“Le risorse sono pochissime dati i vincoli di bilancio. Il Pil è migliorato ma non in modo tale da allentarli in modo significativo“. Lo ha detto il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, parlando della legge di bilancio 2018. E, infatti, “L’avanzo primario [che avviene quando lo Stato ricava dalle tasse più di quanto spende, esclusa la spesa per gli interessi sul debito] – si legge infatti nel documento – salirebbe dall’1,7% di quest’anno al 3,3% nel 2020, grazie ad un continuo controllo della spesa e a nuove clausole poste a garanzia dei saldi di finanza pubblica”. La concezione della moneta come bene scarso e della spesa come un’azione per la quale non ci debbano essere “pasti gratis”, che dev’essere immediatamente compensata dalle tasse è a tutt’oggi l’unico discorso legittimo che si può fare quando si parla di finanza pubblica. Osserviamo la filosofia che sta alla base di tale atteggiamento.

Essa afferma che la moneta è un semplice mezzo di scambio. È, cioè, il simbolo attraverso cui due individui che hanno già un prodotto da scambiare possono portare a termine la loro transazione senza ricorrere al baratto. Nei casi limite essa può diventare “credito”, che presuppone un semplice differimento temporale del meccanismo suddetto. E, soprattutto, presuppone qualche individuo che voglia “vendere” la sua moneta a chi ne ha temporaneamente bisogno. Ogni transazione presuppone perciò uno scambio alla pari ed un immediato calcolabile ritorno per l’individuo. Altrimenti si parlerebbe di “dono’’ e non di scambio monetario.

Questa è la concezione semplice e mainstream della moneta. Una concezione meccanica che presuppone gli individui come esseri auto-formatisi che si incontrano solo a posteriori per scambiare ciò che hanno realizzato. Questa visione è il frutto di almeno due dimenticanze:

1 – Gli esseri umani partono – contestualmente e “biologicamente’’ – da strumenti a disposizione diversi, i quali variano da potenzialità ottime a potenzialità quasi nulle. Ciò significa che chi dovrebbe “vendere” moneta per fare prestiti può aver di fronte né un’attesa di un sicuro guadagno né un parametro per calcolare le capacità e le potenzialità del proprio “cliente” di pagare. Può aver di fronte totale incertezza. Di conseguenza, l’efficienza di uno dei meccanismi della moneta come puro mezzo di scambio è già messo in discussione a livello logico.

2L’individuo non si autodetermina ma, come si vede già dal primo punto, è precedentemente determinato dal contesto materiale e sociale nonché dalle aspettative degli altri individui. Poiché la volontà di un individuo di vendere è determinata dal suo livello di certezza, chi ha gli strumenti non creerà prodotti (e, quindi, non si arricchirà) se ha di fronte incertezza e chi non ha strumenti non li otterrà, nella stessa situazione. Non occorre scomodare le analisi di Keynes, Minsky e Kalecky per esaminare questo punto, basterebbe una logica che tiene conto di questi due fattori materiali e temporali.

Conclusione diretta di ciò è che, siccome le connessioni tra i vari individui nella rete sociale sono infinitamente complesse, imprevedibili, irregolari e incontrollabili, una rete di agenti economici in cui ci sono poli più ricchi e potenti e poli più poveri compromette una circolazione ottimale della moneta (e, quindi, una creazione ottimale della ricchezza totale). Se anche i ‘’potenti’’, infatti, hanno difficoltà a vendere o voler vendere e produrre per le fasce impoverite con cui sono a contatto, la loro ricchezza stessa diminuirà e/o stagnerà, e così anche quella dei “potenti’’ a contatto con essi. La brutte aspettative contagiano così anche gli ambienti apparentemente immuni. Questo ovviamente non è né una pura teoria logica né un mero riferimento alle opere degli economisti sopra citati. È ciò che è empiricamente riscontrabile dai dati:

Rappresentazione grafica – indice di Gini in Italia

si può constatare (primo grafico) come l’aumento della disuguaglianza in Italia coincida con il periodo di frenata e declino della produttività e produzione industriale. Ancora più pregnante il grafico che mostra come l’accumulo della ricchezza verso l’1% più ricco negli Usa sia esattamente coordinato alla diminuzione della velocità di circolazione della moneta.

Tutto questo che significa?

