Fumosità e astrattezza degli economisti eterodossi; chiarezza e concretezza degli ortodossi

Potrebbero interessarti anche...

16 risposte

  1. Giuseppe Cernuto ha detto:

    Sono felice di vedere un elogio dell’inflazione. Uno strumento di politica redistributiva di importanza vitale (e per questo mistificata e avversata praticamente da tutti).
    Non definirei l’inflazione una “tassa occulta”. Non è corretto perché non avviene alcun prelievo. Non si sottraggono “contenitori del valore” (le monete) da un soggetto ad un altro ma si spalma il valore in essi contenuto fra tutti i soggetti che li detengono. Si tratta cioè di produrre nuova moneta e distribuirla ai cittadini per aumentare il loro potere di acquisto, mentre il potere di acquisto del capitale accumulato viene eroso. Spesso gli economisti (più o meno in malafede) e i politici confondono la perdita di valore della moneta con la perdita di potere di acquisto per la cittadinanza. In realtà, se la moneta prodotta viene distribuita diffusamente, i redditi compensano abbondantemente questa perdita di valore, ottenendo un aumento del potere di acquisto. I capitali accumulati, invece, subiscono una perdita secca di potere di acquisto. Per questo l’inflazione è un vero e proprio strumento di redistribuzione della ricchezza.

    Su come distribuire la moneta ci possono essere differenze di vedute. Io ad esempio sostengo il reddito di base universale. Altri (compreso l’ARS) preferiscono il lavoro garantito. Ma è un modello che a mio parere può funzionare solo nelle economie in via di sviluppo e si fonda sulla crescita costante. Crescita che può essere costante e sostenuta, appunto, nelle economie acerbe ma che tende a un equilibrio quasi piatto e orizzontale nelle economie mature. Il limite del modello della crescita infinita deriva non solo dal fatto che le risorse non sono infinite ma soprattutto dal fatto che i consumi non possono crescere infinitamente. Ma è un discorso su ci ci si potrebbe dilungare troppo.

    Tornando all’inflazione, io cito spesso uno studio accademico del 2005 che misura gli effetti dell’inflazione in termini di redistribuzione della ricchezza. Nelle sue conclusioni dice:
    “We find that even moderate inflation leads to sizeable redistribution of wealth. The wealth effects of inflation induce highly persistent effects on both individual welfare and aggregate economic activity.

    Based on U.S. data, we show that the redistribution caused by an inflation episode tends to increase the welfare of domestic households on average. This conclusion arises for two reasons. First, inflation imposes a tax on foreigners who hold domestic nominal assets. If the foreign net nominal position is positive, inflation creates a windfall from the perspective of domestic households. Second, inflation tends to redistribute income from the relatively rich to the relatively poor, which is also registered as an improvement by standard weighted welfare measures.
    Our findings therefore lead to some doubts regarding the conventional wisdom that low inflation
    is always in the best interest of the domestic population.”

    Credo non sia necessario, ma se serve lo traduco.

  2. Giuseppe Cernuto ha detto:

    Dimenticavo il link allo studio che ho citato…
    https://www.minneapolisfed.org/research/sr/sr355.pdf

  3. stefano.dandrea ha detto:

    Giuseppe, certamente di imposta occulta parlava Einaudi e parlano tutti i liberali.
    In effetti è una politica che colpisce il risparmio finanziario non investito nella produzione di beni reali, diminuendone il valore. Preservarne il valore e poi tassarlo espressamente del 3% o fare una politica che ne riduce il valore del 3% non mi sembra una cosa molto differente. Diciamo che è un problema, come si dice, di “comunicazione”.
    Il lavoro per tutti si può creare benissimo, se si vogliono assumere i “costi” di vario tipo che esso può comportare. Dobbiamo ricostruire quasi tutte le reti fognarie, bonificare laghi fiumi e canali, nonché alcune terre, ricostruire strade e autostrade, installare innumerevoli depuratori oggi non funzionanti o non idonei. Separare le acque scure dalle chiare in ogni abitazione, ristrutturare un numero immenso di abitazioni per tutelare il paesaggio. Rendere belle scuole e università. E poi produrre i nostri telefonini, i nostri PC e le nostre TV, se proprio vogliamo questi beni. E divenire avanguardia in alcuni settori tecnologici, e così via. Certamente si tratta di circuiti monetari “brevi” e soprattutto, raggiunta la piena occupazione, se continui, sottrai mano d’opera ad attività che vendono beni di consumo e crei processi inflazionistici evidenti (ma soptrattutto orienti la produzione e cioè introduci elementi di socialismo). Ma si può fare.

