di L’INTELLETTUALE DISSIDENTE (Francesco Casalena)

La Storia è maestra di vita, scrisse Cicerone. Tristo è quel discepolo che non avanza il suo maestro, annotò Da Vinci. Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, mi sentirei di aggiungere io. Banalmente, il ciclico ripetersi nei secoli di situazioni critiche, tutte identiche a loro stesse è –almeno in parte – dovuto a chi, in virtù di un’incrollabile alienazione ideologica, si rifiuta di imparare dall’evidenza storica. In altre parole, a chi sa di sapere. Per questa ragione una qualsiasi disamina delle epoche non è mai da intendere solo come effimero divertissement intellettuale, ma anche come concreto spunto per l’azione pratica. Da Platone a Gramsci: l’economia è politica e la politica è (anche) economia. In questo spirito oggi tratteremo di un periodo di particolare interesse in ambito economico: l’era del Free Banking.

La banca d'Inghilterra, a Londra, in una litografia del 1851

La banca d’Inghilterra, a Londra, in una litografia del 1851

In quegli anni, che vanno indicativamente dalla prima metà del 1700 fino ai primi del Novecento, alcuni paesi sperimentarono – più o meno continuativamente – un particolare tipo di regime monetario blandamente regolamentato, dove la Banca Centrale non esisteva o ricopriva un ruolo perlopiù marginale. Ogni banca commerciale che disponesse di un’apposita licenza (Chartered Bank) poteva emettere la propria moneta legale, così la determinazione dell’offerta di banconote e depositi era unicamente lasciata alle forze di mercato. Lo studio di quest’epoca è di grande importanza per la teoria monetaria e ancora di più per la politica economica, in quanto può fornire indispensabili fondamenta empiriche per la generalizzazione di proprietà intrinseche della moneta. Eppure, nonostante la bibliografia a riguardo sia relativamente estesa, tale argomento è sempre rimasto ai margini del dibattito teorico, anche quando si e provato a ridestare l’interesse su questo fenomeno storico accostandolo – spesso impropriamente – alla recente esplosione delle monete complementari e delle criptovalute.

Degli oltre sessanta episodi di emissione di moneta privata nel corso del XIX secolo, Dowd (1992) ne ha analizzati e documentati nove. Andando per cronologia, l’avanguardia in questo caso fu la Scozia. Poco dopo l’Atto di Unione, la Bank of Scotland perse il monopolio dell’emissione di moneta nel 1716, dovendo da allora competere con la Royal Bank of Scotland ed una serie di banche minori. Tale regime in Scozia durò fino al 1845. Sistema simile a quello scozzese ebbe luogo in Irlanda dal 1824 fino alla metà del secolo. Molto simile fu anche l’esperienza colombiana, durante il periodo liberale, tra il 1871 ed il 1886. Negli Stati Uniti tra la fine della Second Bank del 1836 e la nascita della Fed del 1913 non vi fu un’autorità monetaria centrale. Infine, anche la Svizzera e l’Australia alla fine dell’Ottocento deregolarono pesantemente il mercato della moneta e dei depositi. Un’ultima testimonianza storica rilevante è quella del Canada, iniziata nel 1867 e terminata nel 1935 con la fondazione della Banca Centrale. Ci focalizzeremo, però, soprattutto sull’esperienza statunitense, in quanto tra le meglio documentate e tra le più storicamente significative.

Biglietto emesso dalla “Caisse d’echange de monnaies” di Rouen (1803)

Biglietto emesso dalla “Caisse d’echange de monnaies” di Rouen (1803)

Come detto poc’anzi, a Philadelphia la Second Bank of the United States chiuse i battenti nel gennaio del 1836, quando il Presidente Andrew Jackson si rifiutò di rinnovare la licenza ventennale. Egli accusava – non del tutto infondatamente – la Second Bank di non agire nell’interesse comune ma di essere piegata agli interessi dell’oligarchia finanziaria del Nord-Est. In ogni caso, solo un quinto del capitale azionario di tale istituzione era detenuto dal Governo; il resto era nelle mani di grandi investitori americani ed europei. Inoltre, essa ufficialmente non impostava la politica monetaria né supervisionava le altre banche; tuttavia le sue banconote erano le uniche a godere della piena convertibilità, così per la sua preminenza era in grado di regolare l’espansione del credito acquistando o cedendo le riserve di metalli preziosi delle banche statali.

