Come si fa…

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11 Risposte

  1. bertoldo ha detto:

    E’ solo questione di tempo e di numeri.
    In Italia siamo 60 milioni di abitanti. Quando ci saranno 30 milioni piu’ UN POVERO, le cose cominceranno a cambiare in automatico per Convergenza di INTERESSI.
    Alla velociita’ con cui i nostri governi stanno impoverendo le persone, penso che il momento non sia molto lontano.
    I giornali e televisioni di regime continueranno a ripeterci che noi viviamo nel migliore dei mondi possibili e ci mostreranno come SI SOFFRE e MUORE ALTROVE….
    Tuttavia un giorno arrivera’ UN BAMBINO che, Ingenuamente, dira’ il RE e’ NUDO.
    Allora, e solo allora, seguira’ la vera ROTTAMAZIONE

  2. paolo di remigio ha detto:

    Non posso nascondere le mie perplessità. Innanzitutto sulle definizioni di “rivoluzione” e “ribellione”: quando si parla, per esempio, di rivoluzione francese o russa, di solito si intende un progetto storico consapevole che, distruggendo la classe fino a quel momento egemone (l’aristocrazia feudale nel caso della rivoluzione francese, l’aristocrazia e la borghesia nel secondo caso), sostituisce un sistema di rapporti sociale con un NUOVO sistema – non si intende un movimento che innova restando nell’alveo del sistema esistente: questo sarebbe da qualificare come riformismo. Invece con “ribellione” si intende di solito un movimento antagonistico spontaneo, senza progetto, che quindi, al massimo, può modificare i rapporti politici esistenti, lasciandone però immutata la sostanza (per esempio la rivolta di Pugacev costrinse l’aristocrazia russa ad accettare la formazione della burocrazia zarista). Con la rivoluzione una classe sociale cosciente di sé prende sotto il suo controllo lo stato e ne rimuove le barriere al proprio sviluppo, invece la ribellione minaccia l’egemonia esistente nella semplice speranza di modificare i rapporti di forza. Insomma il rivoluzionario SA e FA, il ribelle FA. Questo mio parere potrà sembrare paradossale: il neoliberismo è una ribellione all’interventismo statale nell’economia; esso infatti non è agire in base alla teoria (penso all’aperto disprezzo con cui Krugman parla di Friedman), ma fanatismo che sfida le leggi economiche, perciò riporta l’economia alle crisi distruttive del capitalismo selvaggio. Proprio per il suo carattere di ribellione, il neoliberismo non è stato combattuto da chi ha fatto professione di ribellismo, cioè dagli ex-post-sessantottini, parte dei quali costituisce addirittura l’attuale ceto politico di sinistra che collabora con tutta la sua energia alla reazione. Essi non hanno mai avuto un progetto, il loro soggettivismo non si è mai piegato alle fatiche del pensiero, e sono diventati forza d’urto del fanatismo neoliberista perché gli si sentivano psicologicamente affini, per suo tramite potevano rendersi protagonisti e soddisfare il loro narcisismo mai dominato. – Infine: i rivoluzionari USANO le ribellioni altrui per il proprio progetto: questo fece il piccolissimo partito bolscevico, questo fecero i rivoluzionari francesi. Oggi, però, manca il progetto rivoluzionario, perché il fallimento del socialismo reale in URSS ha falsificato l’ipotesi, alternativa al capitalismo, di una economia interamente statalizzata. La lotta contro il neoliberismo a me sembra dunque non ribellione, ma sforzo di diffusione del SAPERE razionale contro l’oscurantismo e progetto interclassista di salvezza nazionale.

  3. Fiorenzo Fraioli ha detto:

    “Proprio per il suo carattere di ribellione, il neoliberismo non è stato combattuto da chi ha fatto professione di ribellismo, cioè dagli ex-post-sessantottini, parte dei quali costituisce addirittura
    l’attuale ceto politico di sinistra che collabora con tutta la sua energia alla reazione.”

    Quest frase me la stampo e la appiccico vicino al letto.

  4. stefano.dandrea ha detto:

    Anche a me la distinzione di Bifo tra rivoluzione e ribellione sembra campata in aria e non a caso viene da Bifo europeista -ci sarebbe da ridere ariprendere 4 o 5 articoli che ha scritto negli ultimi 5 anni – esteticamente ribelle.

    la rivoluzione è il mutamento delle regole del gioco. Agli esempi citati si potrebbe aggiungere il nostro risorgimento, i primi quaranta anni almeno.Il Risorgimento non fu soltanto questione nazionale ma questione della libertà e lotta di classe, lotta per i valori e gli interessi borghesi.
    La rivoluzione può essere pacifica. C’è una bella e profonda quadripartizione di Nolte, che purtroppo non ho sottomano. Dove la classe aristocratica venne a patti con la borghesia, la rivoluzione borghese fu pacifica. Dove fu necessaria la guerra, ci fu la guerra.
    Il rivoluzionario che ricorre alla violenza vuole una guerra breve di un giorno o pochi giorni. Cosi’ accadde in Russia,dove si ebbero pochi morti. La violenza di una rivoluzione dipende da chi la subisce, da come e quanto resiste o reagisce, non dai rivoluzionari.
    Ma “la rivoluzione” oltre che nella presa del potere, eventualmente pacifica, consiste nei decreti di Lenin, nella Costituzione di Stalin (le rivoluzioni durano), nella nostra Costituzione economica, nelle partecipazioni statali (anche quella derivata dalla resistenza è durata). Ci fu presa del potere delle classi popolari, che entravano a condividerlo con la borghesia, e ci furono i provvedimenti normativi che attuarono la Costituzione.
    Ci sono casi in cui le idee passate convivono con le nuove, dando però vita a un altro mondo, e ci sono casi in cui le idee nuove spazzano via le vecchie.