    • Giuseppe Cernuto ha detto:

      Non è un semplice “problema di comunicazione”. Fra il 3% di tasse e il 3% di inflazione ci sono due differenze fondamentali.

      1) Le tasse colpiscono non solo i valori monetari ma anche i beni: immobili, barche, auto, apparecchi televisivi, ecc. Questo ha effetti distorsivi sul mercato, perché ad esempio le tasse sugli immobili deprimono la domanda, aumentano l’offerta e il risultato è un deprezzamento degli immobili. Il deprezzamento ha anche un altro nome: deflazione. Cioè esattamente il contrario di quello che vorremmo ottenere: se da un lato trasferiamo moneta con le tasse, dall’altro la moneta (e quindi il capitale accumulato) rafforza il suo potere di acquisto nei confronti dei beni tassati.

      2) L’imponibile su cui si pagano le tasse è occultabile. Ad esempio può essere non dichiarato (nero) o portato all’estero. La perdita di valore della moneta è ineludibile. Si applica automaticamente su tutti i beni monetari, dichiarati o occultati, ovunque essi si trovano. Inoltre non ha costi di rilevazione, controllo, esazione, contenzioso, ecc.

      L’inflazione rispetto alla tassazione comporta diversi vantaggi. Purtroppo la discussione da decenni è tabu. E’ stato etichettato come uno dei mali assoluti economici ed è stato mistificato, presentandolo come una tassa occulta per il lavoratore e il pensionato, mentre è esattamente il contrario. Il guaio è che la mistificazione è riuscita e fare aprire gli occhi alla gente richiede da parte loro una certa dose di spirito critico e la disponibilità ad ascoltare e valutare con la propria testa opinioni che contrastano con ciò che viene affermato dai giornalisti e dagli economisti mainstream.
      Ogni volta che tento di spiegare i meccanismi macroeconomici mi accorgo di partire con un deficit di credibilità. L’atteggiamento tipico è quello di chi è un po’ frastornato dall’aver capito ma allo stesso tempo pensa: “sembra giusto, ma tutti quegli esperti non possono essersi sbagliati!”.

      • stefano.dandrea ha detto:

        Caro Giuseppe,
        si tratta nella maniera più assoluta e certa di un problema di comunicazione.
        La tua prima obiezione è dovuta ad un tuo fraintendimento di quanto ho scritto. Non ho scritto semplicemente che basta alzare le imposte del 3% per raggiungere il risultato. Ho scritto di imposte sulla titolarità di valori finanziari: “Preservarne il valore e poi tassarlo espressamente del 3% o fare una politica che ne riduce il valore del 3% non mi sembra una cosa molto differente”. Quindi “immobili, barche, auto, apparecchi televisivi” non c’entrano assolutamente nulla.
        Quanto alla seconda obiezione, secondo la quale “L’imponibile su cui si pagano le tasse è occultabile. Ad esempio può essere non dichiarato (nero) o portato all’estero. La perdita di valore della moneta è ineludibile”, essa non è una obiezione, perché sta ad indicare che se desideri tassare del 3% la ricchezza mobiliare, il sistema infallibile consiste proprio nello stabilire tassi di interessi reali inferiori all’inflazione per lamoneta non investita in attività reali, ma semplicemente depositata presso il miglior custode che esista.

        In realtà bisogna chiarire che i titoli di stato non sono altro che una specie di “titoli di deposito” e che è colui che deposita presso lo Stato ad ottenere un servizio (assicurazione contro il furto), nonché un secondo servizio (parziale recupero dell’inflazione con qualche interesse che tuttavia è inferiore all’inflazione) e in cambio di questi servizi deve dare qualcosa (la differenza in valore tra inflazione e interessi).

        Piuttosto va detto che il discorso a favore di un certo tasso di inflazione è più vasto. Si desidera un certo trasferimento di ricchezza (anche per la ricchezza finanziaria investita in altre attività finanziarie, rischiose e magari molto remunerative) dai creditori ai debitori e in generale da chi ha a chi non ha. Ma appunto l’unica ragione delle imposte è quella di operare redistribuzione di ricchezza. Siamo sempre là. Tutto gira intorno almodo di comunicare questi concetti.

