Un titolo che sembrerebbe tratto da un film della Wertmüller per entrare subito in una conversazione paradossale, almeno quanto il titolo. Oh, molto più del titolo, perché questa lettera non dovrebbe avere ragion d’esistere se l’Italia fosse quel paese che dice di essere. Con queste righe, mi creda, non intendo aprire una polemicuccia dozzinale (a che, e soprattutto a chi, servirebbe?) pur non potendo tralasciare che lei, professore, lei Magnifico, siete davvero belle facce di bronzo col vostro negazionismo sui fenomeni di nepotismo dentro le nostre università. Ribadisco: no, non sono casi sporadici, sono – ahinoi – la costante mafiosesca. Nondimeno vorrei  che lei spiegasse, voi spiegaste chi, cosa avrei “infangato” gridando “mafiosi” ai cosiddetti “padroni del sapere”? Vi ripeto, a costo di apparir logorroico e stolido, che il proliferare di casi di corruzione accademica è davanti agli occhi di tutti, quindi – per usare le vostre stesse parole – in mancanza di filtri e controlli adeguati, in presenza di concorsi legalmente truccati, ho fatto mio il diritto di urlare quanto ho urlato e continuerò a urlare fino a graffiarmi, lacerarmi la gola e le corde vocali. Pertanto, chi, cosa avrei “infangato” gridando “mafiosi” in direzione di quella lobby da voi rappresentata?

Devo ricordarvele io le parentele e situazioni affini nelle università italiane? Suppongo le conosciate benissimo, quanto meno per averle lette dalla stampa. Devo ricordarvi io le infiltrazioni della n’drangheta presso l’ateneo di Messina? Rettori arrestati, concorsi fasulli sgamati, carriere facilitate vi dicono niente? Anche in questo caso, suppongo, abbiate letto i giornali. Quindi se adopero un linguaggio polemico, petroso, nessuno dovrà sentirsi solleticato o centrato personalmente, poiché lo Stato, come lo intendo io e come lo dovremmo intendere tutti, non è il Governo o il Parlamento quantunque entrambi lo riflettano; esso va dal centro alle sue periferie e risale dalle stesse verso il centro, incarnandosi socialmente in sostanza etica e partecipativa. Le dice, vi dice niente l’affermazione, “ciascuno di noi è lo Stato”?

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In un tragico 2010 conclusi una mia dichiarazione citando “La canzone del Maggio” di De André: «Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti». Ribadisco quel concetto, perché vede, caro professore, vede, caro rettore, nessuno può permettersi di dire “lo Stato è il Governo, il Parlamento, il potere centrale”. E noi, chi cazzo siamo? In tale contesto vi rimando al concetto greco di “politeia” (equivalente del latino res publica, per indicare l’organizzazione come bene comune di tutti i cittadini, l’insieme degli interessi comuni di un organismo civile e politico e quindi, lo Stato), di partecipazione, laddove lo Stato, questo “cazzo di Stato”, non è altro che un nome complessivo che racchiude in sé e identifica il nome di ogni singolo cittadino che lo compone. Lei, professore, magari non mi darà trenta e lode (anche per il turpiloquio ricorrente), non ci conto, ma almeno un venticinque scarso, “di incoraggiamento”, me lo dovrà pur concedere, eccheminchia! Poi per quanto attiene a leggende metropolitane sugli atenei italiani, be’, non ditemi di non averne ascoltata qualcuna e di pensare sul serio di lavorare in una fulgida utopia di moralità e trasparenza. Non ditemi di non aver mai ascoltato storie di amanti (al maschile e al femminile, senza discriminazione di genere) che diventano Ordinari, dopo aver fatto tutta la trafila accademica con la stessa velocità di una Ferrari, attraverso la nobilissima arte della fellatio. Non ditemi poi, di non aver mai avuto notizia, anche negli ultimi anni, di figli di ministri, rettori, notabili vari (appunto: “figli di”), che sono diventati Ordinari o Associati alla “veneranda” età di trent’anni.