Dopo appena un anno di Free Banking, gli Stati Uniti già dovettero affrontare un lustro di recessione: il panic del 1837 scattò a seguito di un crollo del prezzo del cotone e fu amplificato dalla scarsa fiducia da parte dei creditori europei nei confronti della cartamoneta statunitense. Ciononostante le Chartered Banks si moltiplicarono. Molte fallirono, molte altre sopravvissero. Nei primi anni un impedimento allo sviluppo di tale sistema fu rappresentato dalle banche fraudolente, che una volta ottenuta la licenza truffavano i depositanti. L’impatto di questo fenomeno sul sistema complessivo è controverso. Successivamente, nel 1863, in piena Guerra Civile, fu approvato il National Bank Act. D’ora in poi le banche potevano ottenere una licenza nazionale, in cambio della quale si impegnavano ad acquistare titoli del debito federale per un totale di un terzo del loro capitale azionario. Furono pure standardizzate le banconote nazionali, le quali divennero ovunque identiche, salvo che riportavano ognuna il nome dell’istituto di emissione e la firma del suo direttore. Esse erano pienamente convertibili in oro e argento; qualora una banca si fosse trovata in condizioni di insolvenza, il Tesoro avrebbe liquidato i titoli in possesso della banca e garantito la copertura delle banconote. Le crisi finanziarie furono comunque relativamente frequenti; le più aspre furono quella del 1873 e quella del 1907, a seguito di cui, nel 1908, fu istituita la National Monetary Commission.

Vignetta satirica raffigurante il Presidente Jackson che "uccide la Banca".

Vignetta satirica raffigurante il Presidente Jackson che “uccide la Banca”.

Successivamente, nel 1863, in piena Guerra Civile, fu approvato il National Bank Act. D’ora in poi le banche potevano ottenere una licenza nazionale, in cambio della quale si impegnavano ad acquistare titoli del debito federale per un totale di un terzo del loro capitale azionario. Furono pure standardizzate le banconote nazionali, le quali divennero ovunque identiche, salvo che riportavano ognuna il nome dell’istituto di emissione e la firma del suo direttore. Esse erano pienamente convertibili in oro e argento; qualora una banca si fosse trovata in condizioni di insolvenza, il Tesoro avrebbe liquidato i titoli in possesso della banca e garantito la copertura delle banconote. Le crisi finanziarie furono comunque relativamente frequenti; le più aspre furono quella del 1873 e quella del 1907, a seguito di cui, nel 1908, fu istituita la National Monetary Commission.

Bene, questi sono i fatti storici, ma come si è comportata l’economia? I dati ci sono: lasciamoli parlare. Le serie storiche dell’inflazione calcolata sull’indice dei prezzi all’ingrosso e della crescita dei salari medi sono dell’archivio storico del National Bureau of Economic Research.

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Salta all’occhio il generale scenario deflazionistico, con una variazione media dei prezzi inferiore all’1%, compresi gli anni della guerra. Come del resto puntualizza Dowd, i sistemi bancari liberi non erano proni all’inflazione. Tuttavia occorre anche contestualizzare che in tutto il mondo pre-1940 le fluttuazioni nell’indice dei prezzi erano molto volatili e mediamente tendenti verso il basso. Così come la stagnazione della domanda ha effetti depressivi sull’occupazione, tale erraticità delle variazioni dei prezzi si riscontra anche nella produzione aggregata. Stavolta il grafico sul PIL degli Stati Uniti e del Canada è di Casey Pender, del CEVRO Institute di Praga.

La serie parte dal 1870 e sono chiaramente visibili le recessioni del 1907, 1919 e 1929. Il complessivo sviluppo economico è facilitato dai costi facilmente comprimibili; tuttavia il brusco alternarsi di espansioni e tonfi ha un effetto negativo sull’investimento e sul capitale fisso, senza contare che continui licenziamenti e nuove assunzioni impediscono lo sviluppo delle capacità del lavoratore, oltre ad essere umanamente avvilenti, in quanto lo espongono ad una perenne incertezza circa il suo futuro e a scarse possibilità di migliorare la sua condizione. Infatti, a questo proposito J. M. Keynes si rivolgeva a Lord Macmillan nel 1930, ribadendo che si sta fornendo un ospedale economico, poiché usando le armi sbagliate sono stati fatti troppi feriti. Insomma, negli anni in cui la Rivoluzione Industriale si sparse per il globo quasi ovunque ci fu una crescita senza precedenti, seppure alle dure condizioni appena menzionate. E i paesi con sistema bancario (quasi)-libero non fanno eccezione. Anzi, Dowd sostiene che tra il 1800 ed il 1844 la Scozia del Free Banking crebbe più della confinante Inghilterra.

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Possiamo definire tramontata la stagione del Free Banking già alla fine dell’800. Ancora una volta, il Dowd attribuisce la sua fine a tre cause principali:

1) Il signoraggio dei governi;

2) Il prevalere di teorie monopolistiche;

3) Le crisi finanziarie che fecero aumentare la domanda per la regolamentazione bancaria.