    • Giuseppe Cernuto ha detto:

      Riguardo al lavoro garantito, invece, non è un problema di costi. Le risorse finanziarie per uno stato sovrano non sono un problema. E’ un problema di modello.
      Come dicevo, garantire il lavoro a tutti è possibile solo a condizione che il PIL (e quindi il livello dei consumi) possa crescere all’infinito.
      Per dimostrartelo, lasciami usare un approccio matematico, usando il metodo della “reductio ad absurdum”.
      Ipotizziamo quindi che sia possibile garantire a tutti un lavoro, senza far crescere all’infinito il PIL e i consumi. Per lavoro intendiamo qualsiasi attività produttiva che richieda un tempo di esecuzione maggiore di zero (in pratica qualsiasi cosa non richieda un tempo nullo, che evidentemente si tradurrebbe in “non fare nulla”).
      In termini matematici questo vuol dire che esisterà un livello X di PIL, tale per cui qualunque sia il livello occupazionale, con tempo medio lavorato T>0, il PIL generato Y sarà sempre <= X.
      Bene, adesso immaginiamo di trovarci nella situazione di equilibrio ideale: abbiamo la piena occupazione, con un tempo medio lavorato T0 e produciamo il massimo PIL raggiungibile, cioè X. A un certo punto, un'azienda trova il modo di ottimizzare il proprio processo produttivo, riducendo i tempi e i costi di produzione del 30%. Gli si prospettano tre alternative:
      A) aumentare la produzione (preservando la piena occupazione)
      B) mantenere la produzione corrente (riducendo gli occupati).
      C) mantenere la produzione corrente (riducendo le ore lavorate e mantenendo tutti gli occupati).

      Se optasse per la soluzione A, il PIL aumenterebbe e questo è in contrasto con l'ipotesi di partenza, quindi la dobbiamo scartare.

      Se optasse per la soluzione B, non avremmo più la piena occupazione. E anche questo è in contrasto con l'ipotesi di partenza, quindi dobbiamo scartarla.

      Resta solo l'opzione C.
      Il risultato di questo processo è quello di avere una piena occupazione, con PIL = X e un nuovo tempo medio lavorato T1 = T0 – R0 (con R0 infinito) tende a T0. O, in altri termini, la sommatoria di (T0 – Rn) tende a zero.
      Poiché abbiamo definito lavoro qualsiasi attività che abbia un tempo di esecuzione maggiore di zero, la soluzione C è ugualmente da scartare perché contraddice l’ipotesi di partenza.

      In conclusione, il lavoro garantito è una strategia perseguibile solo accettando la condizione si PIL e consumi infinitamente crescenti. E poiché questo non è sostenibile nel lungo periodo, chi si propone di costruire un modello per la società del futuro dovrebbe scartarla.
      Faccio notare, inoltre, che la soluzione verso cui l’apparente soluzione iniziale (C) converge è quella di una progressiva distribuzione di reddito senza un corrispettivo tempo lavorato. In altre parole, l’unica condizione sostenibile per garantire una distribuzione di reddito su tutti i cittadini è quella di istituire un reddito di base universale.

      Spero che questo ti faccia riflettere. :)

      • stefano.dandrea ha detto:

        Il Pil può crescere in servizi o in consumi non inquinanti. Ti ho già detto che servirebbe lavoro per rifare reti fognarie, depuratori, bonificare laghi fiumi canali, ecc. ecc. Poi basta abolire buste bottiglie e involucri di plastica, imporre la resa dei vuoti, sostituire il trasporto privato con efficace trasporto pubblico, ecc.ecc.. Questa idea che il pil non debba crescere è sciocca. Sono i consumi individuali che i singoli devono tenere sotto controllo (lo stato può fare poco ma qualcosa può fare); sono le pubblicità che vanno se non vietate, trattate diversamente sotto il profilo del fisco; sono i grandi mercati di alcuni beni che vanno distrutti e sostituiti con piccoli mercati; ecc. ecc.

        Inoltre, salvo qualche poeta, le persone che passano la giornata a non lavorare per lunghi periodi della vita nel 90% dei casi sono fogne morali, incapaci di educare i figli e adempiere i dovere essenziali, fondamentalmente semi-depresse. Quindi, almeno un turno a spaccare le pietre, magari per 4 ore al giorno, lo devi prevedere :)
        La tua concezione è ingenua e altamente immorale.