Eppure, da stronzo empirico quale sono e non avendo studiato al Cepu, quattro conti li so fare. O almeno penso di saperli fare, insieme alle migliaia di stronzi empirici come me. Per diventare Ordinario, punta massima dell’insegnamento accademico, si dovrebbe aver prodotto una mole più che consistente di materiale scientifico, o di aver fatto qualcosa di sensazionale ai fini della ricerca e giù di lì. Più o meno dovrebbe funzionare così. Allora qualcuno – non necessariamente voi, professore e Magnifico – saprebbe spiegarmi con quale criterio ispirato da meritocrazia, si possa diventare Ordinari a trent’anni? A me, ripeto, stronzo empirico, quei conti non tornano. Il bordello è l’unica istituzione italiana dove la competenza è premiata e il merito riconosciuto, diceva Indro Montanelli.

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Un giovane ricercatore, Matteo Fini, denuncia ():

In Italia, prima si sceglie un vincitore e poi si bandisce un concorso su misura per farlo vincere. Anche per un semplice assegno di ricerca. All’università è tutto truccato […] Tutti i concorsi a cui ho partecipato erano già decisi in partenza. Sia quando ho vinto, sia quando ho perso. Vinci solo se il tuo garante siede in commissione. Il concorso è una farsa, è manovrato fin dal momento stesso in cui si decide di bandirlo.

D’altronde la nostra Italietta anemica e pigra – prendo in prestito, un po’ decontestualizzandole, le parole di Leo Longanesi – che finanzia premi letterari e registi di sinistra, che assegna lauree honoris causa ad autori di canzoni, registi, campioni dello sport, cantanti rock, presentatoti televisivi, produttori di vino e artisti ottuagenari, ancora non si indigna per la mancata assegnazione del dottorato alla memoria a Norman Zarcone, ancorché concluso, ancorché non spendibile da mio figlio nell’oltretomba.

Fa più tendenza, ha una cassa di risonanza mediatica più forte, legare il proprio nome, il nome di un ateneo, di una cattedra, a un personaggio famoso, poiché “è la pastetta la sola, la vera, la grande capacità tecnica che domina il mercato”. Volete mettere una rock star, un industriale ricco e famoso o un regista vincitore di premi, dal punto di vista delle “influenze”, del “fascio di più amicizie”, con la memoria di un brillante e testardo dottorando senza borsa che invece di togliersi dalle palle come fanno tutti gli altri, ha preferito uccidersi per gridare il proprio sdegno?  E, come se non bastasse, si uccide nella sua università per gettare ombre e sospetti? Non se ne parla proprio. Il resoconto finale scaturisce purtroppo da un’accumulazione di premesse desolanti e tragiche allo stesso tempo. Io, non sto inventando niente, sono le premesse a fornire il senso al testo. Le premesse vere, però, non l’assunzione di premesse retoriche assunte come baluardo dello status quo (vostra incontestabile specialità).

I ragazzi con la targa in mano prima dell’affissione

I ragazzi con la targa in mano prima dell’affissione

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco, per que’ pochi scherzucci di dozzina”, non vorrà certo negare di aver udito, ascoltato, forse anche biasimato, chiacchiericci legati a rapporti atipici fra alcuni professori e alcuni studenti (o studentesse). Di carriere usurpate in virtù di forti legami politici e familistici. O di pettegolezzi su suoi colleghi – che hanno riempito le aule universitarie – legati a una certa loro inclinazione verso le discenti di bell’aspetto (non obbligatoriamente di bell’aspetto). Di fondi sperperati, concorsi pilotati, giovani sfruttati. Di dottorati assegnati come merce di scambio col politico all’auge del potere, il quale elargisce contributi per convegni e seminari, spesso dal discutibile valore culturale. Sovente, sempre lo stesso convegno con un titolo camuffato e qualche diverso relatore che va a farsi un paio di giorni di vacanza in una città italiana, raccontando aneddoti e storielle spacciati per relazioni scientifiche. Vacanze che si era già fatte il relatore del convegno precedente, ovvero il medesimo convegno con un titolo sulla locandina pubblicitaria leggermente modificato. Chiariamo, chiarisco pregiudizialmente che i presenti e gli eventuali nominati involontariamente sono sempre esclusi, come la miglior tradizione di saggezza pratica ci insegna, ma davvero oggi c’è qualcuno ancora disposto a credere che esista il merito nei nostri atenei? Che l’obbedienza a un caposcuola e far parte di una équipe consociata su fattori di sangue, territorialità, appartenenza, aspetti passionali, non paghi e non conti? Che i dottorati di ricerca “senza filtri e controlli”, non siano sul serio “legalmente truccati”? Io, empirico stronzo, non ci credo, ma sono in buona compagnia.