    Il neoliberismo e qui dissento da Paolo di Remigio, è stata una rivoluzione, direi una controrivoluzione. Ha cambiatole regole del gioco. Le ha cambiate in 30 anni: indipendenza delle banche centrali, politiche deflazioniste, distruzione della scuola e delle università pubbliche, eliminazione dei controlli preventivi sulla attività della pubblica amministrazione, credito al consumo, bassi tassi di interesse, lunghissimi mutui immobiliari, svendita dei patrimoni pubblici, apertura esterna dei mercati, apertura di mercati interni che prima non esistevano, precarizzazione, disoccupazione strutturale, ecc. ecc.

    Quella dell’ars vuole essere in primo luogo la controrivoluzione di una controrivoluzione. Vogliamo tornare al 1980 per poi prendere la strada giusta, anche in base all’esperienza che abbiamo compiuta. Abbiamo poi tante cose nuove da fare, tanti oggetti da disciplinare: carte di credito bancomat, onde, televisori, diritti sportivi, marchi, brevetti. Il cammino non sarà soltanto all’indietro. Per certi versi sarà un andare avanti.

    Ma chi deve fare questo, chi deve perseguire questo fine? Chi deve arrivare a prendere il potere e poi ad agire in modo effettuale per quel fine,? Deve farlo una organizzazione, un partito, che ha il compito di formare e selezionare la classe dirigente di un paese: un compito costituzionale.

    L’ars, quindi, non ha nulla a che vedere con la ribellione, né critica genericamente la “politica tradizionale”, senza distinguere gli anni 50-70 e l’ultimo ventennio. La politica tradizionale è stata spazzata via (dove la vedi la politica tradizionale oggi?) e bisogna farla tornare.
    L’ARS non ha nulla che fare con la ribellione (e con Bifo). L’ars si è impegnata a costituire il partito della “rivoluzione” italiana, che sarà pacifica e democratica.

  5. Giampiero Marano ha detto:

    Cara Ivana, nessun dubbio sulla purezza dei propositi… ma lei, purtroppo, va a cercarsi illuminazioni in seno a un in seno a un’area politico culturale fra le più velleitarie e inconcludenti di tutti i tempi, cioè quel pensieto di volta in volta ribelle, antagonista e desiderante che, abbacinato dallidolatria dell’immaginario, non riesce a comprendere come sul terreno dell’immaginario il capitale (che proprio di visioni e di immagini si nutre) sia di fatto imbattibile. . un facile-facile ottimismo lisergico l’ARS preferisce di gran lunga il realismo e il pessimismo della migliore tradizoone filosofica italiana e ritiene che la lotta vada condotta al livello, concreto e corporeo, dell’organizzazione materiale, della militanza faticosa e quotidiana, dello studio. Non è contemplata, insomma, la scorciatoia dell'”esodo”.

  6. Giampiero Marano ha detto:

    Perdonate gli errori di battitura

  7. Andrea Franceschelli ha detto:

    Dissento totalmente dal contenuto di questo post.
    Non aggiungo altro a quanto ho già avuto modo di scrivere qui:
    http://www.appelloalpopolo.it/?p=12395

  8. Lorenzo D'Onofrio ha detto:

    Non mi convince l’idea di ribellione (che fa rima con protesta), mi sembra un concetto hollywoodiano, del resto tutto il mondo sta ancora aspettando i risultati di Occupy, mentre ne è ormai chiara la matrice reazionaria, come quella degli Indignados.
    Apprezzo invece la spinta dell’articolo verso il recupero degli strumenti di lotta, così come il richiamo all’esempio argentino, fermo restando che, scissa da un contesto (e da un progetto) realmente politico, ogni iniziativa è destinata ad essere niente di più che un modesto, temporaneo e ininfluente palliativo.
    Insomma, la prospettiva non può che essere quella dell’articolo di Andrea e non c’è da essere ottimisti (l’ottimismo mi ricorda la speranza, che è un rimettere il cambiamento a un qualcosa che venga dall’esterno, quando non addirittura dall’alto), ma fiduciosi in quello che ognuno di noi, unendosi agli altri, può realizzare.

