Controreplica ai linguisti della domenica intorno alla questione della lingua

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16 Risposte

  1. stefano.dandrea ha detto:

    Continuo a non capire il senso della polemica.

    Da un lato si sottolinea che, considerata la massa parlante, la lingua non può subire significative modificazioni per decisione autoritaria di chicchesia.

    Credo che questa osservazione di Domenico sia sotto gli occhi di tutti. Se considero i luoghi che frequento prendo atto: 1) che le persone che vengono nel mio studio, cittadini di una provincia italiana, parlano un po'italiano (senza inglese) un po' dialetto; 2) che le persone che frequentano il mio bar parlano un bel po' il dialetto e un po' l'Italiano; 3) che in Tribunale e in genere nei Tribunali si parla l'Italiano senza l'aggiunta di termini inglesi; 4) che amici e parenti, laureati almeno 15-20 anni fa, parlano l'italiano senza l'uso di termini inglesi.

    Ciò che Luciano osserva e ciò che può forse costituire oggetto di un piano strategico della potenza dominante non è la lingua parlata dal popolo (figuratevi cosa può interessare a uno stratega statunitense che lingua parli il pubblico), bensì la lingua delle elite o lingua dei colti e semicolti. Vogliamo usare il termine linguaggio? Bene allora diciamo che l'eventuale problema è il linguaggio della classe dirigente nazionale eprovinciale, colta e semicolta.

    Personalmente posso osservare alcune cose.

    Nel mio dipartimento (di economia e impresa) la lingua inglese prima era una delle lingue straniere studiate. Ora è l'unica: la lingua straniera obbligatoria. In secondo luogo, quest'anno non trovavo due ore per far svolgere i gruppi di studio. Oltre le lezioni di inglese, gli studenti del primo anno avevano 6 ore di non so che di inglese e 6 di esercitazione di inglese! Fino ad ora l'esame più difficile era il mio (diritto privato) ora è l'esame di inglese. In sede di discussione della tesi di laurea, gli studenti (esclusi i miei) utilizzano moltissimi termini inglesi.

    L'uso delle parole o delle frasi inglesi è frequentissimo nella lingua di parecchi miei colleghi (economisti, aziendalisti, matematici, giuristi).

    I figli di tutti coloro che hanno svolto assieme a me gli studi post-universitari in diritto privato, e che ora insegnano in varie università italiane, seguono tutti "lezioni di inglese" molti dall'età di un anno.

    Insomma, per la lingua il problema non si pone. Ma la lingua parlata dai pastori o da contadini di montagna non ha mai interessato la potenza dominante, né oggi può interessare il linguaggio del "pubblico". Il linguaggio della elite e dei ceti medi semicolti, ossia di coloro che oltre ad essere pubblico talvolta parlano al pubblico, può essere utile conformarlo. E a me sembra che in questo limitato ambito sociale la contaminazione sia indiscutibile.

    Quindi non è un problema di lingua parlata (a parte che non si può modificare, come ha dimostrato Domenico; ma chi è quell'imbecille che vuole tentare di cambiarla? che gli frega del popolo-pubblico?) ma di valori, modi di pensare, modi di vedere, prospettive che vengono assorbiti dalle elite nazionali e provinciali attraverso la diffusione della lingua della nazione dominante.

  2. AdrianOttaviani ha detto:

    Mi trovo d'accrodo con D'Andrea , personalmente come semi-semi-colto non sono in grado di seguire un dibattito a base di Chomsky e Saussurre e me ne dispiaccio voglio comunque tentare di aggiungere qualcosina terra-terra ( tanto sto a casa in ferie…).
    Non credo neanch'io che esista un complotto per imporre una lingua ma sicuramente esiste un disegno per imporre una serie di valori guida e questi valori guida camminano essenzialmente sulle gambe della lingua inglese.
    E bisogna dire che essendo la cultura anglosassone la cultura vincente sulla piazza oggi esprimersi con una infarcitura di termini anglofoni è anche  il segno distintivo di una appartenenza,  come in altri tempi poteva esserlo l'eskimo o il monclear, e non  si "indossa" un inglese qualsiasi , non l'inglese di Milton e di Shakespeare o Keats, ma l'inglese della City e di Wall Street , niente a che fare con il meraviglioso inglese di un Wordsworth

