di L’INTELLETTUALE DISSIDENTE (Antonio Martino)

Nella vita di un moderato medio esistono delle certezze inscalfibili, temprate con la paziente tenacia dell’ameba lungo anni di inconsistente piattume mentale. La brava copia di Repubblica sottobraccio, una risatina- contenuta, per carità!- alla lettura del tagliente corsivo di Michele Serra (che non faccia più ridere dai tempi di Cuore è un problema ignoto a chi non sa cosa sia l’umorismo…), il solito cornetto ecobio condito di insulse ovvietà perbeniste: la mattina tipo del progressista si avvia a ripetere ogni dì l’eterna commedia del vecchio compagno che, appeso l’eskimo e la barba per un completo Facis e un paio di calvizie piccoloborghesi, si ritiene sempre fedele al fanciullino che era non dimenticando l’eterna lotta degli ultimi e degli sfruttati. Passata la moda della contestazione parolaia e inconcludente, egli ha indossato tutti gli abiti della sinistra giusta senza mai fermarsi a pensare- non potendo…- che il suo era il moto di una pecora in un gregge. La felicità consiste a volte anche nel credere di sapere non sapendo in realtà nulla: guastare un idillio simile è follia.

Naturalmente il fedele discepolo di Scalfari suole distinguere, in ufficio o al cospetto di signore ingioiellate, tra chi merita la sua compassione e chi, invece, giustamente annaspa nella nera miseria. I fratelli migranti mica sono corrotti, inefficienti, cialtroni e lamentosi come gli italiani: l’autorazzismo, cocaina del radical chic, sommato al peloso umanitarismo d’accatto offre agli orfani di Berlinguer un potente palliativo per affrontare le noiose serate in società.

La narrazione elaborata per le anime belle del nostro capitalismo straccione andava a meraviglia, trovando sulla strada della pietas da operetta el Papa e lady Boldrini, Gassman junior e il sempre vigile Saviano.

Se la cantavano e se la suonavano tra loro, ottimati di un’oligarchia immonda, rifuggendo da ogni confronto con la comoda scialuppa del complottismo in salsa fasciorazzista. Tralasciando per un momento l’oscena disparità di trattamento instaurata tra italiani e migranti, alle anime belle sfuggiva qualunque accenno di dubbio circa le bestiali sofferenze a cui gli “sbarcati” si sottoponevano per giungere in Libia e da lì, per mezzo di gentili signori della malavita locale, affrontare il Mediterraneo su gommoni made in China dopo aver letteralmente bruciato migliaia di chilometri tra le arse sabbie del deserto. Dimenticavano, gli aedi del buonismo in favor di telecamere, che la gran parte di questi sventurati una volta giunte nel Belpaese finisce in altrettante ributtanti condizioni di squallore, degrado e sfruttamento per favorire un circolo ristretto di cooperative- sulla cui legalità sarebbe meglio stendere un velo pietoso- e ingrassare i porci ingranaggi del sottobosco politico.

La vita sociale è fatta di miti, e quello dell’immigrazione era un racconto fantastico che permetteva a chi lo sosteneva di sentirsi buono, pulito, umano, mentre le barbarie populiste tornavano (non si sa né quando né da dove erano partite) sul Vecchio Continente. Un piccolo esempio di quanto meschino sia questo modo di non-pensare lo aveva dimostrato l’uomo Rio Mare su Twitter. In un colpo solo cadevano tonnellate di carta pesta retorica, e l’immigrato diveniva lo Zio Tom delle assolate campagne d’Italia: chi non vuole i pomodori sulla propria tavola? Vedete che alla fine l’immigrazione conviene a tutti? Peccato che non sia così, e fatti orridi dimostrano come gli eventi vengano ormai sepolti dalle opinioni. Piccolo assaggio di una weltanschauung precisa.

I vari idioti dimostravano ciarlando la loro infima considerazione dell’Uomo: il Migrante per costoro è un feticcio così come lo era quarant’anni fa l’operaio proletario.

