{"id":11276,"date":"2014-05-05T22:29:51","date_gmt":"2014-05-05T22:29:51","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=11276"},"modified":"2014-05-05T22:29:51","modified_gmt":"2014-05-05T22:29:51","slug":"il-territorio-e-la-frontiera","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=11276","title":{"rendered":"Il territorio e la frontiera"},"content":{"rendered":"<p>\n\tIl territorio e la frontiera\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"font-size: 10px\">di Luciano Del Vecchio<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\tOggi il capitalismo &egrave; essenzialmente speculativo e finanziario, de-territorializzato; vive e prospera al di fuori e al di sopra dei territori, su cui nei secoli precedenti produceva merci e profitti, sfruttandone le risorse. Il capitalismo otto-novecentesco aveva fame di &ldquo;terre&rdquo; da sfruttare e si sviluppava in colonialismo e in imperialismo. Oggi ha fame di stati sovrani da svuotare e diluire nei mercati finanziari globali. Il territorio serve al capitale per delocalizzare impianti produttivi e stoccare merci, senza dover sfruttare altra risorsa locale che non sia quella umana. Ma, non appena l&rsquo;operaio reclama i suoi diritti, deve continuare a ri-delocalizzarsi. Perci&ograve; &egrave; sul territorio che il capitalismo moderno, al contrario di quello ottocentesco, non riesce o non ha pi&ugrave; bisogno di radicarsi. La forza del moderno capitalismo &egrave; dunque l&rsquo;evanescenza territoriale, una sorta di lievitazione dal territorio, che potrebbe rivelarsi anche la sua debolezza, il suo tallone d&rsquo;Achille.\n<\/p>\n<p>\n\tIl territorio &egrave; geo-grafia, agro-nomia, metron e limes, misura e confine, frontiera, dogana per merci e vincolo per capitali, regola per i servizi e cittadinanza per le persone, &egrave; sovranit&agrave;. Il territorio &egrave; lo Stato e uno Stato &egrave; il suo territorio; &egrave; tutto ci&ograve; che infastidisce, disturba e ostacola il capitalismo globale, assoluto e totalitario che non tollera n&eacute; regole n&eacute; vincoli, perch&eacute; &egrave; <em>assenza di misura. <\/em>Dunque per combattere efficacemente il capitalismo sfrenato servono avamposti territoriali: gli stati sovrani appunto, che esistono, persistono, consistono, insistono su territori; esercitano la loro sovranit&agrave; su un elemento dove il turbocapitalismo finanziario arretra, perch&eacute; non &egrave; il suo &ldquo;terreno&rdquo;, visto che il suo dominio si esercita incontrollato tramite flussi di denaro smaterializzato e transazioni liquide, evanescenti, telematiche, de-territorializzate, nella totale irrilevanza delle frontiere. <em>&ldquo;I mercati finanziari, i veri detentori del potere, sono ovunque e in nessun luogo&rdquo;<\/em>(De Benoist).\n<\/p>\n<p>\n\tInvece, &egrave; sul territorio che popoli e nazioni si insediano, si radicano, si costituiscono, fondano le proprie istituzioni e tracciano le frontiere a guardia e a difesa della loro identit&agrave;, cultura, lavoro, diritto e ricchezza di vita dall&rsquo;avidit&agrave; devastante della finanza internazionale. &Egrave; lo Stato che mantiene unito, tutela e perpetua il popolo, mentre &egrave; il mercato finanziario, avulso e scollegato dall&rsquo;economia reale della produzione e del lavoro, che lo disfa e lo dissolve nei flussi incontrollati di denaro e di merci. Ed &egrave; per questo che gli stati sovrani sono oggi le istituzioni pi&ugrave; credibilmente anticapitaliste, rimaste a difesa e a protezione dei ceti medi e popolari dall&rsquo;aggressione sferrata dalla superclasse apolide, che si annida negli organismi sovranazionali