Per carità Eccellenza, non sto qui dicendo che sia tutto marcio, stiamo parlando a mo’ di “scherzucci”, non potrà tuttavia negare che di storie simili ne circolino in tutti gli atenei italiani. Quello di Palermo compreso. Non vorrà sottacere che alcuni suoi colleghi siano figli, quantomeno, di quel metodo molto generoso in virtù del quale si “legano le vigne con le salsicce”. Suvvia, è la normalità, niente di straordinario, lo so bene.

Già, la normalità. Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto intorno, si presenta come normale, privo della eccitazione e dell’emozione degli anni di emergenza. L’uomo tende a addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l’abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è. È allora che va creato, artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica.

I poeti come Norman, cui faceva riferimento Pasolini nelle sue righe appena riportate. I poeti che intessono la più alta filosofia con la “rabbia intellettuale” e la “furia filosofica” per aggredire la vostra sonnolenza abbarbicata al potere. Essi, che si indignano e dalla loro indignazione fanno germogliare quello stato di emergenza artificiale che i più arrischianti – i poeti medesimi – ci mettono davanti agli occhi per distogliere il nostro sguardo dalla normalità, dal torpore, dall’abiezione. “Arrischianti” come Norman, Eccellenza che talora “mi sta in cagnesco”.

La targa appena affissa in segno di protesta

La targa appena affissa in segno di protesta

Professore, Magnifico, il nepotismo – disonore tangibile delle nostre università – è un modo di pensare purtroppo presente; un tentare di normalizzare comportamenti che andrebbero invece deprecati. Debellati. Vedete, mio caro professore, Magnifico rettore, voi siete specialisti nei giochi di potere, sopporterete a malapena questa mia ripetuta cialtroneria che mi porta a sottolineare delle cose davvero antipatiche. Fra di voi basta uno sguardo per sancire un patto, una promozione, un avanzo di carriera, la mia cialtroneria vi infastidirà, lo so già. Ma io, in quanto cialtrone, sono maniacale nel sottolineare fatti, dettagli, cose che accadono. Ad esempio, professore, lei ha dichiarato:

Sgombriamo subito il campo dagli equivoci. Io sono un barone. Lo sono, cioè, se con questo termine indichiamo una persona che goda in ambito universitario di un prestigio meritato, capace di influenzare le scelte degli altri. Gestisco un potere che mi sforzo di mettere al servizio della comunità. Tutto qui. L’accezione negativa della prassi e del fenomeno non mi riguarda e non mi interessa.

Mi chiedo da coglione quale sono, insieme ai tanti altri coglioni che come me continuano a non capire:

… influenzare le scelte degli altri… prestigio meritato … gestisco un potere che mi sforzo di mettere al servizio della comunità eccetera.

Ma siamo sicuri che in un regime di meritocrazia, osservanza formale e sostanziale delle leggi, regolare funzionamento di un apparato dello Stato, questi concetti sopra riferiti non manifestino almeno qualche aspetto di conflitto? Un’anomalia sostanziale? Una contraddizione bell’e buona?

Non le sorge il dubbio (domanda retorica, da coglione quale sono, ovviamente, chiaro che questo dubbio non le sia mai passato per la testa) che in un paese vagamente normale, mediamente civile, a sprazzi democratico, “di pizzo, di cozzo e  di malandrineria” – per dirla con Pietrangelo Buttafuoco – concetti come influenzare le scelte degli altri e gestisco un potere che mi sforzo di mettere al servizio della comunità, non potrebbero avere diritto di cittadinanza? Anzi, sarebbero bollati come “pensieri pericolosi”? Ma tanto siamo fra di noi, fottiamocene, che normalità, civiltà e democrazia vadano pure affanculo, il fatto importante, centrale, basilare, è che si influenzino le scelte degli altri col proprio potere, per pure operazioni di servizio a beneficio della comunità. Infattamente, concluderebbe Cetto La Qualunque.