    "I wandered lonely as a cloud
    That floats on high o'er vales and hills,
    When all at once I saw a crowd,
    A host, of golden daffodils…"

    Ma visto che non siamo in un sito di linguistica possiamo porci un problema più vicino al tema della sovranità , quello della "difesa" della lingua , e vi propongo di riflettere e rispondere su alcune "quistioni"  :
    1) la lingua italiana va difesa  dall'inglese ? Oppure va difesa solo dal liberismo che "viaggia" insieme allo schifosissimo "inglese  da powerpoint "?
    2) La scuola italiana è tesa alla valorizzazione della nostra lingua ?
    3) qualsiasi uso di una lingua straniera è deteriore ? Oppure in certi campi specialistici è giusto assumere una lingua-guida come prevalente , come per esempio  l'inglese nell'informatica e l'italiano nella terminologia musicale ? 
    4) qual'è il confine tra amore per la propria lingua e lo sciovinismo linguistico ?
     

    ciao ciao

  3. Durga ha detto:

    Anch'io, essendo piuttosto ignorante, non provo neppure a inoltrarmi in sottili disquisizioni linguistiche. Pero' sono abbastanza d'accordo con D'Andrea e con Ottaviani. Che ci sia un complotto o no, perche' e' ormai obbligatorio studiare l'Inglese, mentre le altre lingue sono quasi sempre ignorate? L'"obbligatorieta" dovrebbe essere sempre ridotta al minimo. Poi, ormai per la gente comune e' quasi impossibile seguire i discorsi su temi politici o economici perche' pieni di termini inglesi anche tecnici, che al corso di inglese a livello popolare da me seguito anni fa non venivano certo insegnati. 

  4. Domenico.Di.Russo ha detto:

    Caro Stefano,

    il senso della polemica è abbastanza chiaro: non io ma l'insieme delle conoscenze fin qui acquisite sulla natura del sistema linguistico e sulla questione della lingua, che rappresentano due dei pochissimi temi sui quali la gran parte dei linguisti delle diverse scuole grosso modo concordano, dimostrano che qualsiasi piano di imperialismo linguistito escogitato a tavolino e imposto artificialmente dall'alto è di fatto destinato a sfracellarsi contro il carattere radicalmente arbitrario del segno linguistico, che rende la lingua al tempo stesso immutabile e mutabile e sempre a prescindere dalla volontà dei singoli, per quanto coalizzati in raffinate organizzazioni politico-intellettuali.
    Per cui, che esistano progetti di imperialismo linguistico all'interno di piani più generali di dominazione militare è possibile perché gli imbecilli si riproducono a un tasso di fertilità molto maggiore degli intelligenti ma che questi progetti si stiano di fatto concretizzando e siano sul punto di trionfare è semplicemente demenziale. Il loro destino comune è il fallimento. Sfido chiunque sostenga il contrario a riparlarne fra quaranta o cinquant'anni, sempre ammesso che ci saremo ancora.
    Pensare di poter modificare la lingua dall'alto o sostituirla ex abrupto è come pensare di poter modificare a tavolino la natura dell'essere umano in tutta la sua complessità, di cui la lingua peraltro è la cifra più caratterizzante. Si potrebbe perfino pensare di modificare le orbite dei pianeti del Sistema solare attraverso un complicatissimo modello matematico ma per la modifica artificiale della lingua non si potrebbe elaborare neppure quello giacché la lingua non è riducibile al solo dato biologico, anzi lo è in minima parte. La lingua è un sistema storico-sociale in cui si intrecciano variabili assai complesse che affondano le loro radici nell'eredità della tradizione, la quale è data così com'è e, per definizione, non può essere modificata. Per poter modificare una lingua bisognerebbe mettere in conto di intervenire sulle due coordinate fondamentali sulle quali si colloca: tempo e massa parlante. Quando Del Vecchio, Fusaro & co. mi dimostreranno come sia possibile modificare il tempo e la massa parlante nella sua totalità allora prenderò in considerazione la loro tesi. Fino ad allora, mi riservo di derubricarla tra le sciocchezze.