economici, commerciali e finanziari. Lo Stato e la sua sovranit&agrave; &egrave; la questione politica fondamentale per chi &egrave; interessato a una lotta antisistemica. I gruppi e i movimenti anticapitalisti, nazionali e internazionali, non hanno ancora riflettuto a fondo sull&rsquo;essenza dello Stato moderno, che &egrave; stato sociale o non &egrave; Stato; prigionieri di una visione anarchico-ottocentesca della lotta di classe che contrapponeva i proletari ai borghesi, sono bloccati in una sorta di cecit&agrave; ideologica che li spinge ancora a considerare erroneamente lo Stato un&rsquo;istituzione &ldquo;borghese&rdquo;, oggi che il conflitto sociale contrappone il mondo della finanza a quello della produzione. Ma non pu&ograve; cos&igrave; definirsi uno stato moderno che nasca da una costituzione sociale-democratica e pluriclasse, che obbliga a darsi, se vuole conservare la sua sovranit&agrave;, una politica economica e sociale, e dunque a intervenire sulla produzione, sul commercio, sul credito, sui salari, cio&egrave; a regolare i movimenti di merci e di soldi. <em>&ldquo;Questo relativo disinteresse verso l&#039;organizzazione, il funzionamento e le istituzioni dello Stato, &egrave; talvolta motivato con l&#039;argomento che la realt&agrave; della globalizzazione ha reso inefficace e obsoleto il potere dello Stato-nazione tradizionale. Si tratta per&ograve; di un argomento che &egrave; facile rovesciare: &egrave; probabile che nessuno, nei vari movimenti anti-sistemici, abbia l&#039;ingenuit&agrave; di ritenere la &ldquo;globalizzazione&rdquo; un dato di natura, una realt&agrave; sorta per inevitabile necessit&agrave;&rdquo;<\/em>. <em>(Ripoliticizzare la decrescita, di M. Badiale, F. Tringali &#8211; Fonte: <a href=\"http:\/\/il-main-stream.blogspot.it\/2012\/12\/sul-pensiero-della-decrescita.html#more\" target=\"_blank\" title=\"il-main-stream\">il-main-stream<\/a>). <\/em>\n<\/p>\n<p>\n\tLa visione ideologica ottocentesca che prevedeva la distruzione dello Stato, si incontra oggi con la visione globalista, che immagina il processo storico muoversi ineluttabilmente dal peggio al meglio e dalla barbarie al progresso; promessa che si &egrave; rivelata un inganno, visto che negli ultimi trent&rsquo;anni di progressivo indebolimento dello Stato abbiamo osservato il movimento inverso. Entrambi le concezioni rappresentano lo Stato come il &ldquo;vecchio&rdquo;, il retaggio del passato, che va disfatto, a meno che non assuma &ndash; bont&agrave; ordoliberista &#8211; il ruolo di&nbsp; esattore fiscale per conto e a garanzia delle loro banche, e quello di reprimere le reazioni popolari (scioperi, manifestazioni) alle crisi sistematicamente indotte da mercato e moneta unica. Per il resto, lo Stato sarebbe ormai un&rsquo;istituzione inadeguata alle sfide della storia, una fase superata da un avviato processo di sfrenata globalizzazione, che riduce i confini nazionali a puri concetti geografici.\n<\/p>\n<p>\n\tDissolte dal mercato finanziario extraterritoriale, le frontiere non fermerebbero pi&ugrave; nulla; esisterebbero ancora solo come linee geometriche; prive di ogni rilevanza politica, non sarebbero pi&ugrave; segno visibile della sovranit&agrave; dello Stato. Non avrebbe pi&ugrave; importanza la conoscenza dello spazio geografico e culturale ma quella dei flussi finanziari. La propaganda globalista diffonde questi luoghi comuni di recente formazione come &ldquo;fatti compiuti&rdquo;, realt&agrave; assodate, come sviluppi naturali, ineluttabili e irreversibili della &ldquo;naturale&rdquo; globalizzazione. Tuttavia alcuni recenti avvenimenti politico-militari sembrano smentirli e indurre a