Tuttavia, bisogna anche dire che quasi tutta la storiografia su tale fenomeno è decisamente di parte, e Kevin Dowd stesso, in quanto appartenente ad una scuola austriaco-libertaria, tende talvolta ad indulgere in elogi verso il sistema bancario libero. Nel solco hayekiano, egli eredita quella visione ideologicamente negativa dello Stato come entità ingiusta e moralmente corrotta che mina la libertà dei singoli, reputata il bene supremo. Inoltre – tesi tipica del liberismo – imputa le sistemiche crisi al fatto che il sistema non fosse abbastanza deregolamentato.

Noi, invece, ci sentiamo di sostenere l’idea che la fine del sistema di banche libere sia da collocare nell’ampio contesto della Grande Trasformazione che ha avuto luogo in quei decenni. La dottrina del Free Banking è intimamente connessa ad una concezione della moneta come merce, strettamente legata nel valore a dei metalli preziosi al fine di garantire la stabilità dei prezzi, condizione necessaria affinché la mano invisibile porti l’economia ad evolversi lungo sentieri ottimali. In altre parole, secondo i sostenitori, ogni squilibrio – su tutti l’inflazione – è da imputare esclusivamente all’azione destabilizzatrice dello Stato. Il Gold Standard sulla carta è durato una settantina di anni, di fatto anche meno, e con la sua caduta ha definitivamente dimostrato l’infondatezza di tale concezione dell’economia.

William McKinley, innalzato dal gold standard, si candida come Presidente degli Stati Uniti d'America

William McKinley, innalzato dal gold standard, si candida come Presidente degli Stati Uniti d’America

Da quanto mostrato finora possiamo dunque trarre alcune considerazioni semplici ma non banali:

1) La moneta è sempre e dovunque endogena ed ogni maldestro tentativo da parte della Banca Centrale di controllarne capillarmente l’offerta è destinato miseramente a fallire;

2) Sebbene nella storia la moneta sia sempre nata come merce, una merce standardizzata – sale, conchiglie, metalli preziosi – il cui valore sia convenzionalmente oggettivo, essa col tempo e con lo sviluppo economico perde la propria essenza “merceologica”. Il contenuto di metallo pregiato al conio non può che diminuire inesorabilmente, mentre aumentano la produzione e gli scambi commerciali. Fra i secoli XII e XVI tutti i paesi europei svilirono, per diversi motivi, le proprie valute e l’Inghilterra, che fino ad allora si era distinta per la stabilità della sua moneta, all’inizio del 1500 era tra gli stati meno sviluppati del Vecchio Continente. Alla metà del 1200 a Venezia già si operava con il sistema della riserva frazionale. Con la coeva nascita della lettera di cambio la moneta aveva già smesso di essere una merce per mostrare la sua vera identità di istituzione sociale, come massima espressione della fiducia del singolo nella collettività. Naturale che poi il sistema globale convergesse verso uno stadio dove tale fiducia doveva essere imposta da un’entità superiore, quale la Banca Centrale;

3) Alla luce dei due punti precedenti, ovverosia della strettissima interdipendenza – al limite della confusione – tra fenomeni reali e monetari, possiamo tranquillamente concludere che non ha veramente alcun senso parlare di domanda di moneta: poiché non è una merce essa non può essere domandata per sè. Certo, nella Teoria Generale vengono discussi i tre motivi per cui gli individui sono inclini a possedere moneta, ma non possono essere trattati in nessun modo alla stregua di una classica teoria della domanda.

Sede della prima banca di Amsterdam fondata nel 1609 - Pieter Saenredam

Sede della prima banca di Amsterdam fondata nel 1609 – Pieter Saenredam

Lo Stato moderno è venuto delineandosi contemporaneamente alla nascita dell’economia moderna, ha sviluppato tra le proprie istituzioni gli strumenti – l’ospedale di keynesiana memoria – necessari per calmierare l’intrinseca instabilità che contraddistingue un’economia capitalista. Tra questi, abbiamo visto oggi, riveste un ruolo particolare il tasso d’interesse, rappresentante il prezzo della scelta tra l’oggi ed il domani, ossia il cuore dell’attività economica. Naturalmente è sempre opportuna una disamina critica dell’azione pubblica, ma è ancora più importante – soprattutto oggi – mettere da parte l’ideologia nella valutazione del bene comune, data soprattutto l’importanza delle conseguenze di tale approccio.

fonte: http://www.lintellettualedissidente.it/economia/free-banking-moneta/