        • Giuseppe Cernuto ha detto:

          Scusami, cosa c’è di immorale nel distribuire il beneficio della tecnologia?
          E’ forse più etico costringere le persone eternamente a sostituire un beneficio con altro lavoro produttivo in una corsa senza fine? Come dire che non possiamo fermarci quando stiamo bene ma dobbiamo sempre lavorare lavorare lavorare e produrre produrre produrre.
          Se facciamo un esempio su scala domestica è come se, una volta inventata la lavatrice, fosse immorale starsene sdraiati sul divano a leggere un libro e godersi la biancheria lavata ma dovremmo impiegare il tempo risparmiato a fare qualche altro lavoro domestico. E se non c’è niente da fare ce lo dobbiamo inventare, perché non importa quanto viene prodotto ma importa primariamente che si lavori.
          Io trovo questa visione aberrante.

          Sul piano dei consumi individuali tu dici che “devono essere tenuti sotto controllo”. Una visione che non condivido perché siamo nella sfera dei bisogni individuali e, se non togli nulla alla collettività, non ha alcun senso porre dei limiti. Ma, a prescindere dall’aspetto moralistico , prendo atto che concepisci l’idea che i consumi individuali non possano essere illimitati.
          Ciò che però non capisco è sulla base di cosa stabilisci che la produzione (e quindi i consumi) collettivi possano crescere all’infinito. Tu citi una serie di misure, dal rifacimento delle reti fognarie alla bonifica dei canali… tutte cose giuste, per carità, ne potremmo anche aggiungere altre.
          Ma esisterà anche in questo caso un limite oltre il quale la produzione diventa superflua e inutile.
          Immaginiamo che X sia la quantità di PIL prodotta dalla pubblica amministrazione per avere i servizi ottimali per la collettività, con un livello di piena occupazione. Cosa succede se vengono inventate nuove macchine in grado di dragare i fiumi con la metà delle persone o in metà tempo?
          Forse il fiume verrà dragato due volte anziché una. Forse le utilizzerai per rifare la rete fognaria una volta più del necessario. Qualsiasi cosa darai loro da fare, poiché partivamo da una situazione ottimale, la conservazione dell’occupazione implica una sovrapproduzione rispetto alla necessità di consumo. Individuale o collettivo che sia.

          La scelta più logica sarebbe distribuire questo beneficio, questo vantaggio in termini di minor tempo necessario a lavorare, a tutta la collettività. Dire “nel corso dei secoli siamo stati bravi a risolvere i problemi di produzione e adesso possiamo permetterci di scegliere come impiegare il nostro tempo”. L’equivalente su scala collettiva del concedersi il tempo di leggere un libro sul divano perché ora i panni li lava la lavatrice.

          Costringere invece le persone reimpiegare il proprio tempo in altre attività produttive, anche se superflue, perché “è immorale non lavorare” (usi addirittura il termine di “fogne morali”), è a mio avviso una grave distorsione sul piano etico.

          • stefano.dandrea ha detto:

            Fino ad ora,
            io conosco professionisti borghesi ricchissimi che lavorano 14 ore al giorno per una vita. Minatori in pensione che lavorano in nero da venti anni. Stranieri che fanno i braccianti 12 ore al giorno. Magistrati che lavorano sessanta ore al giorno. E nel famoso trentennio glorioso, non c’era nessuno o quasi che non svolgesse un secondo lavoro o almeno non fosse dedito all’auto-produzione. Io tutte queste persone di valore che non lavorano per niente (altro è non essere grandi lavoratori; qui nessuno sta sostenendo che bisogna trascorrere la vita a lavorare) non le conosco. Nel 90% dei casi sono le peggiori.
            E poi ci sono tante cose da fare. Immagina che decidiamo di rifare tutte le città belle o bellissime e buttiamo giù palazzi e ricostruiamo con altri criteri. Sono altri 100 anni di lavoro per tutti. No, ripeto, la tua concezione è ingenua e confonde il sacrosanto diritto al tempo libero, al riposo, alle ferie, a giornate lavorative di lunghezza limitata e a una giusta retribuzione, da parte dei dipendenti, pubblici e privati (gli autonomi fanno come vogliono), con un mondo che non esisterà mai, che quasi nessuno desidera e che sarebbe mostruoso (a mio avviso i tossici crescerebbero continuamente fino a raggiungere, a un certo punto, l’80% della popolazione).