Che se la moneta nella nostra società fosse un puro mezzo di scambio come immaginata nella concezione superficiale, se fosse un simbolo che semplicemente sta al posto della merce e, quindi, è una merce scambiata e venduta come tale e avendo di fronte un guadagno calcolato…vivremmo in una società totalmente disfunzionale ed effimera!

Al fine di mantenere la crescita e la coesione sociale la natura della moneta deve essere tale che essa possa essere distribuita in modo da aprire potenzialità a chi ne possiede meno e, allo stesso tempo, in modo da non compromettere le aspettative di chi possiede già gli strumenti. La moneta, dunque, non può essere né una pura merce da vendere come credito da parte di privati né un mero mezzo di scambio tra persone che la posseggono già come fosse un bene scarso, come lo era l’oro, il sale, le pietre preziose.

La stessa esistenza della moneta, messa a nudo nella struttura della società oltre le sovrastrutture ideologiche che le danno uno status diverso, ha come condizione il suo essere non un “oggetto’’ ma una forma di energia sociale, un’attività di coordinamento della rete di individui che sono consapevoli del loro dover stabilizzare le asimmetrie sopra descritte. In altre parole, la moneta scopre quanto sia essenziale, in una società che ben funziona, il suo ruolo di creatrice di deficit pubblico senza avere un (apparente) “ritorno” o un bilanciamento delle finanze soprattutto nel breve termine, e il suo ruolo di credito erogato da un istituto non privato ma “collettivo”. L’obiettivo di questi strumenti è infatti supportare chi ha meno potere economico e le fasce temporaneamente meno capaci di produrre.

Ma se le condizioni stesse dell’integrità sociale sono queste, come fa a dominare la scena l’istituzione della moneta come merce e banale mezzo di scambio simmetrico, che richiede, per forza, il pareggio di bilancio e legittima l’esistenza di soli creditori privati?

La risposta è, banalmente, che la moneta come merce esiste solo nella mente di chi sostiene tale ideologia. Nella realtà, nel modo in cui realmente la moneta è creata, messa in circolo ed utilizzata non esiste nessuna coincidenza di principio tra erogazione di credito e utilizzo di depositi di persone che hanno già possesso di moneta, come non esiste in linea di principio nessuna necessità di utilizzo di tasse per finanziare la spesa pubblica.

Considerando anche solo il sistema bancario privato, infatti, è noto da fonti istituzionali come le banche commerciali non necessitino di depositi per concedere prestiti i quali, invece, consistono in semplici scritture contabili nei bilanci dei propri clienti e della banca stessa. La necessità di liquidità appare, piuttosto, nel momento in cui una banca deve effettuare un pagamento verso un’altra banca, il quale deve essere effettuato tramite moneta di Banca Centrale.

Essa è creata appositamente dalla Banca quando viene “acquistata” per tali transazioni ma ha un costo e, perciò, la banca commerciale cerca in via preventiva di bilanciare le proprie uscite di liquidità con le proprie entrate. Ma, si noti, sia il costo di tale moneta sia il fatto che debba esistere un sistema privatistico che operi in questo modo sono scelte “politiche”, che nulla hanno di necessario rispetto alla creazione materiale e alla distribuzione che della moneta può essere in principio fatta.

Se queste necessità e la coincidenza tra moneta erogata dalle istituzioni e quella assorbita fossero reali, come abbiamo detto, la macchina dello Stato e del sistema bancario non potrebbero funzionare. Tale necessità apparente è solo una simulazione imperfetta di una necessità inesistente ed un’imposizione dell’ideologia che concepisce la moneta come una merce (scarsa). Imposizione che, infatti, provoca molti dei disagi che la moneta-merce creerebbe in una comunità se fosse reale.

