Sono vegano perché voglio ridurre il mio impatto sulla natura

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4 Risposte

  1. Jacopo D'Alessio ha detto:

    alcune osservazioni su quest’articolo:

    Innanzitutto io stesso che l’ho pubblicato non sono vengano, né vegetariano. E con questo articolo non sto esprimendo il parere del FSI, ma un parere che comunque, alla lunga ritengo importante.

    Ci sono infatti molte teorie scientifiche, e non, che affermano come una dieta vegetariana sia migliore di quella carnivora. Ma la cosa che a me, personalmente, colpisce molto di questa faccenda è come il cibo sia in realtà, non solo legato alla salute, ma proprio come si afferma qui, sia all’ambiente, sia al ciclo produttivo e commerciale.

    Catene della grande distribuzione come quelle tedesche (es: Lidle) e francesi (Carrefour) hanno decisamene spiazzato la produzione italiana, che fino agli anni ’90 riusciva ancora a tenere un ruolo significativo nel nostro paese, distruggendo il patrimonio artigianale, la filiera corta, e il negozio a gestione familiare. I trattati UE che non proteggono volontariamente i nostri prodotti DOC vanno in questa direzione per indebolire sempre di più le nostre filiere interne.

    L’attenzione verso un cambiamento dell’alimentazione perciò è legato, credo, sia ad una questione di salute: ovvero, che sicuramente è stato imposto un consumo straordinario di carne, uova, e derivati del latte, rispetto ai decenni successivi al dopo guerra. Ma non credo che gli stessi prodotti, in allevamenti a terra e in condizioni igieniche e sostenibile, come è avvenuto per decenni qui in Italia possano essere la causa di tutte le nostre malattie.

    L’altra critica che mi sente vicino ai contenuti di quest’articolo va piuttosto a come la produzione di questi stessi alimenti , nel modo industrializzato globalista, abbia un impatto dirompente e negativo su cicli di produzione, direi in modo specifico, italiano piuttosto che quello europeo e soprattutto USA (es: vedi Monsanto).

    Se si pensa un attimo a come, ad esempio, trattati economici quali il TTIP, che è stato ideato proprio a favore delle multinazionali americane, sia in effetti legato principalmente ad industrie chimiche e alimentari, allora, ritengo che vada compiuta anche una riflessione maggiore anche sul ruolo che il cibo in realtà occupa nelle analisi economiche.

  2. Bruno Farinelli ha detto:

    Francamente non condivido il taglio dell’articolo. Si parla di “bramosie lobbistiche” in riferimento alla filiera della carne o casearia. In realtà una visione di questo tipo eliminerebbe interi settori economici, altro che lobbies. Oltre a decretare la fine di una cultura gastronomica nazionale. Mi sembra che sia un articolo privo di fondamenta. “Ci sono infatti molte teorie scientifiche, e non (!!!), che affermano come una dieta vegetariana sia migliore di quella carnivora”: la nostra dieta, parlo di quella mediterranea, è onnivora non carnivora. Francamente mi piacerebbe leggerli questi articoli. Io sono per una difesa a oltranza della cultra gastronomica nazionale: nell’articolo mi sembra si punti a una distruzione totale. Inoltre non si capisce il legame tra passaggio al veganesimo e l’inquinamento del fiume Culm. Se un’industria inquina il problema è quell’industria non la produzione in sè.

  3. Stefano D'Andrea ha detto:

    Nemmeno io condivido il taglio dell’articolo. In generale, tutte le proposte politiche basate su tesi (asseritamente) scientifiche mi lasciano indifferente e sospettoso. Non me ne frega niente del fatto che gli scienziati dicano che comportandoci in un modo il mondo durerà un milione di anni e comportandoci in un altro diecimila o mille: non mi affido alla scienza più di quanto non mi affidi ai preti. Basta una grande guerra o una particolare pestilenza (o una nuova rilevante scoperta scientifica) tra cinquemila anni e i calcoli vanno a farsi friggere, con la conseguenza che l’umanità si sarebbe comportata in un certo modo suggerito dagli scienziati del tutto inutilmente!
    Mangio poca carne perché oggi la carne fa schifo e sono contro gli allevamenti intensivi perché producono carne pessima, magari talvolta anche dannosa, e rendono la vita degli animali prima del macello inaccettabile (oltre a rendere la vita difficile ai piccoli allevatori).
    Una famiglia nella quale il lavoro non è troppo impegnativo o totalizzante, dovrebbe coltivare, se ne ha la possibilità (ma i Comuni dovrebbero dare in comodato orti adatti), una trentina di polletti, una cinquantina di conigli ed eventualmente anche il maiale, ogni anno, oltre ovviamente a ortaggi, verdure e qualche albero da frutto. Io ho avuto la fortuna di avere fino al 1985 mio nonno e dal 1989 al 2009 mio suocero, che hanno avuto simili piccoli allevamenti. E per questa ragione mi considero benedetto dal destino.
    Esistono argomenti “umanistici”, non scientifici e non vegani, per contestare gli allevamenti intensivi. Il veganesimo non è una proposta politica ma una legittima filosofia di vita.

  4. massimiliano veneziani ha detto:

    Per una volta posso accettare di buon grado il pensiero di D’Andrea quando si tocca tale argomentazione anche se non sarei cosi convinto nel dover liquidare alcuni allarmi dati dagli scienziati o sul discorso che una tale quantità di esseri umani non può sostenere un consumo cosi elevato di produzione “industriale” di carne, ripeto industriale, non si parla di colpire gli allevatori piccoli od i produttori locali, la preoccupazione è focalizzata sugli allevamenti che devastano ettari di foreste per le innumerevoli caten fast food. Io credo che il problema sia anche in questo derivato dalla natura prettamente bieca e devastatrice del capitalismo spinto di questi ultimi 30 anni, un sistema che non ha rispetto ne degli uomini, animali, culture locali, piccole aziende… Nulla! Per ciò che riguarda l’articolo trovo interessante che il problema dello sfruttamento del suolo ed ambientale sia finalmente mensionato anche qui, complimenti a Jacopo D’Alessio per l’argomento trattato.

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