Che un nigeriano vada a prostituirsi per comprare la droga o passi le sue giornate a rincoglionirsi con il Wi-Fi è un problema che l’anima bella non considera neppure. Il Migrante è l’anti-Italiano, un’umanità reificata su cui trasferire tutte le qualità che il popolo italiano- di cui il radical chic non vuole far parte- non conosce per tare di razza e di classe.

Doveva infine venire Tito Boeri, vecchio compagno capellone divenuto padre padrone dell’INPS e del futuro di milioni di lavoratori italiani, a compiere il capolavoro definitivo: portare il conto dell’immigrazione, la parcella che l’immigrato-massa pagherà per permettere al poltrone italiano un briciolo di pensione. Chiudere le frontiere, mentre la solidarietà €uropea va a farsi benedire distruggendo l’illusione dell’UE patria comune, se per Francia e Spagna corrisponde a un interesse…nazionale per noi equivale a una follia economica. L’Italia perderebbe ben 38 miliardi fino al 2040: il fu compagno Tito si dispera perché

«gli immigrati che arrivano da noi siano sempre più giovani: la quota degli under 25 che cominciano a contribuire all’Inps è passata dal 27,5% del 1996 al 35% del 2015. In termini assoluti si tratta di 150.000 contribuenti in più ogni anno». In questo modo ha spiegato il presidente: «Compensano il calo delle nascite nel nostro Paese, la minaccia più grave alla sostenibilità del nostro sistema pensionistico, che è attrezzato per reggere ad un aumento della longevità, ma che sarebbe messo in seria difficoltà da ulteriori riduzioni delle coorti in ingresso nei registri dei contribuenti rispetto agli scenari demografici di lungo periodo»

Trentotto miliardi sono tanti, in effetti. Equivalgono a quanto paghiamo ogni sei mesi per gli interessi sul debito pubblico fatto schizzare per trent’anni da una logica liberista eversiva: questo però Tito nostro non lo dice, così come evita di chiarire il nodo cruciale dell’occupazione giovanile a cui segue il problema delle nascite.

Quando un giovane su due non lavora, come si può credere che l’afflusso di pari-età stranieri possa giovare al processo produttivo e quindi alla dinamica demografica?

Osiamo rispondere. Si vuole evidentemente introdurre a forza una massa di individui da arruolare nell’esercito industriale di riserva per deprimere la quota salari e rendere di nuovo competitive aziende distrutte da una moneta criminale e da un altrettanto folle politica economica: che a parità di condizioni strutturali una famiglia africana faccia più figli di una italiana è un fatto oggettivo, figurarsi quando i “nativi” sono afflitti da vent’anni di decrescita economica e disoccupazione endemica.

La crescita della popolazione italiana si blocca guardacaso con l’avvento del vincolo esterno e la fine della crescita economica. Il rialzo degli ultimi quindici anni è frutto in gran parte delle famiglie immigrate.

Si torna allora al punto di partenza (e al tonno). Il moderatino che beve il suo bravo caffè al bar ciarlando della venuta dei nuovi Hitler “perché lo dice Santoro su Rai Tre” è l’idiota terminale di una lunga catena ideologica che vede l’Uomo nella sua interezza come mero fattore produttivo, un atomo da cui strappare energia, forza e financo l’anima. Reso merce, l’individuo viene scambiato lungo le traiettorie del Capitale smembrando secoli di legami e millenni di Civiltà. In questo scenario, l’italiano e l’immigrato sono dalla stessa parte della barricata, Uomini contro le vere barbarie. Occorrerebbe capire che il naturale scudo alle ingiurie mortali dei pescecani della finanza sia rappresentato ancora una volta dagli Stati Nazionali, indipendenti e sovrani: ma la logica, oggigiorno, è una merce ben più rara dell’idiozia.

fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/corsivi/immigrati-tito-boeri/