l'occasione per segnalare quest'altro articolo che, a mio parere, ha il pregio di sottolineare come l'avanzata inarrestabile (?) dell'inglese non sia dovuta al caso, ma ad una precisa strategia (l'articolo è in francese…)

    http://www.polemia.com/luniformisation-linguistique-au-profit-de-langlais-langue-de-la-superclasse-mondiale-12/

     

  9. Matauitatau ha detto:

    Mah…chiedetevi piuttosto perché siamo a questo punto linguistico.

    E' perché il cattivo anglosassone ci ha colonizzato?

    O perché loro considerano come "lingua" anche le varianti che nascono dal parlato ossia da tutte le subculture legate alla lingua inglese mentre noi consideriamo ridicole tutte le espressioni linguistiche e culturali che non abbiano il crisma dell'accademia?

    Siamo un paese colonizzato perché gli altri sono brutti e cattivi o perché siamo un popolo che non ha mai deciso di sentirsi affratellato, in cui no si è mai stati disposti a combattere pensando che si vince tutti insieme e si perde tutti insieme?

    Fatevi queste due domande invece di titillarvi con l'umorismo facile.

  10. Giampiero Marano ha detto:

    @Matauitatau (originale questo nick petroniano)

    Oggi esiste senza dubbio una questione della lingua e della solidarietà nazionale ma, temo, non va posta nei termini che lei suggerisce. Le prime importanti, anti-accademiche aperture all'uso vivo del parlato risalgono al Manzoni della Quarantana e sono diventate sempre più frequenti e massicce (non solo nella narrativa ma anche nella saggistica) durante tutto il Novecento. Dunque il problema non è più liberarsi dalla rigidità di un modello elitario e astratto decisamente superato: come aveva intuito Pasolini, oggi si tratta di contrastare la supremazia dell'italiano comunicativo e tecnologico sull'italiano espressivo. Un'egemonia catastrofica che, fra le varie conseguenze negative anche sotto l'aspetto della coesione nazionale, ha avuto quella di spianare la strada alla lingua comunicativa e tecnologica per eccellenza, l'inglese della globalizzazione.

  11. Giovanni ha detto:

    Matauitatau,

    In primo luogo "titillarvi" dovrebbe dovrebbe essere coniugato al singolare, poiché io non sono portatore di opinioni se non della mia. Secondo, credo che lei abbia sopravvalutato lo spessore dell'articolo, e me ne sento in un certo modo lusingato. Tuttavia chi pretende di attribuirgli potere analitico di ampia portata o intenti innovativi ovvero risolutivi, sbaglia. E' stato solo un veicolo per esprimere con leggerezza, nonché frettolosamente e caoticamente, impressioni che dall'esterno ricevo alla stessa maniera, cioè frettolose e caotiche.

    Non si attribuisca al mio scritto un'ampiezza sociologica o collettiva che non trapela, nè io intendevo confergli e che in ogni caso è assente.

  12. Matauitatau ha detto:

    @Giampiero Marano

     

    Abbia pazienza ma le prime importanti, anti-accademiche aperture all'uso vivo del parlato non risalgono a Manzoni ma (qualche secoluccio prima di Manzoni) a una polemica ferocissima fra Annibal Caro e il pittore Angelo Bronzino da una parte e il critico letterario più rigoroso ma molto valido dal punto di vista metodologico Lodovico Castelvetro (finì malissimo con i fiorentini che riuscirono ad accusare il Castelvetro di simpatie protestanti e conseguente fuga del sospetto).

    Quindi alle pretese del Castelvetro di una impossibilità del volgare di riuscire a esprimere qualsiasi cosa risposero i fiorentini con dei libelli piuttosto cattivi fra i quali assume un carattere storicamente e linguisticamente importante "I salterelli dell'Abbrucia sopra i mattaccini di Ser Fedocco" del Bronzino.

    Un esempio particolarissimo di italiano volgare fondato su un gergo ionadattico (ossia una specie di argot).

    Tanto per farvi ridere vi cito l'inizio:

    "Mentre che ’l Gufo ruguma e la frotta
    gli cresce intorno degli scioperoni,
    Bertuccia, toi de’ fogli e de’ carboni,
    fammel da’ piedi infin alla cicotta"

     

    Fantastico vero? La lingua della strada che comincia a prendere forma, l'orgoglio fiorentino che prende la propria cultura e la mette audacemente a paragone con quella millenaria fondata sul latino…

    E invece no, sapete che successe? Che Cosimo I, ben consigliato, si rese conto dell'importanza estrema che aveva il possesso e il monopolio della lingua per cui pensò di fondare l'Accademia Fiorentina nella quale ovviamente chiamò tutti gli artisti e letterati fiorentini, fino allora impenitenti beoni e gozzovigliatori, orgogliosamente insubordinati all'autorità della tradizione latineggiante e ne fece i "suoi" accademici istituzionali.

    E in quattro e quattr'otto quegli stessi artisti indisciplinati e ribelli si trasformarono in cercatori di onoreficenze, prebende, posizioni di rilievo, sinecurae varie.

    Questo per illustare il concetto che la padronanza della lingua è la precondizione per una presa di coscienza che porti alla ribellione ma va fatta con uno spirito e una grinta che mettano in discussione gli schemi esistenti e non come state facendo voi cioè rifacendovi a una italianità troppo di maniera e molto poco sovversiva.