    Spero di essere stato ancora più chiaro.

    A presto,

    Domenico

     

    • stefano.dandrea ha detto:

      Domenico ma ciò che hai scritto lo avevamo capito e credo sia inoppugnabile.

      Soltanto che mi sembrava semplicemente da correggere la prospettiva di Luciano e da ammettere che l'uso mimetico, cosmetico e ingannatore della lingua della nazione dominante c'è e si va rafforzando tra le elite e le future elite e ciò comporta l'acquisizione di visioni, prospettive, criteri, punti di vista precisi dai parte dei ceti (sub)dominanti italiani.

      Mi sembra che tu ti ostini a trascurare e ignorare o forse addirittura negare (o almeno a rimuovere) questo problema che è il cuore degli articoli di Luciano e ti soffermi su un profilo che tutto sommato era secondario: l'errore per cui ci sarebbe un attacco alla lingua (l'attacco è sempre alle menti!), quando l'attacco alla lingua se ci fosse sarebbe destinato a fallire per gli argomenti che hai addotto.

      Insomma, tu non hai voluto minimamente esprimerti su quella parte di verità contenuta nell'articolo di Luciano e lui ha negato le tue considerazioni nonostante l'oggettiva forza degli argomenti da te addotti.

      • Domenico.Di.Russo ha detto:

        Caro Stefano,

        sugli aspetti non squisitamente linguistici della questione mi sono espreso molto chiaramente quando, nell'articolo precedente, ho descritto, con analisi e dati, il provincialismo e l'arretratezza culturale della classe dirigente italiana nel suo insieme, del ceto intellettuale e delle classi medio-elevate. Se vai a rileggere il paragrafo che ho dedicato a questo punto, puoi ricavare con precisione quali siano i termini della questione.

        A presto

        Domenico

         

  5. Domenico.Di.Russo ha detto:

    Rispondo ad Adrian Ottaviani.

    Alle questioni che lei pone, le quali, pur investendo la cultura nella sua globalità, necessitano comunque di una riflessione linguistica, ho risposto più o meno direttamente e nella maniera più dettagliata possibile nel mio penultimo articolo: http://www.appelloalpopolo.it/?p=10455. Perciò evito di ripetermi. Aggiungo solo che dalla sua lettura dovrebbe anche intuire per quali ragioni alcune delle sue domande, in particolare la prima e la terza, sono mal formulate.

    A presto

    D.D.R.

     

  6. Domenico.Di.Russo ha detto:

    Rispondo a Durga.

    Non si tratta di sottili disquisizioni linguistiche, tutt'altro. Primo perché i dibattiti scientifici sono animati da controparti scientificamente qualificate altrimenti non sono tali e non mi pare questo il caso dal momento che, fra coloro fin qui intervenuti, mi pare di essere l'unico linguista. Secondo perché le questioni in gioco, come quella che ho ribadito nella mia risposta al commento di Stefano D'Andrea, sono colossali non sottili. Riguardano il fondamento del sistema linguistico non la lana caprina. Ad ogni modo, potrà farsi un'idea di cosa intendo dando un'occhiata al mio penultimo articolo: http://www.appelloalpopolo.it/?p=10455.

    A presto

    D.D.R.

     

    • Durga ha detto:

      Qiuindi Lei forse potra' gentilmente spiegarmi perche' in alcune facolta' del Politecnico di Torino, e ora mi sembra anche di Milano, le tesi vanno date in inglese.  Grazie.

      • Domenico.Di.Russo ha detto:

        Caro Durga,

        non so spiegarglielo perché non conosco le motivazioni addotte dai laureandi e dai loro relatori.