  4. Giuseppe Cernuto ha detto:

    Perdonami, ma perché non riesci a distaccarti da singoli esempi puntuali e dalla situazione attuale?
    Io sto parlando di visione e modello della società. Qualcosa che deve avere un punto di equilibrio a lunghissimo termine. Se costruiamo la società su un modello che già il punto di equilibrio non ce l’ha, siamo fuori strada e stiamo facendo né più né meno quello che fanno i politici di turno che rispondono ai bisogni del momento senza pensare al “dopo”.

    Quello che ti chiedo, quindi, è dimostrarmi la sostenibilità del lavoro garantito. E per farlo dovresti dimostrare la falsità della mia dimostrazione. Altrimenti il fatto che a te piaccia o che ci sono dei ricchi che lavorano 14 ore al giorno o che oggi potremmo rifare da zero tutte le città, non cambia il fatto che da un certo momento in poi lo sviluppo basato sulla piena occupazione mostrerà la corda.

    Oltretutto, la soluzione che emerge dalla dimostrazione (distribuzione tramite reddito di base), penso sia più desiderabile. Sfido io chiunque a desiderare di occupare il proprio tempo in attività che vengono scelte da altri piuttosto che occuparlo in attività che si possono scegliere in autonomia.

    Davvero non capisco questa immotivata goduria nel vedere la gente sudare e faticare. Direi che ha proprio del sadomasochistico. :)

  5. stefano.dandrea ha detto:

    Ma quale goduria nel vedere gente sudare e lavorare! Per me gli autonomi fanno come vogliono. Gli autonomi o i subordinati che nel tempo libero si dedicano a produrre (carni, ortaggi, frutti, quadri, lavoretti) o a leggere e vedere film fanno come vogliono. E poi ci sono i subordinati che vanno tutelati per retribuzione, stabilità, orario, riposo, ferie, dignità.
    La sostenibilità è evidente ed è dimostrata da tutta la storia in ogni tempo e luogo. I professori ci saranno sempre o no? I bidelli? I costruttori e ristrutturatori di scuole? I magistrati? Gli avvocati? I commerialisti? Le imprese di pulizia? I consulenti del lavoro? I produttori di scarpe? I cantanti? I musicisti? Gli attori? I produttori cinematografici? Gli editori? Gli assicuratori? Gli enti che fanno credito agli investitori? la pubblica amministrazione che cura interessi mille interessi pubblici (pulizia delle strade, illuminazione, verde, ecc. ecc.)? I ricercatori? I produttori di lampadine? Gli agricoltori? Gli allevatori? I soldati (mica puoi escludere che un popolo straniero ti assalga magari perché sul tuo territorio sono state scoperte terre rare)? Gli assistenti sociali? Gli psicologi? Gli psichiatri? I produttori di abiti? Le badanti? Che devo dimostrare? E perché questa gente e tanta altra che lavorerà comunque dovrebbe pagare le tasse per chi non vuole lavorare?
    Non credo di aver niente da dimostrare. Siete voi che dovete dimostrare CONCRETAMENTE che in un lembo di terra che non sia una piccola comune ma almeno un piccolo Stato si riesce a generare il sistema di vita che vagheggiate e che tale sistema sia solido, duraturo e capace di resistere a crisi.
    Ripeto, qui nessuno sta affermando che obbligatoriamente tutti devono ammazzarsi di lavoro, anzi. Si sta affermando che chi non lavora (per colpa) il minimo richiesto non mangerà e non godrà dei servizi pubblici. E che lo Stato ha il dovere di promuovere quella occupazione.

    • Giuseppe Cernuto ha detto:

      Ma “siete voi che dovete dimostrare” cosa? E voi chi? Io non rappresento nessuno, ho solo posto una questione economica argomentandola in maniera scientifica. Se io affermo A e te lo dimostro usando gli strumenti della logica e della matematica, se tu affermi B (incompatibile con A) devi evidenziarmi una contraddizione logica nella mia dimostrazione.