Applauso degli studenti di Lettere dopo l’affissione della targa

Applauso degli studenti di Lettere dopo l’affissione della targa

Ma tanto, egregio professore, Magnifico Rettore, lo Stato, per voi non c’entra una “beata minchia” con un dottorato di ricerca; sì, un dottorato è avulso da ogni forma statuale, non è un concorso pubblico bandito dallo Stato, quello Stato che per voi non sarebbe Stato nella periferia di un dottorato, bensì qualcosa come il bifidus actiregularis di cui si parla nella pubblicità, ma nessuno sa cosa sia. A vostro giudizio sono ben altri i meccanismi e i poteri dello Stato, glieli ricordo con una sua formulazione inviatami per posta elettronica. Mi scriveva così:

Lei sotto la spinta del suo immenso dolore ha lanciato una accusa che mi ha dato fastidio perché non ne avevo ben capito il senso: la morte di Norman è stato un omicidio di Stato. Ho rimuginato a lungo la sua terribile accusa. Alla fine sono arrivato alla conclusione che lei ha ragione, purché si dia a Stato il suo esatto contenuto. Lo Stato non può certo essere rappresentato da un periferico dottorato di ricerca, lo Stato è anzitutto il governo, il suo Presidente e i suoi ministri, è il Parlamento, è la classe politica, anche di opposizione, che ci governa. Lei ha ragione, lo Stato, nelle sue varie articolazioni, sta uccidendo un’intera generazione, la generazione di Norman, rubandole la speranza di un futuro in cui ciascun giovane possa progettare le proprie legittime aspirazioni.

Già, l’università non rappresenta lo Stato, questa sorta di supercazzola al bifidus actiregularis. Un “barone” è appena un’anima pia in grado di “influenzare le scelte degli altri” gestendo ad ogni modo – non sia mai – un potere messo al servizio della comunità. E io sono il Signore degli Anelli, che a differenza sua, mio professore, non “rimugina”. Rimuginare infatti, ha un senso clinico di incontrollabilità, ripetitività e ossessività, è qualcosa di ben diverso dal riflettere, dal meditare, dal pensare liberamente.

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco, per que’ pochi scherzucci di dozzina”, allora come commenterebbe la notizia riportata dal quotidiano “Repubblica. it” (pagina web di Bari) il 10 febbraio del 2014?

È l´inchiesta madre degli scandali universitari. L’indagine che ha aperto il vaso del malaffare dei baroni. Ci sono voluti quasi sei anni ma alla fine si è conclusa: i sostituti procuratori Emanuele De Maria e Ciro Angelillis hanno notificato 27 avvisi di conclusione delle indagini ad alcuni tra i più importanti cardiologi italiani e si apprestano a chiedere il rinvio a giudizio. La tesi è la stessa sostenuta già il 24 giugno del 2004 quando Paolo Rizzon, insieme con altri quattro baroni italiani, fu arrestato dalla procura di Bari: in Italia esisteva una cupola di professori che decideva commissioni e vincitori dei concorsi della disciplina.

E ancora:

Agli atti dell’inchiesta, oltre a decine e decine di concorsi truccati e nomine di commissioni pilotate, ci sono anche le minacce di Rizzon al professor Stefano Favale [di farlo pestare da due malavitosi, ndr], il cardiologo che lo ha denunciato.

Cooosa? Ho letto bene? “L’indagine che ha aperto il vaso del malaffare dei baroni”? “In Italia esisteva una cupola di professori che decideva commissioni e vincitori dei concorsi della disciplina”? “Minacce”?

