Ieri, alla notizia della chiusura del grande complesso di Ras Laffan in Qatar, colpito da un drone iraniano, i prezzi europei del gas naturale sono cresciuti del 45 per cento: sull’hub di Amsterdam, che funge da riferimento per il continente, i contratti front-month (a un mese) si scambiavano a più di 46 euro al megawattora. È vero che la stagione fredda è praticamente conclusa, ma i paesi d’Europa devono prepararsi ad acquistare gas per rifornire gli stoccaggi in vista del prossimo inverno.
Gli esportatori americani di GNL si sfregano le mani
Questo fortissimo rialzo dei prezzi ha acceso l’attenzione dei produttori statunitensi di gas liquefatto (Gnl), che dopo l’invasione dell’Ucraina sono diventati dei fornitori rilevantissimi per l’Unione europea. Il Financial Times ha scritto che le aziende americane Venture Global e Cheniere Energy, tra le più grandi del settore, stanno cercando di aumentare la produzione nei loro impianti in Texas e in Louisiana in modo da approfittare di questo momento favorevole ai loro affari. In sostanza, puntano a riempire il vuoto di mercato lasciato Qatar con i loro carichi.
Lunedì le azioni di Venture Global sono cresciute di quasi il 20 per cento, mentre quelle di Cheniere Energy di oltre il 5 per cento.
Flessibilità dei carichi
Venture Global e Cheniere Energy, e più in generale gli esportatori statunitensi di Gnl, riescono a sfruttare i momenti di rialzo dei prezzi spot (termine tecnico che indica il mercato giornaliero e all’ingrosso) per via della flessibilità dei loro contratti di vendita, che permette loro di riorientare i carichi verso destinazioni diverse da quelle inizialmente previste. Più del 30 per cento dei carichi di Venture Global, per esempio, sono venduti a prezzi spot.
– Leggi anche: Chi vuole gasare l’Europa con il Gnl americano
Differenze di prezzi
In questo momento, i prezzi europei del gas si aggirano sui 44,5 euro al megawattora, mentre quelli statunitensi sono a 2,9 dollari per milione di Btu (circa 9 €/MWh).
Ma nemmeno gli Stat Uniti possono sostituire il Qatar
Gli Stati Uniti sono i maggiori esportatori di Gnl al mondo, con oltre cento milioni di tonnellate nel 2025. Stanno anche dotandosi di ulteriore capacità di liquefazione, ma i nuovi stabilimenti – l’impianto più notevole è quello di Golden Pass in Texas, sviluppato da ExxonMobil e QatarEnergy – non saranno pienamente operativi prima di mesi o anni.
Nonostante la loro potenza energetica, gli Stati Uniti da soli non possono rimpiazzare del tutto il Qatar: possono al massimo compensare una parte dell’offerta persa con la chiusura del sito di Ras Laffan – che vale un quinto dell’offerta globale di Gnl -, ma non possono annullare gli effetti di una crisi prolungata in Medioriente.
Ira Joseph, ricercatore alla Columbia University, ha detto a Bloomberg che gli Stati Uniti stanno esportando praticamente al massimo della loro capacità, “quindi non c’è molto margine di manovra, forse il 5 per cento, per dei volumi aggiuntivi”.
Il piano di Trump
Il presidente Donald Trump ha promesso di stimolare la produzione di idrocarburi (drill, baby, drill è uno dei suoi motti) e di affermare il “dominio energetico” degli Stati Uniti sui mercati dei combustibili fossili. Nel 2025 le autorità americane hanno approvato impianti di produzione di Gnl per una capacità superiore a 80 miliardi di metri cubi.






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