      Io ho dimostrato che QUALUNQUE siano le professioni, QUALUNQUE sia il livello di PIL e QUALUNQUE sia il livello di consumi, non è possibile fissare un limite superiore se si intende preservare la piena occupazione. Quindi è inutile elencarmi uno, cento o diecimila figure professionali, per dirmi che avranno sempre lavoro perché non è rilevante. La questione non è se esisteranno in futuro delle figure professionali ricercate. Diamo per scontato che esisteranno. Il punto è che qualunque siano (e in qualunque quantità) le figure professionali che sopravviveranno e si avvicenderanno nel tempo, se si preserva la piena occupazione il livello dei beni/servizi prodotti e quindi dei consumi individuali e/o collettivi è destinato a crescere indefinitamente. E questo è incompatibile con la natura finita delle risorse, inclusa la risorsa “tempo” (non abbiamo un tempo infinito per consumare i beni e i servizi). Arriverà quindi un momento (domani, fra 10, 100 o 1000 anni… non è rilevante) in cui il livello di produttività raggiunto nei vari settori sarà tale da assorbire completamente la capacità di consumo. Da quel momento, la risposta a un’innovazione non potrà che essere un surplus di produzione rispetto alle possibilità di consumo, che sono necessariamente “finite”.

      Allora, prima di parlare di doveri che i cittadini o lo Stato dovrebbero avere, il compito preliminare di chi ispira e dirige un movimento politico dovrebbe essere quello di verificare che le idee e i modelli su cui viene articolata l’azione politica siano compatibili con la realtà scientifica. Io ho posto una questione in termini puramente scientifici, non politici e nemmeno etici. Qualsiasi obiettivo, etico, politico o sociale che sia, ha senso che diventi “azione” solo nel momento in cui è convalidato (o almeno non contraddetto) dal punto di vista scientifico. Quindi, il mio consiglio è quello di prendere una persona fidata e competente (dato che evidentemente per te io non lo sono) che ti aiuti a capire se quello che sostengo è vero o falso.
      In questo modo, se è falso, non avrai difficoltà a smontare la mia tesi. Tu ne usciresti rafforzato nelle tue convinzioni e avresti uno strumento di persuasione politica in più. Io imparerei qualcosa di nuovo e cambierei idea. Se invece la mia affermazione è vera, dovresti essere tu a rivedere le tue posizioni, soprattutto in considerazione della responsabilità che ha chiunque eserciti un ruolo di leadership nella società e faccia da ispiratore per molte persone.
      Rispondere alle sfide scientifiche sullo stesso piano, usando lo stesso metodo e lo stesso rigore formale, è un modo per rendere più forti le proprie idee ma anche uno strumento per verificarne la validità. Perché, diciamolo chiaramente, nessuno è infallibile e le idee, anche quelle apparentemente più alte e nobili, possono cadere di fronte alla prova del contraddittorio logico-scientifico.

      Ovviamente tu sei libero di decidere se e come affrontare questo genere di sfide.
      Io, dal canto mio, non potrei mai riconoscermi in un movimento che propone idee e azioni politiche sulla base di un modello che mi appare economicamente insostenibile sul lungo periodo e che non risponde in maniera appropriata a un “challenge” di tipo scientifico.

      • stefano.dandrea ha detto:

        Giuseppe,
        ammettiamo che tra 100,1000 o 10000 anni arriverà il tempo che dici tu. E vuoi pensarci adesso? E perché? Questo non riesco a capire. E figurati quante distruzioni ci saranno state fino a quel tempo per pestilenze, terremoti e guerre. E resta anche il fatto che i consumi che consistono in servizi non hanno limiti, almeno io non ne vedo.
        Tuttavia, a parte questa questione teorica, un movimento politico fa proposte di fase, elaborazioni per la fase successiva e obiettivi diciamo trentennali. Quale movimento politico nella storia dell’umanità si è mai posto obiettivi che siano andati oltre questi tempi? Io francamente credo che si debba essere molto ma molto umili, visto che già stiamo perseguendo una strada che forse darà i primi risultati in termini di visibilità, successi elettorali e diffusione di idee tra alcuni anni.
        Io e te ci poniamo, evidentemente, su due piani completamente differenti. Sul piano politico le tue affermazioni non hanno senso. Quando avremo bonificato tutti i laghi i fiumi e i canali, ricostruito le reti fognarie le strade e le autostrade, distrutto quartieri abominevoli e ricostruito città meravigliose, arrestato il consumo di cemento e arrestato l’abbandono della terra, ricostruita una scuola pubblica capace di promuovere i talenti e generalmente idonea a formare pensiero critico, moltiplicato per mille le biblioteche e ridotto al lumicino il consumo di TV se ne può riparlare :) Ma saranno trascorsi almeno 30 anni, se non 50.