        Tuttavia, possono esserci delle buone ragioni: per esempio, il fatto che il laureando abbia lavorato alla redazione della tesi durante un soggiorno all’estero, cosa non infrequente in realtà come quelle dei Politecnici, lo mette nelle condizioni di omaggiare il paese nel quale è stato ospitato redigendo la tesi nella lingua ufficiale di quel paese o, nel caso delle facoltà che rientrano nel dominio delle scienze esatte, naturali o che dir si voglia, in inglese. In altri casi, come in quello delle facoltà di lingue e letterature straniere, trovo personalmente scandaloso che le tesi, anche di commento a opere straniere, siano redatte in italiano o soltanto in italiano: mi pare una contraddizione in termini.

        Insomma, la cosa non mi scandalizza, a patto che sia scientificamente fondata, che sia cioè motivata da ragioni metodologiche e teoriche funzionali alla tesi. Al contrario, redigere la propria tesi in un’altra lingua per semplice vezzo intellettualistico m’infastidisce e, nei panni del relatore, sconsiglierei vivamente un simile azzardo, frutto di provincialismo più che di interesse culturale.

        A presto

        D.D.R.

         

  7. Mauro Poggi ha detto:

    Ho l'impressione che Domenico sottovaluti, o non voglia valutare,  il ruolo prepotente dei media nell'operare trasformazioni di linguaggio e di pensiero (intimamente collegati tra loro, mi pare) molto più rapidamente ed efficacemente di quanto non succedeva in tempi più remoti e meno tecnologici. 

    • Domenico.Di.Russo ha detto:

      Caro Poggi,

      ho l’impressione che lei non comprenda il punto di fondo della questione, quello dell’arbitrarietà radicale del segno linguistico.

      Anche la più sofisticata loggia massonica intenta all’elaborazione di un piano di dominio anglosassone sull’intero pianeta e alla sua realizzazione attraverso la più implacabile macchina mediatica mai vista prima è destinata a un clamoroso fallimento per via del carattere intrinseco del sistema linguistico che si esplica in tutte le lingue parlate e scritte. Il ruolo prepotente dei media nell’operare trasformazioni di linguaggio e di pensiero, come lo chiama lei, incide nelle trasformazioni lessicali ma non sulla natura profonda del linguaggio, non sull’arbitrarietà radicale del segno, che rende la lingua, che è un fatto storico-sociale non biologico, ingovernabile a tavolino e artificialmente.

      Prima di impartire consigli a un linguista, per quanto precario, su come condurre l’analisi linguistica e interpretarne i dati, invito lei e tutti gli altri “non addetti ai lavori” a studiare un po’ meglio la materia. Se volete, posso preparare una bibliografia che indichi un programma minimo di studi linguistici. Mi pare ce ne sia bisogno visto che, da un lato, si continua a non cogliere il punto fondamentale e, dall’altro, non so più come e in quale lingua spiegarvelo.

      A presto

      D.D.R.

       

  8. Mauro Poggi ha detto:

    Caro Di Russo, non era mia intenzione di impartire consigli a un linguista, per quanto precario.
    Esprimevo solo un'impressione, che se permette rimane.
    Non al linguista, ma all'uomo, consiglierei un pochino di spocchia in meno: serve a non radicalizzare il dibattito, che fin qui ho trovato interessante.
    Mi stia bene.

    • Domenico.Di.Russo ha detto:

      Caro Poggi,

      accetto il consiglio. Preciso solo che non si tratta di spocchia ma di rammarico. Rammarico nel constatare, non tanto e non solo da parte sua, che si gira attorno alla reale sostanza della questione senza volerla assumere, cosa che, oltre a mettere il dibattito sui giusti binari, di fatto lo chiuderebbe anche. Rammarico nel vedere riproposti, come nell’articolo di Del Vecchio pubblicato l’altro ieri, tesi e argomenti praticamente identici a quelli dei suoi articoli precedenti dopo che li avevo oggettivamente smontati, senza che le mie argomentazioni siano state peraltro comprese pienamente e verificate nella loro portata. Se il giocatore A muove incautamente una pedina e il giocatore B la mangia, non è che A possa portare avanti di nuovo la stessa pedina, quella ormai è bella che andata.

