Famiglia e contratto

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6 Risposte

  1. Matteo ha detto:

    Articolo eccezionale per rigore e profondità, nell’epoca dell’evanescente chiacchiera internettiana.

  2. stefano.dandrea ha detto:

    Aderisco al giudizio di Matteo

  3. Lorenzo ha detto:

    Articolo interessante e approfondito, che tocca il liberismo in uno dei suoi punti più deboli, la dottrina dei sentimenti e della famiglia, per loro natura sottraentisi ai rapporti d’interesse.

    Unico appunto: il diritto o volontà statale è tanto poco universale quanto quella dei singoli; per dirla con un quasi-contemporaneo di Hegel, de Maistre, la collettività è il regno dei pregiudizi utili e degli errori condivisi. Quando l’individuo se ne sradica la società va in malora, come sta appunto succedendo all’impero americano, pardon l’occidente. Il neoliberismo è l’espressione di questo processo a livello culturale: per questo rimane in auge nonostante gli scatafasci che continua a causare.

  4. Paolo Di Remigio ha detto:

    Caro Lorenzo, se anche la collettività fosse lo Stato (il dubbio c’è perché essa può essere anche concepita come massa disorganizzata), resterebbe il fatto che i suoi pregiudizi sono “utili”, i suoi errori “condivisi”; ma l’utilità e la condivisione sono due espressioni dell’universalità; “utile” significa infatti che esce dalla propria singolarità ed è PER l’altro; “condiviso” significa comunicato a tutti. Quindi il diritto o volontà statale, RISPETTO AI SINGOLI, è senz’altro universale: tutti sono tenuti all’obbedienza alle leggi. La Costituzione dice all’articolo 54: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi”. Hegel concederebbe senz’altro che, in quanto lo Stato è UNO Stato rispetto ad altri Stati, l’universalità che si esprime nelle sue leggi non è una universalità universale, ma sempre particolare. L’ambito della universalità universale è quello della scienza e della filosofia.

  5. Lorenzo ha detto:

    Paolo, ti ringrazio per la puntuale precisazione.

    Ti faccio solamente notare che il fatto che un insieme di pregiudizi sia condiviso da uno, alcuni o tanti non autorizza il trapasso dal Sein al Sollen, dall’essere al dover essere, e quindi alcun tipo di obbligazione o dovere. Anche il rapporto fra padrone e schiavo, per fare un esempio, implica una condivisione e una reciprocità, è statuito legislativamente, quindi “universale” nel senso da te menzionato; non per questo è scontato che lo schiavo si senta vincolato a rispettarne i termini.

  6. Paolo Di Remigio ha detto:

    Caro Lorenzo, trovo solo ora il tempo di rispondere. Se capisco bene la tua osservazione, secondo te la circostanza che il pregiudizio sia condiviso da molti , abbia cioè un carattere universale, non gli dà legittimità. Ho scritto “il” pregiudizio con intenzione: se questo articolo significa “un” pregiudizio, sono d’accordo con te; se invece si tratta di un “insieme” di pregiudizi (come del resto scrivi), la questione si fa diversa e, credo, molto importante. L’idea di Stato moderno sorge con Bodin, quando lo concepisce come sovrano rispetto alle diverse religioni diffuse in un popolo. Il fatto che le diverse religioni (cioè i diversi pregiudizi) siano indotte a convivere, a costituire un insieme, fa di questo insieme un valore universale superiore all’universalità dei singoli pregiudizi, dunque come scrivi tu, un “Sollen”. Questo pluralismo dello Stato è la sua dignità etica e lo avvicina all’atteggiamento scientifico, che da parte sua presuppone la discussione critica tra diversi ricercatori. Viceversa, lo Stato come unità monolitica, dunque senza partiti, ma, poiché immediatamente sono presenti solo pregiudizi, di fatto a partito unico, nonostante lo si ammanti a volte con l’aggettivo etico, è lo Stato non libero, dunque non etico. Credo insomma che il pluralismo e la laicità siano i valori superiori, che la dignità di uno Stato, sia esso democratico, liberale, socialista, monarchico ecc., dipenda dalla misura in cui, nel conservarsi, li realizza

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