{"id":10126,"date":"2013-12-18T02:54:45","date_gmt":"2013-12-18T02:54:45","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=10126"},"modified":"2013-12-18T02:54:45","modified_gmt":"2013-12-18T02:54:45","slug":"la-fuga-in-avanti-della-cgil","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=10126","title":{"rendered":"La \u00abfuga in avanti\u00bb della CGIL"},"content":{"rendered":"<p>\n\t<span style=\"line-height: 1.6em\">L&rsquo;indomani della creazione delle prime Istituzioni comunitarie (CECA e CED), che precorsero il Trattato di Roma del 1957, il maggior sindacato italiano intraprese un lento percorso di revisione del proprio atteggiamento nei confronti di una certa spinta al mutamento &#8211; evidentemente considerato ineluttabile nel processo di integrazione europea &ndash; delle forze economiche e sociali in un mercato sempre pi&ugrave; ingovernabile.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\tUn importante passo in questa direzione fu la risoluzione &ldquo;La posizione della CGIL sul Mercato Comune Europeo&rdquo; del 19 luglio 1957, adottata all&rsquo;unanimit&agrave;, nella quale il Comitato esecutivo prese atto di &laquo;<em>una tendenza verso forme di intesa economica internazionale e verso forme di integrazione di mercati europei<\/em>&raquo; e che questa tendenza &laquo;<em>poggia anche su esigenze obbiettive, quali la necessita di garantire pi&ugrave; ampi mercati ai progressi in atto della tecnica produttiva, di coordinare gli sforzi per lo sfruttamento pi&ugrave; razionale di tutte le risorse tecniche, energetiche e umane, di garantire uno sviluppo pi&ugrave; rapido delle regioni economicamente arretrate le quali costituiscono una remora alla stabilita economica di tutte le nazioni europee<\/em>&raquo;. &laquo;<em>Malgrado inconvenienti di natura transitoria che possono derivare dallo sviluppo di una tale tendenza, il Comitato esecutivo ritiene che essa vada appoggiata, perch&eacute; pu&ograve; recare in prospettiva un contributo fondamentale e, in una certa misura, insostituibile, allo sviluppo generale delle economie europee e al miglioramento delle condizioni di vita dei lavoratori<\/em><em>&raquo;<\/em>.\n<\/p>\n<p>\n\tSebbene non mancassero alcune preoccupazioni riguardo il &ldquo;<strong><em>carattere incontrollato<\/em><\/strong><em> (nel tempo e nello spazio) <strong>previsto dal trattato per l&rsquo;esportazione dei capitali<\/strong>; <strong>l&rsquo;abolizione di ogni forma di controllo sugli scambi di merci<\/strong>; <strong>il divieto agli aiuti forniti dagli stati nei confronti di settori produttivi o di regioni economiche<\/strong> (&hellip;). In particolare, la possibilit&agrave; di realizzare un&#039;efficace politica di industrializzazione del Mezzogiorno verrebbe ad essere seriamente compromessa dall&rsquo;applicazione del trattato<\/em> [Trattato di Roma]&rdquo;, il documento si configurava come primo passo di una &ldquo;fuga in avanti&rdquo;, nella speranza di rendere europee le trattative sindacali sui salari, le lotte per l&rsquo;occupazione, l&rsquo;orario di lavoro, le prestazioni previdenziali e cos&igrave; via.