Paolo Rizzon

Paolo Rizzon

Io personalmente non ci posso credere, anche se l’articolo continua così, nell’alterazione totale delle mie pupille:

Oltre a Paolo Rizzon e a suo figlio Brian, tra gli indagati baresi c’è anche il professor Matteo Di Biase, ordinario a Foggia. Proprio Di Biase e Rizzon – entrambi sotto indagine per associazione a delinquere – sono stati protagonisti di uno degli episodi più incredibili di quelli raccontati nell´indagine monster: far annullare un concorso per ricercatore in modo tale da ribadirlo e fare vincere i figli dei due professori.

Cosa, cosa odono le mie orecchie di stronzo empirico? Entrambi sotto indagine per associazione a delinquere… far annullare un concorso per ricercatore in modo tale da ribadirlo e fare vincere i figli dei due professori… decine di concorsi truccati e nomine di commissioni pilotate?

Scorro l’articolo, nella sua parte finale e che leggo? Non ci credereste mai:

D’altronde, già nel 2004, aveva parlato di una struttura simile a quella mafiosa lo stesso gip, Giuseppe De Benedictis che emise le ordinanze di custodia cautelare. Da allora i magistrati e gli uomini della polizia giudiziaria hanno lavorato minuziosamente per ricostruire il sistema, ma la maggior parte delle persone che componevano l’associazione a delinquere hanno continuato a lavorare nelle università italiane.

Struttura simile a quella mafiosa, associazione a delinquere, minacce di pestaggi, concorsi per ricercatore falsificati, cupola di professori che decideva ogni passaggio concorsuale, malaffare dei baroni. Ebbene, è qualcosa di diverso rispetto a quanto io dico da anni?

Sicuramente si sbagliano i magistrati e sono in malafede i giornalisti Gabriella De Matteis e Giuliano Foschini, infatti è uno squallido tentativo di infangare l’università. Almeno stavolta, professore (e anche lei, Magnifico), concorderà con me voglio augurarmi: lurida montatura che mina le fondamenta del più grande tempio di cultura di un paese costituzionalmente democratico. Magistrati, polizia e giornalisti sono degli stronzi empirici come il sottoscritto; untori che insozzano la veste immacolata dell’università italiana. Sicuramente complici di quel sistema di potere deviato che da anni attenta alla credibilità degli atenei nostrani, innocenti luoghi di formazione intellettuale, dove non vi è nessun vincolo associativo, territoriale, familiare, dove tutti possono far carriera con identiche possibilità, alla pari dei figli di Rizzon e Di Biase o dell’intera famiglia Frati. E mettiamoci un punto, professore, so già di essere simpatico come un foruncolo sul culo, ma le confesso: mi sono sempre stati sulle palle quelli che si sforzano di essere simpatici a tutti i costi. A volte, mi creda, me la lasci passare, meglio un foruncolo sul culo e la scabbia sui testicoli, che ascoltare le scemenze del simpatico a tutti i costi.

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Mumble…mumble… la banda dei concorsi truccati, cosìi baroni sistemavano i loro figli. Eppure dice questo il titolo dell’articolo (di evidente disonestà intellettuale) nel quale si parla anche di minacce, chiamiamole così, baronali. Qualunquisti del cazzo questi magistrati e giornalisti asserviti al potere deviato delle toghe! Mumble…mumble… Mi sa tanto invece che abbia ragione lei, mio professore: “I concorsi per ricercatore sono legalmente truccati”. Quello che vorrei capire però, sempre da stronzo empirico e coglione illetterato, come può, ossimoro a parte di legalmente truccato, un concorso essere legale e nello stesso tempo truccato? Potrebbe dare un segnale della sua magnanimità d’animo, della sua chiarezza, spiegando a tutti i coglioni illetterati, stronzi empirici come me, in che modo funzioni tutto il guazzabuglio del concorso legalmente truccato, perché non ci arrivo da solo? Scioglierebbe l’ossimoro, cortesemente? Ho comunque la sensazione, a pelle, che non se ne farà niente: lei continuerà a richiedere con voce da baritono un nome, un colpevole unico, ed io continuerò a gridare “mafiosi!” ai detentori di un potere illegale dentro le università. Amici come prima e niente di personale, glielo ribadisco. Continuerò tuttavia a scrivere, gridare, che chi cerca responsabilità soggettive di fronte a un dramma culturale, generazionale e di legalità, innescato da luridi meccanismi egemonici, si aggrappa a una pertica insaponata per mantenere integra la filiera benefici-sudditi-potere-nepotismo che oggi rappresenta il segno negativo più evidente delle università italiane.