  9. aaron ha detto:

    Come dissi al mio I congresso dell’ARS a Pescara :
    ( qui una sintesi )
    ” noi dobbiamo esercitare prima una Ribellione, che è un atto intimo e individuale,
    cioè abituarci a fare i gesti di un artigiano che lavora un ceppo di legno…lui toglie l’indispensabile,
    ciò che di noi non ci piace più e vogliamo cambiare, solo dopo aver esercitato con disciplina questo
    gesto possiamo unirci ai tanti ribelli e fare una Rivoluzione”

    cioè più concretamente ora non dobbiamo più attendere che a “ribellarsi” siano le masse
    ( che è ciò che si cela dietro la maggior parte dei pensieri intellettuali di sinistra, passati dal
    ” in attesa dell’ora x” a ” siamo il 99%”, cioè una grande e diffusa speranza che l’azione
    rivoluzionaria passi dal mobilitarsi tutti insieme, cosa che la Storia dimostra non è mai
    avvenuta in nessuna Rivoluzione ) ma dobbiamo prestare la nostra stessa esistenza quotidiana
    alla trasformazione necessaria che ” risvegli” la parte migliore che c’è in noi e che intendiamo investire nel percorso politico.
    Insomma, abbiamo il dovere di infondere coraggio e fede nelle persone che incrociamo, ma per farlo dobbiamo “credere in Noi” , che è un modo per definire con Noi la nostra vita individuale e comunitaria.
    Purtroppo si tende troppo spesso a “bollare” certe situazioni come “l’inizio della rivoluzione” e capita fin troppo spesso che una certa sinistra ha abusato ( a sue spese ) questo tipo d’atteggiamento, non
    vi trovo nulla di rivoluzionario ( per questo momento storico ) nell’occupare le case e nella ricerca
    dello scontro con il sistema, perchè è un continuare ad agire sul “singolo” caso mentre credo sia rivoluzionario, in questo periodo storico, assumersi la responsabilità di affrontare una lunga battaglia per il “bisogno”, che è già più una dimensione comunitaria e non individualista.
    Per farlo occorre la mobilitazione delle Avanguardie

  10. Vincenzo Cucinotta ha detto:

    Dissento da quanto espresso nel suo intervento da Stefano D’Andrea, sulla strategia a due stadi, di cui il primo consisterebbe semplicemente nell’annullare la controrivoluzione neoliberista.
    Mi pare del tutto irrealistico un passaggio di questo tipo, nella storia non si torna mai semplicemente indietro, e meno che mai ai nostri giorni dove non passa un singolo giorno senza che un’innovazione tecnologica ci cambi la vita.
    Questo spezzare la iniziativa politica in due parti nettamente distinte mi pare molto meccanica, forse finalizzato a mantenere all’ARS un carattere sufficientemente generico al momento, rinviando a un futuro non meglio definito i chiarimenti politici necessari.
    No, non credo proprio che si possa tornare alla fine degli anni settanta come se niente fosse, credo invece che da subito vada accolta in pieno la sfida dell’oggi con la sua gravità e problematicità, rifiutando il carattere anti- per essere propositiva, essere per qualcosa in positivo, un progetto che non può attendere i tatticismi di comodo, i tempi della politica non si scelgono, si deve osservare la realtà e farsi dettare da essa i tempi dell’iniziativa politica.
    Avere un’organizzazione come l’ARS può risultare prezioso se si ha un’idea, un progetto, non può essere una sede di attesa che venga l’ora della rivoluzione.

  11. stefano.dandrea ha detto:

    Vincenzo Cucinotta, non mi è chiaro il senso del tuo dissenso, sia perché ho scritto ” Abbiamo poi tante cose nuove da fare, tanti oggetti da disciplinare: carte di credito bancomat, onde, televisori, diritti sportivi, marchi, brevetti. Il cammino non sarà soltanto all’indietro. Per certi versi sarà un andare avanti”, cosa che a te sembra sfuggita, sia perché nell’argomento di cui stiamo parlando, non è che ci sia molto da inventare: si oscilla tra banche commericiali universali e private a banche commerciali pubbliche, con separazione e funzionalizzazione (erano le nostre banche); così come si oscilla tra un estremo di chiusura autarchica e la completa liberalizzazione della circolazione dei capitali; così come si oscilla tra imprese pubbliche o sottoposte al controllo pubblico in forme varie (partecipazioni statali, nazionalizzazioni) che operano nei settori strategici e assenza di imprese pubblche nei settori strategici; e così via. La rivoluzione liberista è consistita in un ritorno al 1914, con la tecnologia moderna, dunque i mercati finanziari moderni, l’informatica, l’elettronica, ecc. ecc.. Anche noi dobbiamo tornare indietro. A quale punto tornare, non è nemmeno sensato dirlo, perché, fermi i principi, tutto sarebbe comunque deciso dalla storia, dalla egemonia e dalle capacità. Va anche detto che per attuare il nostro programma, anche soltanto ciò che io e te certamente condividiamo, servono un paio di decenni, se la sorte sarà benevola e noi saremo bravi. Quindi di quali dissensi stiamo parlando? Le rivoluzioni come provvedimenti normativi fondamentali durano molto, non si realizzano in un istante, anche nei casi in cui il potere è raggiunto con la violenza. Figuriamoci quando è raggiunto con il consenso.

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