\n<\/p>\n<p>\n\tVent&rsquo;anni dopo, con il manifestarsi di nuova crisi delle economie capitalistiche, un Convegno di Fiuggi del 1977 dal titolo sintomatico &ldquo;Nuova democrazia e piena occupazione &ndash; Socialisti e lotte operaie in Italia e in Europa&rdquo; fu l&rsquo;ennesimo momento per i socialisti della CGIL per ribadire l&rsquo;esigenza di &laquo;<em>lotte operaie unitarie a livello europeo<\/em><em>&raquo;<\/em> sebbene caratterizzate, commentava Giorgio Lauzi, da &laquo;<em> uno sforzo di anticipazione in qualche misura sbilanciato rispetto alla situazione esistente, e ci&ograve; perch&eacute; le lotte operaie europee<\/em> <em>(per un diverso tipo di sviluppo europeo che sappia &laquo;replicare&raquo; alla crisi del capitalismo con un &laquo;progetto&raquo; il quale rechi in se stesso elementi significativi via via pi&ugrave; accentuati di socialismo) sono ancora pressoch&eacute; tutte da costruire&raquo;<\/em>.\n<\/p>\n<p>\n\tOggi possiamo dire che questa &ldquo;fuga in avanti&rdquo; rispetto ai problemi economici, sociali e politici del Paese, nel miraggio di una nuova piattaforma sindacale europea ,non produsse altro che lo svuotamento delle lotte nazionali.\n<\/p>\n<p>\n\t&Egrave; certamente utile, per comprendere l&rsquo;evoluzione del dibattito interno alla Confederazione, riportare alcuni passaggi del discorso di Mario Did&ograve;, nel corso del citato convegno di Fiuggi. L&rsquo;allora segretario confederale, nonostante credesse fermamente nel processo di integrazione europea, riusc&igrave; a mettere in luce con sincera preoccupazione molte di quelle contraddizioni che oggi, invece, vengono accettate, giustificate o ignorate.\n<\/p>\n<p>\n\tLa prima parte del discorso affrontava in tono critico le politiche di austerit&agrave; che, allora come oggi, seppur in forma pi&ugrave; attenuata, colpirono l&rsquo;occupazione.\n<\/p>\n<p>\n\t&laquo;<em>Nel movimento sindacale europeo &egrave; maturata progressivamente la consapevolezza che parlare di occupazione non significa parlare di un problema specifico o particolare, da affrontare con misure di natura sociale, ma che significa parlare di <strong>politica economica e cio&egrave; di misure e di strumenti di intervento nella economia da utilizzare per modificarne il corso e creare cos&igrave; le condizioni per un aumento dell&#039;occupazione<\/strong>.<\/em> [&hellip;]\n<\/p>\n<p>\n\t<em>Le misure deflazionistiche finora adottate in tutti i Paesi e dalle istituzioni monetarie finanziarie internazionali, se hanno avuto un certo successo nel combattere l&rsquo;inflazione e i deficit delle bilance dei pagamenti non sono per&ograve; riuscite ovviamente a rimettere ordine nel sistema monetario internazionale, n&eacute; a creare le condizioni per un ritorno spontaneo agli investimenti, all&rsquo;aumento della produzione e dell&rsquo;occupazione.<\/em> [&hellip;]\n<\/p>\n<p>\n\t<em>Bisogna dunque risalire alle cause profonde della crisi per trovare <strong>la via giusta da seguire che &egrave; quella di favorire condizioni per una ripresa produttiva che non sia solo frutto di un aumento della produttivit&agrave; a costo di un peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei lavoratori, ma sia il risultato di un aumento dell&rsquo;occupazione<\/strong>. E l&#039;occupazione pu&ograve; crescere solo se la produzione aumenta ad un tasso pi&ugrave; elevato della produttivit&agrave;, il che &egrave; l&rsquo;esatto contrario di quanto sta avvenendo negli stessi settori e nelle stesse imprese pi&ugrave; attivi<\/em>. [&hellip;]\n<\/p>\n<p>\n\t<strong><em>La caduta generalizzata degli investimenti estensivi e la parallela crescita della disoccupazione si possono <\/em><\/strong>[&hellip;]<strong><em> considerare un dato strutturale e politico di tutti i Paesi industrializzati<\/em><\/strong><em>.