      Insomma, più ancora che di rammarico si tratta, se preferisce, di amarezza. Amarezza per non essere capiti e, molto probabilmente, per non riuscire a farsi comprendere.

      Tutto qua. Sia indulgente.

      A presto

      D.D.R.

       

  9. stefano.dandrea ha detto:

    Caro Domenico,

    ripeto che mi hai convinto sulla lingua in ragione della massa parlante. Le mie esperienze, come ho giàscritto, vanno nella direzione che segnali: il 98% delle persone che conosco non usa termini inglesi. Ma una volta fissato questo concetto, il problema diventa quello segnalato da Luciano, sia pure ristretto al linguaggio delle elite anziché allargato alla lingua. Il tema politico importante è questo. I provvedimenti politici e amministrativi possono incidere sulla soluzione del problema. Magari la pensi come Luciano e allora nel tuo primo articolo, dopo una precisazione in cui spiegavi perché per la lingua non c'è problema (fino a quando l'Italia resta una nazione unita), potevi dare un tuo contributo. Invece sebbene l'articolo sia stato interessantissimo e apprezzato, hai preferito concentrare 9 pagine su 10 sulla precisazione. Il tono poi, già del tuo secondo articolo, quindi prima della prima replica di Luciano, non era dialogante e pacato, anzi era professorale, altezzoso e infatidito. Il tono del discorso incide sulla potenza persuasiva del medesimo.

    • Domenico.Di.Russo ha detto:

      Caro Stefano,

      accetto le critiche personali, alle quali non rispondo perché è sempre antipatico parlare di sé e in generale non credo che sia un bene personalizzare i dibattiti e le polemiche, ancor più in un caso tanto particolare quanto cruciale come quello della questione della lingua.

      Preciso soltanto, ancora una volta, che nel primo articolo sull’argomento, quello del 23 gennaio scorso, ho ragionato sui dati statistici più recenti riguardo ai livelli di scolarizzazione e alla cultura della popolazione italiana, con riferimento alle politiche nazionali su scuola e cultura degli ultimi vent’anni. È lì il cuore, tutto politico naturalmente, della questione. Mi sembrava e mi sembra tuttora di averlo detto chiaramente.

      Quanto al tono del mio secondo articolo, quello del 23 febbraio, ti sbagli: la replica di Del Vecchio è antecedente alla mia controreplica e risale infatti al 2 febbraio. Dunque la durezza della mia controreplica va letta alla luce della replica di Del Vecchio ed è confermata dal suo ultimo articolo del 2 marzo. Un dibattito, almeno per me, è tale solo se leale, altrimenti diventa qualcos’altro. Per leale intendo per esempio che, se rispondo agli argomenti di Del Vecchio confutandoli uno a uno con dati, esempi e riferimenti teorici, Del Vecchio non può replicare riproponendo gli stessi argomenti come se nulla fosse. Dovrebbe semmai assumere i miei dati, i miei esempi e i miei riferimenti teorici mostrando come questi possano essere diversamente argomentati oppure, se è ancora convinto della bontà della sua posizione, per quanto debolissima e sostenuta dagli unici due libri letti sull’argomento, dovrebbe confutare i dati, gli esempi e i riferimenti teorici che ho fornito mostrandone la fallacia attraverso altri dati, altri esempi e altri riferimenti teorici, i quali però non si risolvono in un paio di citazioni prive di riferimento concreto alle dinamiche delle lingue e al sistema linguistico. Ecco, questo mi infastidisce molto, soprattutto perché nei due articoli che ho dedicato alla questione ho cercato di offrire all’ARS i riferimenti più alti della linguistica contemporanea.

      Tengo a precisare che la mia non è una polemica personale: ho speso le mie energie affinché l’ARS non sostenga, proprio nel mio campo di studi, le posizioni più grette, becere e infondate che furono già sbugiardate almeno un secolo fa. Il mio contributo è tutto volto a far si che l’ARS non si azzoppi su una questione tanto delicata ma al contrario si elevi.

      Tutto qua.

      A presto

      Domenico

       

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