Nazione e inter-nazionalismo*

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  1. Giuseppe ha detto:

    Questa è l'esplicazione di quanto andavo ripetendo già al liceo:
     "Senza patria non esistono rivoluzioni".
    Detto ciò, proporrei uno spunto di riflessione riagganciandomi ad un libro di antropologia letto qualche tempo fa (di cui ora proditoriamente non ricordo nè titolo nè autore), in cui si enucleava il concetto della forza dei simboli nel veicolare il riconoscimento identitario di popolo e nazione. Partendo da ciò, mi piacerebbe sapere, un po' per celia, ma non troppo, quanto auspicabile sia la proposizione di un Tricolore rivoluzionario, di una nuova bandiera nazionale che aiuti a coagulare tutte le nuove forze di cambiamento che nascono ed inevitabilmente nasceranno nei mesi a venire, tutti i patrioti rivoluzionari decisi ad impegnarsi sul fronte comune della lotta di liberazione del Popolo e della Nazione Italiana. 

  2. Eugenio Orso ha detto:

    Esiste un libro, poco noto in Italia, scritto da Milton Friedman, pubblicato in America nel lontano 1962 (in traduzione italiana nel 1967), che non è un testo economico – o più specificamente un trattato di economia monetaria, data la specializzazione dell’”anima nera” liberalcapitalistica Friedman. Questo libro è Capitalism and Freedom (Efficienza economica e Libertà, nell’edizione italiana di Vallecchi) ed è il primo e il vero manifesto politico della classe globale e la “bibbia” di quello che io chiamo il Nuovo Capitalismo finanziarizzato del terzo millennio.
    Nel citato libro il liberismo selvaggio oggi imperante, il mercato, il liberalcapitalismo antisociale, vanno sotto il nome di “capitalismo concorrenziale” e lo Stato, nonché il governo, che per Friedman si identificava in modo particolare con l’amministrazione federale americana, diventa un nemico dichiarato dei liberali. Un nemico da combattere e da ridimensionare fino a ridurlo al lumicino. Il mercato autoregolantesi, per contro, è visto da Friedman come garanzia di efficienza economica e di democrazia(!).
    Non ci si deve stupire, quindi, che dopo la comparsa della nuova classe dominante globale (che ha sostituito la borghesia) quale agente neocapitalistico, dopo l’affermazione di un nuovo modo storico di produzione (diverso dal capitalismo del secondo millennio) e dopo l’ulteriore e decisiva estensione dei mercati (globalizzazione neoliberista), lo stato-nazione è stato progressivamente ridimensionato nelle sue competenze e nella sua importanza, ed assoggettato al controllo di organismi sopranazionali che rispondono direttamente alla classe globale neodominante.
    Alla luce di quanto sta accadendo nel nostro presente, in relazione al prevalere del Mercato sullo Stato ed alla riduzione dell’autonomia e delle competenze dei “governi”, possiamo affermare che mezzo secolo fa l’estremista liberale Milton Friedman è stato addirittura profetico, e il suo “consiglio” di indebolire lo stato, limitandone attività e funzioni con il fine del rafforzamento del libero mercato, è stato pienamente accolto dalle nuove élite globaliste.
    Questo processo di “demolizione” dello stato-nazione e di esproprio della sovranità politica e monetaria è oggi particolarmente evidente in Europa, che probabilmente costituisce un utile banco di prova per un futuro “governo mondiale” neocapitalistico. Si vedano le azioni demolitorie, e di “apertura al mercato”, del governo fantoccio di Monti/ Napolitano/ Draghi in Italia.
    Stato-nazione dotato di sovranità assoluta, nel cui quadro può essere esaltata la socialità e possono essere efficacemente perseguiti gli interessi vitali della popolazione, e libero mercato globale sono totalmente incompatibili, anzi, sono opposti. O si distrugge progressivamente lo stato (e con lui la socialità) o si distrugge il libero mercato globale, che è la linfa vitale delle élite neocapitalistiche (la classe dominante globale). Si tratta, in poche parole, di un aut-aut, e chi sostiene l’autonomia e l’indipendenza dello stato-nazione, nonché l’assoluta prevalenza della politica sul mercato (all’estremo opposto di Friedman), non può che combattere, in un confronto mortale che non fa prigionieri (due combattono, uno vive), il liberalcapitalismo, la liberaldemocrazia, il libero mercato globale e, nel nostro caso, la falsa Europa dell’unione. Se vi è stata possibilità di compromesso fra lo Stato e il Mercato (ma quello più limitato ed ancora subordinato alla politica) nel secondo millennio, nel secondo dopoguerra in cui vigeva un altro ordine, oggi questa possibilità non c’è più.
    Prescindendo da arcinote bestialità liberlali-liberiste come la “società aperta” dell’infame Popper, possiamo però affermare che la cosiddetta società di mercato per sua natura deborda dai confini dello stato-nazione e colonizza gli ampi spazi, estinguendo la socialità.
    Per combattere questo capitalismo, la società di mercato, la classe globale e i suoi servi-stragisti sociali demolitori dello stato (Monti, Napolitano, Draghi, Papadimos, eccetera, eccetera) non si tratta di resuscitare il nazionalismo otto-novecentesco, che essendo un'ideologia dell’altro secolo potrebbe essere resuscitata soltanto in battaglie di retroguardia, ma si tratta di riaffermare la piena sovranità, politica e monetaria dello stato-nazione, pur in un quadro complesso di interdipendenze economiche planetarie. La sovranità nazionale non è incompatibile con la coscienza sociale. Non è vero che la sovranità nazionale è “di destra”, mentre la coscienza sociale è “di sinistra”, perché le due procedono insieme, di pari passo, e se si demolisce la sovranità nazionale, riducendo le competenze e i poteri effettivi dello stato, togliendo ai governi la decisione strategica, degrada anche la socialità, fino ad estinguersi. Lo possiamo osservare chiaramente in Italia, in cui questo processo, largamente imposto dall’esterno, di esproprio della sovranità nazionale e di estinzione contestuale della socialità è in corso già da un ventennio. Gli attacchi allo stato sociale ed al lavoro sono possibili soltanto se lo stato nazionale scivola in posizione totalmente subordinata rispetto ad entità sopranazionali globaliste, che esprimono il vero governo.
    Se poi si vuole usare l’espressione “nazionalitario”, per indicare chi si batte contro la globalizzazione, l’esproprio di sovranità nazionale e la dittatura globalista-neocapitalistica e liberldemocratica, anziché ricorrere ad altre espressioni, si faccia pure, perché, per quanto affermato in precedenza, rivendicando la propria identità si difende lo stato-nazione, si rivendicano la socialità, l’equa distribuzione del prodotto, e il diritto ad un lavoro stabile e dignitoso.
     