Per rendersi conto di come la macchina pubblica stessa non potrebbe funzionare se le uscite fossero realmente in funzione delle entrate è sufficiente osservare la tecnica attraverso la quale la spesa è messa in circolo. Come illustra Stephanie Bell Kelton nel saggio breve Can Taxes and Bonds Finance Government Spending?, la spesa governativa negli Usa (ma la struttura è equivalente ormai in tutti i paesi moderni) avviene quando il Tesoro, che ha un conto corrente alla Banca Centrale Americana (la Fed) “scrive” assegni a favore di altri conti correnti facenti parte del sistema bancario. Tale operazione coincide, essa stessa, con la creazione di base monetaria, di riserve di liquidità che entrano a far parte del sistema. Tale operazione non necessita che il conto del Tesoro sia fornito del denaro drenato dalle tasse per avvenire. Il trasferimento di tale denaro nel conto del Tesoro (che equivale de facto ad una cancellazione di tale denaro dal sistema) avviene invece in momenti e con strumenti indipendenti alla spesa pubblica. L’obiettivo di mantenere un saldo relativamente stabile è quindi una scelta politica e non materiale-strutturale, ed ha a che fare con la volontà di mantenere stabile il quantitativo di riserve di liquidità circolanti nel sistema bancario (a questo scopo, sottolinea la Kelton, collaborano paradossalmente anche i titoli di Stato in quanto trattasi di assorbimento di liquidità dal sistema nel conto del Tesoro).

Infatti, come si può vedere dal grafico riportato nel testo dell’autrice (datato 1998 poiché l’articolo è stato pubblicato allora), il saldo del conto del Tesoro oscilla tra negativo e positivo a seconda delle necessità di spesa e di entrata giornaliere.

Da ciò è evidente che un’asimmetria tra erogazione di moneta (creazione di beni e servizi da parte di alcune persone) e assorbimento di moneta (“pagamento” di tali servizi da parte di chi li riceve) è fondamentale, inevitabile, persino in un ambiente in cui si è deciso politicamente – o sarebbe più appropriato dire “ideologicamente” – di mantenere un equilibrio nell’ammontare di liquidità interno all’economia reale. La moneta, per esistere, deve dunque essere intimamente altro rispetto al concetto comune di moneta come mediatrice di “baratto” immediato o come merce.

È interessante notare come fino al 26 Novembre 1993, tale scollegamento della spesa pubblica dalle entrate era istituzionalizzato per legge nell’ordinamento italiano per cui «il Tesoro poteva indebitarsi sul conto corrente (anticipazione ordinaria) fino ad un ammontare non superiore al 14% delle spese correnti e di quelle in conto capitale risultanti delle previsioni del bilancio preventivo dello Stato» (R. Costi, L’Ordinamento bancario, 147).

Altro dato interessante è che anche nei periodi storici in cui era convenzionalmente utilizzato l’aggancio dell’erogazione di moneta alle riserve auree (Gold Standard) decretare il corso forzoso fosse più la normalità che l’eccezione: in Italia, dall’Unità alla seconda Guerra Mondiale, esso fu in vigore di fatto solo per 35 anni, dal 1861 al 1866, dal 1883 al 1892, dal 1902 al 1915 e dal 1927 al 1935 (L’Ordinamento bancario, I Capitolo). L’impossibilità di “incatenare” la necessità di allargamento imprevisto della base monetaria era palese.

Mentre la creazione e distribuzione ponderata di moneta potrebbe portare un paese trasformatore come l’Italia a realizzare piani industriali stupefacenti che assicurino l’equilibrio della bilancia commerciale in tutti i settori (unico vero vincolo materiale all’efficacia della creazione Statale di moneta prima che si sia raggiunta la piena occupazione), viviamo oggi in un Gold Standard immaginario e paradossalmente più persuasivo di quello originale.

La conclusione di tutto ciò dovrebbe ormai essere evidente. La moneta non è un mezzo di scambio tra due o più agenti simmetrici che simulano un baratto. Può assurgere a questo ruolo, ma nella sua struttura nasce come sistema per bilanciare discrepanze di tempistica e di potere all’interno della comunità. Essa lo fa donando ad alcuni il potere di accedere a mezzi che altrimenti non avrebbero per massimizzare le proprie potenzialità, e donando ad altri il potere sufficiente per essere riconosciuto dalla società per il suo contributo. La creazione e la circolazione della moneta non è neutrale, come vorrebbero le economie neoclassiche, ma implica decisioni politiche sulla distribuzione di aspettative reciproche e di livelli di potere. Se tali distribuzioni sono adeguate, la società si arricchisce nel suo insieme, se esse sono ignorate e si concepisce il mercato come formato da esseri simmetrici, senza tempo e auto-formatisi, il cammino del progresso sociale è lasciato a se stesso.

Nonostante la grande coscienza politica che sta nascendo in questi anni rispetto a questo tema, a livello istituzionale siamo ancora nello stadio della profonda ignoranza di queste implicazioni.