<\/em> [&hellip;]\n<\/p>\n<p>\n\t[la scelta della programmazione]<em> implica il rifiuto netto della linea capitalistica di un rilancio che sconta una sconfitta preliminare delle rivendicazioni sindacali, che punta quindi sul rilancio degli investimenti intensivi senza alcuna selettivit&agrave; settoriale e territoriale, insistendo sull&#039;attuale modello di consumi individuali e rifiutando, oltretutto, l&#039;esigenza di un severo piano di risparmio di energia i cui prezzi sono destinati ad aumentare, e lo sviluppo di fonti alternative al petrolio. <strong>Per il nostro Paese, la scelta di un rilancio produttivo <\/strong>che ottemperi alla esigenza del riequilibrio della bilancia dei pagamenti e dell&#039;attenuazione dell&rsquo;inflazione, <strong>non pu&ograve; che basarsi sulla penalizzazione dei consumi privati ad alto contenuto di importazioni e su una politica industriale ed agricola che miri a sostituire le importazioni con produzione interne, sia intervenendo nei settori a tecnologia matura che in quelli di avanguardia<\/strong>.<\/em> [&hellip;]\n<\/p>\n<p>\n\t<em>I problemi che a questo riguardo sorgono tra le istituzioni nazionali e internazionali non possono essere assolutamente ignorati. La famosa lettera della Commissione della CEE che ricorda, giustamente, al nostro Governo che secondo le norme comunitarie vigenti sulla &laquo;<strong>libera concorrenza<\/strong><\/em><em>&raquo;, ogni singolo provvedimento che sar&agrave; adottato in applicazione della legge di riconversione industriale dovr&agrave; essere sottoposto al vaglio della Commissione stessa che ne valuter&agrave; la compatibilit&agrave;, deve farci riflettere. La stessa procedura del resto &egrave; stata aperta per una iniziativa analoga adottata dagli Olandesi<\/em>. [&hellip;]\n<\/p>\n<p>\n\tLa crisi dei settori tessile, siderurgico, cantieristico, ecc. &laquo;<strong><em>&egrave; dovuta sia a cause congiunturali<\/em><\/strong><em> (caduta del mercato per effetto della crisi); <strong>sia alla durissima concorrenza in atto tra i paesi industrializzati, che si configura come una specie di guerra commerciale<\/strong>; sia all&rsquo;intervento produttivo in questi stessi settori dei paesi del 3&deg; Mondo, per cui una soluzione strutturale dovrebbe essere inquadrata in una strategia generale di politica economica e non solo con misure assistenziali e contingenti.<\/em>\n<\/p>\n<p style=\"margin-left:35.4pt\">\n\tLe norme di libera concorrenza creavano, allora come oggi, profondi squilibri nella bilancia dei pagamenti, anche senza l&rsquo;aggravante di un cambio nominale fisso, costringendo i paesi in deficit a estenuanti politiche deflazionistiche. Mentre l&rsquo;adozione del principio della &ldquo;libera concorrenza&rdquo; (oggi maggiormente affermato e difeso), implicava forti limitazioni nel potere degli Stati di programmare le proprie economie.\n<\/p>\n<p>\n\t<em>Il problema che poniamo noi <\/em>[&hellip;]<em> &egrave; quello di <strong>orientare gli investimenti<\/strong> (attraverso incentivi e disincentivi) <strong>a favore di nuovi settori produttivi<\/strong>, che evidentemente diventa un fatto concorrenziale nei riguardi degli stessi settori sviluppati in altri Paesi della CEE e dunque, <strong>in nome della salvaguardia delle regole dell&rsquo;economia di mercato, che stanno alla base del Trattato di Roma, questa nostra strategia programmatoria rischia di saltare<\/strong>.<\/em> [&hellip;]\n<\/p>\n<p>\n\t<strong><em>Il nostro Paese come tutti gli altri Paesi capitalistici che hanno problemi di deficit della bilancia dei pagamenti e di disavanzo pubblico, ha chiesto al F.M.I. e alle stesse istanze comunitarie<\/em><\/strong><em>, cos&igrave; come a singoli Paesi, <strong>dei prestiti che sono stati concessi a ben determinate condizioni che vincolano il nostro governo ad un&rsquo;azione di risanamento finanziario entro breve termine, con misure restrittive che hanno provocato<\/strong> [&hellip;] <strong>un aggravamento della crisi in atto<\/strong>.