Professore, Magnifico, leggendo ancora qualche libro, mi ritrovo questa definizione su un dittatore del secolo scorso e sul suo entourage, che calza a pennello, guarda caso, agli stessi baroni accademici – fanatici della menzogna – nella loro assurda pretesa di tutelare il buon nome della consorteria mafiosa cui appartengono:

[Essi] mentono sempre, in ogni istante, in ogni circostanza; e poiché mentono sempre, non sanno nemmeno più di mentire.

Infatti, paradossalmente, “dove tutti mentono nessuno mente. Dove tutto è menzogna, nulla è menzogna”.  Stiamo attenti però, “la menzogna non è l’errore”. Quasi pedagogiche le parole di Jacques Derrida:

Si può essere nell’errore, ci si può ingannare, è possibile dire il falso senza cercare di ingannare e quindi senza mentire.

Ma il vostro sistema di guarentigie familistiche invece mente con frode, con colpa, con dolo. L’inganno è conseguente alla menzogna, il malinteso è soltanto un pretesto per velare la menzogna, la frode, il dolo. Ripeto: l’infamia. Per fortuna c’è ancora il buonsenso in giro per le strade del mondo, cosicché i boiardi di Stato, i retori truffatori e avvelenatori dei pozzi della libera conoscenza, sono stati smascherati nel loro persistere in un disegno di potere illegittimo e fuorilegge. Ma la politica li protegge, li alleva, li fidelizza, in modo che il fascio di interessi comuni possa addirittura aprirsi a ventaglio.

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Mi è stato chiesto di fare un nome. Fare un nome, non assolverebbe comunque il sistema. Il problema, vedete, non è questo o quel nome, piuttosto un consolidato circuito di compiacenze, patti di fedeltà e comportamenti omertosi da cosca criminale, che va interrotto una volta per tutte. Senza una consolidata struttura di potere con le sue regole interne, il singolo barone non avrebbe campo, né storia. Anzi, non sarebbe nemmeno un barone. Negare ciò che è chiaro ed evidente, le responsabilità di un apparato affaristico e (malauguratamente) ramificato, aggrappandosi a surrettizie – confermo, surrettizie – richieste di dimostrazioni di responsabilità personali, è un qualcosa di osceno che offende il mio dolore, insieme al lavoro di tanti giornalisti, magistrati, esponenti delle forze dell’ordine, che sui casi di baronaggio universitario lavorano (e dimostrano) con risultati da far drizzare i capelli. Secondo alcuni, se non c’è un nome preciso non c’è colpa. Se non c’è la classica pistola fumante in mano a qualcuno, il Male non è andato in scena. Errato. Fallacia logica bell’e buona. Perché “quando tutti sono sospettabili, nessuno è veramente innocente”, recita un trailer dei canali tivù Fox Crime. E sempre sugli stessi canali, tempo fa ascoltai questo aneddoto, molto in sintonia con le mie affermazioni. L’aneddoto raccontava di un orafo cinese che aveva truffato un gruppo di orafi cinesi suoi concorrenti (non ricordo se centotrenta o più).

Ebbene, questa folta brigata di orafi cinesi per punire il collega truffaldino, lo aveva ucciso a morsi. Però si erano limitati ad un morso ciascuno, per far sì che non si capisse quale morso gli avesse dato la morte. La sottigliezza cinese aveva concepito che con un mozzico a testa nessuno avrebbe potuto accusare qualcuno di omicidio. Esclusi forse i primi morsi, infatti, da una certa serie in poi, tutti gli altri avrebbero potuto causare la morte del ribaldo. È stato il ventesimo, oppure il centesimo morso a provocarne il decesso? Impossibile da stabilire. Come si vede, i cinesi sono riusciti a taroccare anche le prove di un omicidio, inquinando inoltre, con il gran numero di persone partecipanti al delitto, la scena del crimine. Richiedere una responsabilità personale all’interno di un gruppo di persone che rappresenta una potente corporazione, è un depistaggio; sarebbe come cercare l’assassino cinese, colui che ha assestato il morso mortale (e sappiamo tutti, che gli “orafi” accademici, proprio perché tanti, inquinano la scena del crimine già con la loro presenza e col loro gioco di complicità). Io non porto buone notizie, purtroppo. Per questo scrivo. Per gridare. Questo articolo semi-serio, serissimo, pertanto Io definisco “un grido”.

