Recep Tayyip Erdogan è tornato in Italia e a Città del Vaticano per rispolverare il negoziato di adesione della Turchia all’Unione Europea, che si è congelato durante gli ultimi turbolenti anni al potere del premier e poi presidente turco. C’è una data, in particolare, che ha lasciato il segno nei rapporti diplomatici tra Ankara e Bruxelles. È il 24 novembre 2016, quando il Parlamento europeo di Strasburgo ha votato con una maggioranza di 471 voti, contro 37 contrari e 107 astenuti, una risoluzione di condanna delle «misure repressive sproporzionate» adottate dal governo di Erdogan dopo il fallito golpe del 15 luglio antecedente.

In quell’occasione, la Turchia aveva dato vita a un gigantesco repulisti di oppositori e sospetti golpisti, che ha portato all’arresto di decine di migliaia di persone e alla rimozione di altrettante dai pubblici uffici. Le relazioni con l’UE, spaventata da tale brutalità, da allora sono precipitate. «Negli ultimi due anni la Turchia si è allontanata dai valori e dai principi dell’Europa» commentò a caldo il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker.

Il voto di Strasburgo, anche se aveva carattere solamente simbolico, resta ancora oggi il principale ostacolo sul cammino – iniziato nel 2005 – di adesione della Turchia all’Unione Europea. Questo perché l’UE non intende in alcun modo accettare un paese liberticida nel suo club esclusivo. Lo ha ribadito la stessa regina d’Europa Angela Merkel, il cui paese ospita la più grande comunità turca dell’Unione, durante l’ultima campagna elettorale: «è chiaro che sono favorevole all’interruzione del negoziato di adesione della Turchia» disse lo scorso settembre in diretta televisiva.

Le motivazioni della Cancelliera erano e sono, appunto, di principio. Non solo perché in Turchia c’è stato un pugno eccessivamente duro nel post golpe, ma anche perché questo è stato possibile grazie all’esito del referendum costituzionale dell’aprile 2016, che ha reso la Turchia uno stato marcatamente autoritario e il presidente turco un leader assolutista.

La Turchia e la questione democratica

Istituendo un sistema che concentra il potere esecutivo nelle mani del presidente e abolendo la figura del primo ministro, il referendum ha dato al capo dello stato in Turchia un potere immenso: eletto direttamente per due mandati da cinque anni (più un terzo in caso di scioglimento anticipato della seconda legislatura), il presidente può ora nominare e revocare ministri, alti funzionari dello stato, giudici, diplomatici e rettori universitari, e non è più obbligato a mantenere neutralità rispetto al proprio partito.

Il che, come dimostrato dai successivi passi di Erdogan, consente al capo dello stato di decidere praticamente da solo ogni mossa. E questo, se non ne fa un dittatore, di certo però lo rende un autocrate. Considerato poi che il parlamento non vota più la fiducia all’esecutivo né ha potere di allentare o cancellare lo stato di emergenza (ciò significa anche che, in teoria, l’attuale presidente potrebbe restare al potere per un altro quindicennio).

Erdogan, dunque, oggi può ricattare l’Unione riaprendo il corridoio dei migranti che si ammassano ai confini del continente per raggiungere l’Europa (Ankara ha bloccato il flusso di rifugiati e immigrati clandestini verso le frontiere dell’Europa meridionale in cambio di aiuti per 3 miliardi di euro e della garanzia di libera circolazione dei suoi cittadini in Europa). Può comprare armi e tecnologia militare dalla Russia in barba alla NATO, della quale pure fa parte. Può invadere la Siria per fare piazza pulita dei curdi dai quali si sente minacciato. Può voltare le spalle agli accordi economici con i paesi occidentali e guardare a organizzazioni di cooperazione economica alternative, come la Shangai Cooperation Organization (che include Russia, Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan). Può usare l’Islam come scusa per le proprie mire egemoniche nella regione mediorientale. Insomma, può fare e disfare a proprio piacimento ogni accordo, senza o meglio in ragione del consenso elettorale.

I tentativi conciliatori dell’UE

Queste perplessità non hanno però fermato quanti ritengono comunque necessario che la Turchia – partner economico di peso per Italia, Germania e molti altri paesi membri – non si allontani eccessivamente dal baricentro europeo. Federica Mogherini, ad esempio, Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza (PESC), già in occasione del voto di Strasburgo accusò gli europarlamentari di aver chiuso con il loro voto «un vitale canale di dialogo […] Dovremmo ora chiederci quali strumenti abbiamo a disposizione per aumentare e non per diminuire il nostro contributo sul processo di riforme della Turchia e della sua società».

Anche se Lady PESC ha fatto spesso dell’ideologia un prerequisito della propria azione diplomatica, in questo caso si è dimostrata pragmatica e acuta, perché ha toccato un tasto molto importante. È vero, infatti, che finché ci sarà Recep Tayyip Erdogan al potere non sarà possibile includere la Turchia nell’Unione Europea, ma è altrettanto vero che Erdogan non durerà per sempre.

Dunque, come ha ben sottolineato il giornalista di France Inter Bernard Guetta, «ciò che pare inconcepibile oggi non lo sarà più dopo l’uscita di scena del presidente, dunque non possiamo compromettere il futuro. […]L’Europa ha bisogno della Turchia quanto la Turchia ha bisogno dell’Europa, e anziché sbarrare le porte bisognerebbe preparare il futuro, non tanto l’ingresso della Turchia in Europa ma l’ingresso dell’Europa in Turchia».

La partita dirimente è in Siria

Il paese crocevia tra Asia centrale, Europa e Medio Oriente è geopoliticamente strategico per i futuri rapporti di forza nella regione e nel Mediterraneo. Dunque, sbattere la porta in faccia a ogni negoziato potrebbe rivelarsi controproducente nel lungo periodo. Meglio, insomma, avvicinare all’UE la Turchia, che lasciarla nelle mani della Russia e dei destini del Medio Oriente. Questo però richiede grande pazienza e un’abile tessitura di rapporti diplomatici che guardino molto in avanti. Infatti, se è vero che il presidente turco è come tutto noi mortale, di certo con la nuova costituzione si è garantito lustri di potere.

In conclusione, se la realtà impone di non umiliare la Turchia, neanche è opportuno abbracciare il suo attuale stile di governo. Almeno finché non saranno chiarite le dinamiche che sottendono al futuro della Siria, paese sul quale è calata la notte e nei cui confronti la comunità internazionale sembra stranamente aver perso interesse. Mentre è proprio lì che si trova la chiave interpretativa dei futuri rapporti dell’Occidente con Ankara (e non soltanto). È, infatti, la Siria ad allontanare oggi la Turchia di Erdogan dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e dalla NATO. E finché non si sarà fatta chiarezza su questo, il presidente turco non può sperare di avvicinarsi a Bruxelles più di quanto non lo sia oggi.

Probabilmente, la Turchia dovrà rassegnarsi ad attendere che sia una nuova generazione a concludere il negoziato. Anche se, per dirla con la storica Hannah Arendt, «persino il rivoluzionario più radicale diventerà un conservatore il giorno dopo la rivoluzione». Molto dipenderà dall’eredità che lascerà Erdogan al partito governativo AKP, il solo soggetto politico che potrà determinare un cambio di percorso o un’involuzione pericolosa. Per il momento, però, dopo Erdogan c’è ancora Erdogan. E solo dopo di lui, forse, l’Europa.