<\/em>\n<\/p>\n<p style=\"margin-left:35.4pt\">\n\tLo stesso metodo di governo che pone precise &ldquo;condizionalit&agrave;&rdquo; &egrave; presente tutt&rsquo;oggi in Istituzioni europee pi&ugrave; recenti, come il M.E.S., che in caso di rischio insolvenza per debito eccessivo, con conseguente fuga di capitali, concede assistenza finanziaria agli Stati in difficolt&agrave; in cambio di ulteriori cessioni di sovranit&agrave; in politica di bilancio.\n<\/p>\n<p>\n\t<em>Si pongono in definitiva due questioni: la prima &egrave; che <strong>non possiamo impostare una politica di programmazione economica nel nostro Paese senza contemporaneamente aprire una contrattazione a livello internazionale e a livello CEE<\/strong>. <\/em>[&hellip;] <em>La seconda questione che si pone &egrave; quella per cui <strong>una politica di programmazione a livello nazionale pu&ograve; diventare incompatibile con una politica economica in sede comunitaria basata su una economia di mercato dominata dalle multinazionali e sostanziata da indirizzi contrari ad un orientamento selettivo degli investimenti<\/strong>.<\/em>\n<\/p>\n<p>\n\t<em>Non a caso <strong>una recente proposta della Commissione, per una politica di prestiti comunitari, basati sul ricorso della stessa Commissione al mercato finanziario internazionale<\/strong>, per finanziare progetti di investimenti di carattere strutturale nell&#039;ambito di scelte di interesse comunitario (per esempio nei settori dell&rsquo;energia e dei trasporti) <strong>&egrave; stata bocciata dal Consiglio dei Ministri<\/strong><\/em>. [&#8230;]\n<\/p>\n<p>\n\t<strong><em>Una politica di programmazione<\/em><\/strong><em> <strong>non &egrave; solo una scelta economica, ma &egrave; anche una scelta politica perch&eacute; la sua realizzazione esige un avanzamento e un arricchimento della democrazia<\/strong>, a tutti i livelli. In primo luogo garantendo la partecipazione e il controllo sociale e sindacale dei lavoratori sulle scelte di politica economica e sui programmi di sviluppo, a partire dalle imprese, e nei confronti delle istituzioni pubbliche, sia di Governo, sia delle assemblee elettive.<\/em> [&#8230;]\n<\/p>\n<p>\n\t<strong><em>Far avanzare la democrazia economica significa fare avanzare la democrazia in quanto tale, intesa come modo di fare partecipare i lavoratori<\/em><\/strong><em>, a partire dalla impresa e fuori dall&rsquo;impresa, a livello della societ&agrave;<\/em>.&raquo;\n<\/p>\n<p>\n\t&nbsp;\n<\/p>\n<p>\n\tIl lettore si sar&agrave; accorto che nessuna delle questioni poste 35 anni fa ha trovato oggi soluzione. Anzi, tutti i problemi sono stati amplificati proprio l&igrave; dove si &egrave; gridato &ldquo;pi&ugrave; Europa&rdquo; con messianica fede.\n<\/p>\n<p>\n\t&nbsp;\n<\/p>\n<p>\n\tGianluigi Leone (ARS Lazio)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&rsquo;indomani della creazione delle prime Istituzioni comunitarie (CECA e CED), che precorsero il Trattato di Roma del 1957, il maggior sindacato italiano intraprese un lento percorso di revisione del proprio atteggiamento nei confronti di una certa spinta al mutamento &#8211; evidentemente considerato ineluttabile nel processo di integrazione europea &ndash; delle forze economiche e sociali in un mercato sempre pi&ugrave; ingovernabile. 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