Mio malgrado ho scoperto che essere veramente europeisti, oggi, impone di essere estremamente sinceri sull’euro, ma anche e soprattutto con se stessi.

L’idea di rendere completa l’Unione monetaria con qualche forma di federalismo fiscale risale al 1974 quando la Commissione europea, all’ora presieduta dal gollistissimo François-Xavier Ortoli, chiese a 6 professori universitari guidati da Sir Donald MacDougall di esaminare il futuro della finanza pubblica nel contesto dell’integrazione economica europea. Il report che ne risultò dopo 14 meeting intercorsi tra il 1974 ed il 1977 sostanzialmente proponeva l’introduzione di un budget che si aggirasse attorno al 7% del PIL, per far fronte alle spese che l’UE avrebbe dovuto sopportare nella fase di transizione verso una federazione europea. All’epoca si faceva presente che la spesa pubblica federale di USA e Germania ammontava a circa il 25% del PIL.

Ad esattamente 15 anni di distanza, il Trattato di Maastricht non ha portato a nessuna forma di Unione fiscale. Al contrario è stato imposto con il Patto di stabilità e Crescita, una stretta disciplina fiscale basata su meri rapporti tra due indicatori, il deficit ed il debito pubblici in relazione al PIL, senza tenere conto di una moltitudine di variabili.

Il budget europeo esiste da quando fu firmato il primo trattato a Roma nel 1957; tuttavia, si tratta di un budget riferito all’intera Unione Europea e non all’Eurozona, i cui 19 Stati Membri hanno concesso maggiore sovranità per permettere alla moneta unica di poter funzionare.

Antecedentemente al PSC vi era chi sosteneva che una unione politica e fiscale sarebbe probabilmente seguita all’integrazione monetaria, ma così non è stato. Dall’introduzione dell’euro le differenze tra Nord e Sud Europa, ma soprattutto tra le classi si sono accentuate e non viceversa. L’obiettivo di coesione è stato mancato ed in Europa non vi sono accenni ad invertire questa tendenza, soprattutto perché le leadership mediterranee hanno perso voce a livello europeo dopo la crisi economica e finanziaria, nel momento in cui questa ha traslocato sui debiti sovrani. Complice la disintegrazione della sinistra e lo spread di nuovi sentimenti nazionalistici, oggi, illudersi che via sia una soluzione dietro l’angolo, ma soprattutto condivisa, è pura psicomagia.  Non ci sono le condizioni, in quanto manca una volontà condivisa, per una riforma dell’Unione Europea in senso sociale. L’austerità ha spezzato la società italiana che ha ricercato in forme assolutamente inidonee a governare, come dimostrano le elezioni di Marzo, una voce, nella disperata ricerca di rappresentanti che potessero dare sollievo a tutte quelle vite schiacciate dal precariato e dalla stagnazione dei salari per i lavoratori e da una pressione fiscale insostenibile.

L’UEM (Unione economica e Monetaria) non funziona così com’è. Ma le riforme non arriveranno. Come dimostra l’alquanto dubbiosa “dual enhanced cooperation” (questo è un mio neologismo) di Macron e Merkel per riformare l’Euro. Se la Germania è storicamente ostica a schemi di risk-sharing (ne è prova la storica ostilità nei confronti dell’EDIS e recentemente confermata), Macron propone, al contrario, un budget di degaulliana memoria separato da quello del resto dell’UE. Non vi è convergenza.

Per procedere verso una generalizzata equità sociale, senza uscire dall’euro, sarebbero necessarie ampie concessioni di sovranità fiscale, con il rischio che le forze politiche e le lobby dominanti portino il legislatore comunitario verso normative discriminatorie ed, ancora una volta, a vantaggio dei soliti noti. Ed anche se tali misure, nell’ottica di una federazione europea, fossero prese, ciò non sarebbe nemmeno lontanamente sufficiente per generare stabilità a livello macroeconomico, poiché la spesa corrispondente all’implementazione di tali strumenti non è legata ai cicli economici. 

Il Patto di Stabilità e Crescita ha fallito nell’eliminare il rischio della crisi dei debiti sovrani come ha dimostrato la Grecia, i cui settori strategici, a seguito del combinato effetto di crisi e privatizzazioni, sono alla mercé di investitori istituzionali esteri, con gravissimi rischi di pratiche speculative a danno dei cittadini. 

Senso Comune non vuole essere complice dell’ulteriore deterioramento del tessuto sociale italiano. L’ora è tarda, i cittadini italiani hanno bisogno di riforme strutturali, subito, in senso sociale, non in favore del bilancio. Riforme che non sono solo mere contro-riforme dei diktat della Troika, ma riforme per ripristinare i diritti sociali di una generazione di cittadini condannati al precariato e che si è vista lentamente spingere verso le soglie dell’indigenza da una sinistra incapace di affrontare in Europa, a viso scoperto, le battaglie che della sinistra sono proprie, a partire dal welfare.

In un articolo di Euclide Tsakalotos, Ministro delle finanze greco succeduto al dimissionario Varoufakis, e pubblicato dal Financial Times all’inizio di quest’anno, si è discusso della complementarietà di Fiscal Union e Banking Union per la sopravvivenza dell’euro. “Il Portogallo non è il Texas” – dice – riferendosi a quest’ultimo come elemento di una federazione, perché, in caso di crisi, anche i cittadini di tutti gli altri stati contribuiranno alla stabilizzazione automatica. E non si tratta dell’assenza di un meccanismo federale di tutela dei depositi negli USA (che nell’Eurozona pure manca), ma soprattutto di una serie di obblighi fiscali fondati sulla solidarietà. Questa solidarietà, tuttavia, è assente nell’UE a livello fiscale, tant’è che non esiste nemmeno nei trattati. Un recente studio ha dimostrato che poco più di un europeo su due è a favore della solidarietà fiscale  in caso di crisi.

Durkheim diceva che nella società contemporanea, che è complessa per natura, la solidarietà è “organica” perché le diverse funzioni lavorative sono tutte necessarie al sostentamento delle altre. Un euro senza una solidarietà organica, cioè senza equità e bilanciamenti efficaci, in cui la differenziazione è data dalle variabili che contraddistinguono ciascuno Stato membro, a partire dal carico degli interessi sul debito pubblico ed il costo del lavoro,  non ha futuro.

E’ legittimo, pertanto, non aspettarsi una soluzione nel breve periodo. Ci sono 18 milioni di Italiani a rischio povertà che necessitano di una classe dirigente unita e libera di agire dai vincoli di bilancio. Il tempo è scaduto.