        • Giuseppe Cernuto ha detto:

          Dici: “ammettiamo che tra 100,1000 o 10000 anni arriverà il tempo che dici tu. E vuoi pensarci adesso?”

          E’ la classica argomentazione con cui si scarica sulle generazioni future la responsabilità di aggiustare le cose. Praticamente è la stessa logica con cui i banchieri centrali hanno costruito un sistema monetario internazionale basato sul debito e sono andati avanti per decenni dicendo “vabbè… prima o poi arriverà il tempo dell’implosione, ma tutti adesso contraggono mutui e comprano case, la gente si indebita, gli scambi volano e io mi arricchisco. Perché pensarci adesso?”

          Io non trovo che sia una scelta responsabile puntare su un modello che sappiamo fin da ora essere insostenibile da un certo momento in poi. Soprattutto quando esiste un’alternativa che questi difetti non li ha.

          • stefano.dandrea ha detto:

            No al contrario. Pensare di volerlo fare, magari 1000 anni prima che il problema si presenti è la classica impostazione settaria, che non può dar luogo che a una setta. Significa, infondo, che tutti i grandi politici e statisti del 900 non avevano capito nulla, mentre oggi è arrivata la setta dei consapevoli.
            Il problema della promozione del credito al consumo e dei mutui facili è invece un concreto problema politico, che questo sito ha segnalato forse prima di tutti. Nel mio manifesto personale, che trovi qua sul sito, è scritto: “7. Siamo per l’abolizione del ruolo dei promotori finanziari. La tutela del risparmio non ne implica l’esistenza e anzi è compatibile soltanto con una grave limitazione o con la eliminazione della funzione svolta dai promotori finanziari.” e 9. Ammiriamo il risparmio e non crediamo che la legge debba promuovere l’acquisto a debito di beni di consumo. La Costituzione dice che “La Repubblica incoraggia … il risparmio”, non il debito. E noi intendiamo essere il potere costituente della nostra Carta Costituzionale.

            10. Il mutuo per l’acquisto della prima casa non può avere ad oggetto una somma superiore al cinquanta percento del prezzo e non può avere una durata superiore a quindici anni.

            11. I nuovi strumenti di indebitamento – leveraged buy-out, contratti autonomi di garanzia, leaseback, credito al consumo, carta di credito – o sono già invalidi o devono essere qualificati invalidi.

            12. Sappiamo che le leggi contro l’indebitamento dei cittadini avranno come effetto un aumento del conflitto sociale. E tuttavia sappiamo anche che sarà possibile che il conflitto trovi una giusta composizione per effetto di una nuova equilibrata politica dei redditi. I problemi non vanno evitati ma affrontati e risolti.

            Questa è teoria politica, non scienza o setta.

  6. Giuseppe Cernuto ha detto:

    Visto che ti piace focalizzarti sui 1000 anni (che era solo un modo per dire che non importa sapere quando succederà ma sapere che succederà), ti faccio presente che il processo di ottimizzazione della produttività è già talmente rapido e avanzato, da spingere alcuni studiosi dell’Università di Oxford a dire che secondo le loro stime il 47% dei posti di lavoro negli Stati Uniti si colloca nella categoria ad alto rischio di essere rimpiazzato dall’automazione relativamente presto, ossia nel giro di dieci o vent’anni.

    “According to our estimates around 47 percent of total US employment is in the high risk category. We refer to these as jobs at risk – i.e. jobs we expect could be automated relatively soon, perhaps over the next decade or two.”

    Il paper completo è qui: http://www.oxfordmartin.ox.ac.uk/downloads/academic/The_Future_of_Employment.pdf

    Detto questo, trovo veramente incredibile che conoscere l’insostenibilità di una soluzione e preferirne una che non è insostenibile venga considerato “settario”.

    Ragionando in questo modo, potremmo inviare delle persone a esplorare lo spazio. Sappiamo già che non basterebbe la loro vita per raggiungere il pianeta più vicino, ma perché preoccuparcene adesso? Sarebbe un’impostazione settaria. Vorrebbe dire che grandi scrittori e registi del ‘900 che l’hanno teorizzato non avevano capito nulla. E noi non vogliamo mica fare la setta dei consapevoli. Mandiamoli a morire inconsapevolmente! :)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *