A proposito di un articolo di Moreno Pasquinelli

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4 Risposte

  1. Tutto molto interessante e condivisibile (immaginiamo che siano le posizioni elencate più o meno dettagliatamente quelle dove Moreno si è differenziato). Ma non crede, D'Andrea che la linea di frattura non sia quella fra sovranisti e non sovranisti (o fra anti e pro euro) ma un'altra? Non crede che una posizione autoriferita alle singole posizioni sovraniste infici poi il carattere chiamiamolo internazionale di un movimento popolare quale Lei intende? 
    Invece tutte le determinazioni organizzative qui esposte debbono fare il paio con quelle posizioni veramente liberali (e pro-euro) che in questo Paese ci sono, e segnare con essi una discontinuità, anzichè assumere una sterile (forse) posizione sovranista che nello scenario macroregionale (riferito al globo) non significano nulla? Non è possibile uscire dalle retoriche sovraniste per lavorare ad un'Europa che riprenda i fondamentali originari della sua costituzione, e che nel Parlamento Europeo ed ad esso vengano riferite le politiche europee (anzichè com'è ora riferite ad un esecutivo (politico e finanziario) completamente alienato dalla sovranità popolare? 

  2. stefano.dandrea ha detto:

    Gentili sig.ri di N.O.I., chiedo scusa se non riesco a rispondervi con immediatezza. Ho alcuni giorni di grande lavoro e di impegni extralavorativi. Appena posso, mi dedicherò a rispondervi, nel tentativo di negare che si sia in presenza di una retorica antieuropea e che invece siamo immersi nella retorica europeista.

  3. Lorenzo ha detto:

    Ci vuole coraggio a parlare di retorica sovranista quando non c'è pennivendolo che non imbratti il suo fogliaccio colla retorica europeista e neoliberale messagli in bocca dal regime. Con tanto di semantica spaventagregge incorporata: chi mette in discussione le rapine dell'alta finanza è un populista e fa antipolitica.
     
    Forse la miglior risposta è chiedere al N.O.I. quale sia il loro piano, chiaro, concreto e praticabile per rovesciare l'architettura istituzionale e l'impianto economico neoliberista dell'UE come un calzino, sgominare il potere delle lobbies che governano Bruxelles, e convincere gli stati europei ad entrare in rotta frontale di collisione col loro padrone statunitense, fonte del turbocapitalismo.

  4. flavio ha detto:

    Parlare di socialismo senza riferimenti concreti a uno spazio geografico e un tempo storico, è peggio di  una vana declamazione, significa divulgare un assioma religioso o filosofico. Solo questi, pretendono possedere una valenza universale che si proietterebbe talmudicamente verso l'infinito.
    Allo stesso modo, è una priorità assoluta dar corpo a una forza concreta che si frapponga, rallenti, inceppi, delimiti, per poi sconfiggere il progetto oscurantista dell'elite. In Sudamerica sono stati movimenti reali e le ondate crescenti con cui si manifestarono, fino a cristallizzarsi in alleanze politico-sociali. Finora, c'è stato un semisciopero in 12 mesi, (più qualche manifestazione)! Troppo poco.
    La questione dell'euro sarà decisa dal rapporto di forze accumulate: bisogna pensare non in termini di conquista del potere, ma di un processo in cui si riducono gli spazi di manovra all'oligarchia finanziaria e -per conseguenza- cresca la nuova egemonia egemonia sociale.
    Ricordo due cose:
    1) In Venezuela, nel 1998, Chávez si presentò e vinse le elezioni con due punti: indire una Assemblea Costituente e opporsi al Consenso di Washington (oggi sarebbe come il No a BCE ed UE) per l'equità sociale.
    2) In Ecuador, come primo atto, il presidente Correa espulse la delegazione della Banca Mondiale, e tutte le misure che hanno portato ad una revisione -e riduzione- del debito estero, sono state deliberate nonostante la moneta nazionale Ecuadoriana sia il…dollaro! I neoliberisti, lì riuscirono ad abolire la moneta nazionale.
    In entrambi i casi, sono arrivati al potere politico senza disporre di partiti -che scomparvero tutti dalla scena- o organizzazioni equivalenti proprie, e puntarono sulla Costituente, perchè il neoliberismo aveva praticamente liquidato lo Stato, e le istituzioni superstiti si paralizzavano in una guerra di bande contrapposte.
    Concordo con la concretezza di S. D'Andrea

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