    Poi, dopo, si fa l'accademia ma adesso se volete ottenere qualche risultato dovete cercare di essere un po' più fantasiosi e creativi.

  13. stefano.dandrea ha detto:

    Matauitatau,

    ci attribuisci una teoria o strategia complessiva che non abbiamo. Perciò svolgi critiche interessanti e magari persino importanti ma, per il momento, ridondanti.

    Conosco moltissime persone della mia età che non usano nemmeno una parola tra quelle citate da Giovanni Muzii e ne conosco altre che sembrano quasi parlare così. E certamente ci saranno molte persone che faranno un uso più "equilibrato" delle parole inglesi. Quindi, se uno vuole, non le usa o tende a non usarle. Gli altri facciano come vogliono.

    Poi c'è l'uso assurdo, tipo articoli di diritto italiano scritti in inglese (che valgono un punto in più secondo i criteri di valutazione della ricerca: assurdo ma vero!) o i nomi dei contratti atipici da anni scritti e pronunciati in una lingua che non comunica (si usano i nomi ma essi non esprimono alcun contenuto per ascotatori e talvolta oratori).

    Persino l'abbandono o comunque la mancanza di corsi di lingue straniere utili al lavoro (cinese, russo, arabo) a favore dello studio soltanto dell'inglese (accade nel mio Dipartimento) è fenomeno sul quale riflettere.

    E' possibile per un non linguista interessarsi di uno o altro di questi fenomeni, osservarlo, descriverlo ed evidentemente giudicarlo, senza avere pretese di creare dottrine o costruire teorie.

    Quindi le tue accuse o anche soltanto i tuoi suggerimenti mi sembrano fuori luogo, a prescindere dal merito.

    • Durga ha detto:

      Sono d'accordo, tanto piu' che e' innegabile che si cerchi di imporre, o almeno favorire un uso eccessivo della lingua inglese con scopi politici. Non per nulla gli antichi Romani cercavano di diffondere (per altro con maggior tatto dei moderni) la lingua latina nel loro Impero.

  14. Matauitatau ha detto:

    Scusate,moensatelancome volete ma se io dico una cosa e voi mi risoondete su altro
    No serve a molto.
    Visto che è ridondante chiudicamo qui ma lasciatemi orecisare che non sto minimamente parlando del problema dell’uso, abuso o non uso delle parole inglesi.
    Sto dicendo che il nocciolo della questione sta nell’uso che facciamo della “nostra” lingua e in quest’ottica
    l’eventuale esagerazione nell’impiego di termini inglesi significa pochissimo ossia è una conseguenza di
    Una nostra situazione politica e sociale e “non” dell’invadenza dello straniero.

  15. stefano.dandrea ha detto:

    Ma allora Matauitatau, invece di contestare chi si limita a porre in evidenza un fenomeno, esponi il concetto che intendi esprimere. Sono anche io convinto che non si tratti di invadenza dello straniero, perché senza il nostro consenso tanti fenomeni non esisterebbero.Insomma, anche sotto l'aspetto segnalato dall'articolo, ciò che rileva è la nostra situazione politica e sociale.

    Insomma, evitiamo il benaltrismo. Ciò che significa pochissimo significa. Poi se uno vuole porre l'attenzione su altri e più importanti fenomeni lo fa.

  16. Matauitatau ha detto:

    Ma veramente mi sembrava di essere stato abbastanza chiaro, mi sorprende che tu mi chieda di esporre chiaramente il mio concetto.

    Per di più questo problema del linguaggio lo trovo molto importante per le sue implicazioni relativamente a una azione politica e molto indicativo di quelli che, a mio modesto avviso, sono i vostri limiti di impostazione; un problema quindi tutt'altro che astratto.

    Sui vostri limiti di impostazione il discorso è semplicissimo: se non riuscite a ottenere un seguito sufficientemente consistente entro un tempo ragionevole ne dovrete dedurre che i limiti di impostazione esistono, altrimenti mi sbaglio io.

    Sul resto mi pare che c'era Domenico che doveva fare un post il 23. Avremo modo di parlarne.

  17. stefano.dandrea ha detto:

    Matauitatau,

    abbiamo ancora 18 mesi (siamo partiti 18 mesi fa) e procediamo con il ritmo che avevamo previsto.

    Il tempo ragionevole lo decidiamo noi (erano 3 anni, ora restano 18 mesi) e anche che cosa qual è il numero sufficiente di militanti lo decidiamo noi, in base al nostro progetto.

    Detto questo, se alla scadenza che abbiamo prefissata non otterremo il risultato minimo che consideravamo necessario perché l'ARS potesse compiere la prima "azione politica" (1500-200 militanti), può darsi benissimo che saremo a pochi mesi dal risultato e che avevamo soltanto peccato di ottimismo. Se invece saremo lontani (ma non credo che accadrà), allora dovremo verificare se c'erano limiti (soggettivi) dell'impostazione o se nessuno sarà riuscito a fare quanto abbiamo fatto noi o di meglio e quindi se i limiti erano in qualche modo oggettivi. In ogni caso, se il gruppo creato sarà solido e compatto, vedremo come cercare di agire nella nuova situazione che si sarà creata.

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