riconsiderare il valore delle frontiere non solo geo-morfologiche, ma anche linguistico-culturali. Saranno storia e geografia a mettere prima un freno e poi un blocco alla globalizzazione economico e finanziaria a ideologia liberista? Si obietter&agrave; che storia e geografia sono soltanto pretesti, discipline utili soltanto a suggerire argomenti strumentali a sostegno di logiche di puro potere e dominio geopolitico, ma resta il fatto che sono per primi i popoli (come in Crimea) a non lasciarsi ingannare e a costringere i potenti a intervenire a salvaguardia di fattori riconosciuti preminenti rispetto a quelli economico-finanziari, militari e geo-politici. Questi interessi avrebbero la stessa forza se non fossero sostenuti e motivati dal dato storico, geografico, culturale espresso dai popoli?\n<\/p>\n<p>\n\tLa cancellazione dello Stato e dei suoi confini &egrave; il progetto dell&rsquo;Unione europea, che attua inventandosi macro ed euroregioni, non meno finte del finto europarlamento, sulla base di accorpamenti di aree appartenenti a stati confinanti, sulle quali lo Stato non dovrebbe pi&ugrave; esercitare l&rsquo;autorit&agrave; e il suo governo, ma consegnarle alla <em>governance<\/em> &nbsp;di interessi privati finanziari, produttivi e di servizi: <em>governance<\/em>, mistura di pubblico e privato, che farebbe riferimento politico e amministrativo, non pi&ugrave; agli stati delle regioni artificiosamente aggregate, &nbsp;ma direttamente alla commissione di Bruxelles. Dentro il generale disegno di frantumazione e dissoluzione degli stati, l&rsquo;Unione europea sostiene e agevola movimenti e gruppi indipendentisti e secessionisti che, molto aggressivi contro gli stati nazionali, non si pronunciano mai &nbsp;&#8211; sintomatico &#8211; sui Trattati europei.\n<\/p>\n<p>\n\tDella frontiera occorre dunque riscoprire il significato positivo di freno e limite al caos globale della finanza anarchica. Se gli stati non possono controllare i mercati, i flussi di capitali e gli strumenti del credito che si muovono liberamente sulle borse mondiali, possono presidiare i territori e su di essi controllare la circolazione delle merci, dei servizi e delle persone, e qualsiasi altro diretto dispiegarsi della globalizzazione. Ed &egrave; sul controllo del territorio che la globalizzazione sar&agrave; fermata. Ogni fronte di resistenza e di liberazione si attesta su una frontiera, conditio sine qua non si riconquista la sovranit&agrave; politica comprensiva di tutte le altre sovranit&agrave; statuali. &Egrave; la frontiera che consente a un popolo di costituirsi, di fondare la sua civilt&agrave; e il suo diritto. Come non sono da minimizzare, e meno che mai disprezzare o deridere, le paure e le angosce collettive suscitate dalla sensazione di estraniamento e di &ldquo;spaesamento&rdquo; davanti alla soppressione delle frontiere territoriali, politiche e culturali, cos&igrave; non &egrave; consentito sottovalutare il valore della frontiera ignorando i suoi effetti fondativi di storiche e plurisecolari civilt&agrave;.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il territorio e la frontiera di Luciano Del Vecchio Oggi il capitalismo &egrave; essenzialmente speculativo e finanziario, de-territorializzato; vive e prospera al di fuori e al di sopra dei territori, su cui nei secoli precedenti produceva merci e profitti, sfruttandone le risorse. Il capitalismo otto-novecentesco aveva fame di &ldquo;terre&rdquo; da sfruttare e si sviluppava in colonialismo e in imperialismo. Oggi ha fame di stati sovrani da svuotare e diluire nei mercati finanziari globali. 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