    Saluti
     
    Eugenio Orso

  3. Gengiss ha detto:

    La differenza tra patriottismo (democratico) e nazionalismo (imperialista) era già stata spiegata benissimo due secoli fa dal grande Mazzini. Non vi è alcuna contraddizione tra patriottismo e "rivoluzione" (di qualsiasi tipo, anche socialista), a maggior ragione in tempi di globalizzazione capuitalista. Sarebbe però interessante capire perchè in questi anni molti movimenti indipendentisti europei (Lega Nord in testa) adottino invece un modello nazionalista/conservatore/simil-fascista

  4. stefano.dandrea ha detto:

    Domanda importante: perché i movimenti indipendentisti europei hanno adottato un modello nazionalista conservatore simil fascista?

    Nella Lega non ritrovo molti tratti del fascismo, salvo un certo razzismo, che inizialmente era rivolto verso i meridionali (e dunque era incompatibile con il fascismo): dovè il controllo pubblico dell'economia? Dov'è una classe politica colta come quella che ebbe il fascismo? Dov'è l'esaltazione dell'esercizio fisico e della guida pubblica all'esercizio fisico? Dov'è il tentativo di resistere ad alcuni rischi connessi alla legittima e sacrosanta avanzata delle masse, mantenendo una scuola pubblica severa e difficile? Dov'è la volontà di indipendenza dagli Stati Uniti (c'era ma è andata scemando)?

    Quanto a conservatore, oggi non so cosa significhi questo termine. E perciò lo lascerei da parte.

    Quello della lega è stato un indipendentismo (di una parte dell'Italia dall'Italia) di tipo liberale e globalista. La spiegazione è abbastanza semplice. Tutti siamo vissuti all'interno del paradigma liberale e globalista. Persino Bertinotti una volta dichiarò di essere un "comunista liberale"! Io, con rammarico, devo ammettere che nel 1993 (mi sembra) ho firmato per i referendum maggioritari. Soltanto nel 1998 sono rinsavito. Anche io ho preso la bambola liberale. Il crollo dei regimi dell'est, da questo punto di vista, è stato determinante. Controllo pubblico dell'economia, organizzazione, promozione, protezione e disciplina dell'attività economica sono diventati tabù. Senza utilizzare e applicare questi concetti, non ci può essere socialismo, neanche nella variante socialdemocratica e più in generale non si possono ridurre le disuguaglianze e perseguire la giustizia sociale. Senza quei concetti c'è soltanto la libertà d'impresa e la concorrenza. E la voglia di indipendenza è motivata soltanto da pretesi trasferimenti di ricchezza che una parte del territorio subirebbe nonché da "furti" da parte di  "Roma Ladrona"

    E' questa la ragione per la quale il nostro avversario ideologico è il paradigma liberal-globalista-concorrenziale.

  1. 3 febbraio 2012

    […] Segnalo questo documento della rivista “Indipendenza” pubblicato sul sito di “Appello al popolo”. […]

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