Il multiculturalismo forzato e l'immigrazione di massa rallentano l'integrazione: considerazioni sociologiche

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6 Risposte

  1. Queen ha detto:

    > Secondo l’utilitarismo universalista degli economisti, il voler perseguire il massimo della felicità per il massimo numero di persone: quindi, ciò che accade alle popolazioni autoctone dei paesi ospitanti non ha alcuna importanza fintanto che nel complesso le migrazioni producano benefici a livello mondiale.

    Il principio per cui è legittimo anteporre il bene comune della maggioranza al bene comune della minoranza è un principio democratico più che utilitarista. Ergo se tu sei a favore della democrazia sei a favore di questo principio. Quello su cui non sei d’accordo è al massimo che questo principio venga esteso su scala mondiale.

    > In realtà, alcune ricerche hanno evidenziato che, a livello sociale, un basso livello di migrazione comporta una serie di vantaggi, mentre un alto livello della stessa porta con sé una serie di perdite.

    Quali ricerche? Potresti dare alcuni riferimenti? Quali sono queste serie di vantaggi e queste serie di perdite? Le puoi elencare? Puoi fare degli esempi?

    > Il valore del senso di identità comune di un popolo è fondamentale, perché predispone le persone ad accettare la redistribuzione del reddito dai ceti più ricchi verso quelli più poveri, e a condividerne il patrimonio culturale. L’avversione nei confronti dell’identità nazionale, assiduamente propagandata dai principali mass media, rischia di avere conseguenze molto costose: una ridotta capacità di cooperare e una società meno equa, cosa che uno Stato sociale come il nostro non può assolutamente permettersi.

    In che modo il senso di identità comune di un popolo è correlato all’accettazione della redistribuzione della ricchezza? Inoltre se parli di “reddito dai ceti più alti a quelli più bassi” non stai facendo una redistribuzione di ricchezza, ma bensì un trasferimento di ricchezza. Quali sono poi questi principali mass media che propagandano “l’avversione nei confronti dell’identità nazionale”? Puoi menzionarne qualcuno?

    > La distanza culturale è un concetto importante, ed è possibile misurarla oggettivamente in base al numero di rami che separano le lingue di due culture secondo l’albero linguistico: credere che l’impatto sociale dell’immigrazione di massa non sia una variabile da tenere in considerazione significa perpetrare una politica globalista sconsiderata.

    Se la distanza culturale è possibile misurarla, significa che esiste una unità di misura secondo la quale è possibile misurarla. Come si misura la distanza culturale? In metri? Ohm? Joule? Kg? Assumendo comunque che sia possibile misurare la distanza culturale dal numero di rami che separano le lingue di due popoli (i popoli parlano le lingue, non le culture, ma questo forse è chiedere troppo evidentemente), allora significa che i tanto vituperati rumeni sono vicini agli italiani più di quanto si pensi (come i francesi e gli spagnoli), eppure par di capire che quasi nessuno in Italia li vuole. E’ un problema di “distanza culturale” o proprio gli immigrati non li volete?
    L’immigrazione di massa poi non è una variabile, ma una costante nella storia. Fu immigrazione di massa quella degli italiani nelle americhe, quella degli spagnoli nel Sud America, quella degli inglesi e irlandesi in America del Nord e Australia, quella degli olandesi e degli inglesi in Sudafrica, e così via fino agli unni, i traci, e gli altri popoli europei che provenivano quasi tutti dal Caucaso (da cui appunto l'”etnia caucasica”).
    E senza contare l’immigrazione degli asiatici in Nord America, visto che gli inuit discendono di fatto dai popoli asiatici (attraverso lo stretto di Bering).

    • max ha detto:

      le retoriche e i falsi perbenismi/buonismi non aiutano nè noi nè loro (tradotto noi/loro,perchè aiutiamoci ed aiutarli è il medesimo concetto)..se poi volesse fornire nome ed indirizzo a casa sua a sue spese quanti ne ospita’

  2. Matteo ha detto:

    Incredibile la mente del progressista medio.
    Riesce ad avere da ridire persino per questo timidino timidino articoluccio politicamente correttissimo, scritto non a caso da chi ha elaborato una proposta di legge sull’immigrazione talmente blanda da far pensare che il suo scopo sia quello di aumentare gli allogeni sul nostro territorio.
    Ovviamente, poi, il progressista è anche ignorante (si sa, la storia piace solo se scritta da Eco) indi si permette di definire “costante della storia” qualcosa che costante non è, usando come esempi tragici episodi di genocidio autoctono.
    Interessante il cortocircuito mentale che questo genera…

  3. Queen ha detto:

    Matteo, risponda nel merito.

    L’immigrazione di italiani in America fu genocidio?
    L’immigrazione delle popolazioni asiatiche in Nord America via lo stretto di Bering fu genocidio?
    L’immigrazione degli ebrei in Europa fu genocidio?
    Le migrazioni indoeuropee furono genocidio?

    Tralasci gli argomenti ad hominem, sono per menti deboli e ovviamente non è il suo caso, vero?

  4. Lorenzo ha detto:

    Aveva ragione Gramsci a ritenere prioritaria la battaglia culturale. Se si adottano passivamente i parametri spirituali dell’avversario (umanesimo, antirazzismo, cosmopolitismo) tutto diventa una battaglia di retroguardia e bisogna fare i capitomboli per trovare ragioni contro l’invasione extracomunitaria.

    Fra le varie imprecisioni dette da Queen c’è la definizione di democrazia. La quale significa “potere del popolo”, cioè di un gruppo civilmente, geograficamente, razzialmente e/o censitariamente determinato, il quale non necessariamente lo esercita tramite il meccanismo maggioranza/minoranza contestato da rousseAu. Ad esempio può esercitarlo tramite l’azione del partito-stato, tramite l’identificazione estatica in una personalità carismatica ecc. Più corretto è il riferimento all’utilitarismo importato dal conquistatore anglosassone, vero termine di riferimento della dittatura demoplutocratica.

    Per quanto utilitarismo, a sua volta, significhi tutto e niente, e tutto dipenda da quali siano i soggetti di cui si vuole massimizzare l’utilità e cosa si intenda con questa vaghissima nozione. Col risultato che, tanto per cambiare (siamo filosofi neh), ciascuno può riempire questo piatto colla ciccia che gli sta a cuore, o meglio nel portafoglio.

  5. Matteo ha detto:

    Caro Queen, le faccio notare che i ceppi autoctoni in America (del Nord e del Sud) non erano esattamente quelliche parlavano inglese, spagnolo, portoghese o se è per questo italiano.
    Per il resto, sposo quanto detto da Lorenzo: l’articolo è un tentativo di condannare l’immigrazionismo selvaggio sulla base della filosofia che lo promuove.
    Terreno alquanto scivoloso, perchè è come giustificare la libera impresa sulla base del comunismo.

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