Targa affissa in memoria di Norman

Targa affissa in memoria di Norman

Il grido disperato di Norman. Il grido di tutta la “Generazione Norman”, ancora inascoltato, tanto che il deputato Giorgio Stracquadanio definì in quel periodo “sfigati” coloro che guadagnano cinquecento euro al mese. Ma forse quest’uomo – che di certo non avrà avuto il problema di far quadrare i propri bilanci – non tenne conto che molti giovani, oggi, vorrebbero essere “sfigati” e guadagnare almeno cinquecento euro al mese. Questo articolo è il grido di David, l’altro mio figlio. Ancora oggi mi rimbomba nella testa. Quando venne la polizia a portare la notizia del suicidio di Norman, l’urlo di David prese forma in qualcosa di raccapricciante: è qualcosa, credetelo, che non si può descrivere con le parole. È il grido silenzioso di mia moglie, la quale piange ogni notte la creatura da lei generata. Mentre cerco di leggere a letto, percepisco il suo pianto. Lei se ne sta girata dall’altro lato del materasso per non farmene accorgere, ma io me ne accorgo inevitabilmente. Odo i suoi singhiozzi silenziosi, strozzati in gola, che gridano aiuto, invocano Dio così forte, tanto da farli sembrare una bestemmia. E ricordo il suo viso pietrificato dinanzi alla bara del figlio. Straziante. Anche in questo caso non basterebbero parole, anzi, proprio non ci sono.

Questo articolo è il grido di dolore di noi fortunati ad aver conosciuto Norman, inebetiti, impotenti, mentre il feretro contenente il suo corpo in mille pezzi, veniva issato in spalla per essere depositato dentro un carro funebre. È il grido luttuoso di un amico di Norman, il quale appena laureato in Ingegneria gli ha portato sulla tomba un pacchetto di confetti, con la scritta: «Ciao compà, mi manchi». Un grido condiviso da tutti gli amici di mio figlio, giovani perbene che non finiranno mai di tessere le lodi del loro fratello scomparso in questo modo inaccettabile dall’umana ragione. È il grido contro chi non vuole cambiare le cose, innaffiando d’ipocrisia le proprie parole al cospetto dell’opinione pubblica. È ancora, per sempre, il grido di mio figlio mentre cade vertiginosamente dal settimo piano di Lettere: chissà cosa avrà pensato. Chissà cosa avrà provato, anima mia… Spappolato al suolo. Non riesco a crederlo, a pensarci. Chissà per chi sarà stato il suo ultimo pensiero. E chissà se mentre scivolava via dalla vita avrebbe voluto tornare indietro, fermando il fotogramma della sua discesa, un piano prima di toccare il selciato.

Qualcuno sa forse cosa significhi il dolore? Sa cosa voglia dire piangere le lacrime più amare possibili nell’esperienza di una persona? Mi auguro che siano in pochi a conoscere tale dolore e abbiano provato il sapore del fiele di queste lacrime. Lacrime che ti soffocano, ti stringono la gola, si attaccano al palato, non scendono mai giù. E come potrebbero scendere giù? Io grido per Norman. Grido per tutti i ragazzi come lui. Grido contro i luridi persuasori di morte della nostra società. Io grido, voglio gridare. Solo gridare. Vi affido questo grido, pertanto, indirizzatelo dove e contro chi vi pare. Ma fatene tesoro, esso è un grido di libertà e ribellione dei cervelli pensanti, non può andare disperso. Gridatelo insieme, sarete imbattibili. Fate i nomi da una finestra, gli metterete paura.

Vi lascio questo grido – il grido di Norman – rispettatelo come un lascito testamentario.