{"id":11453,"date":"2014-06-01T22:21:54","date_gmt":"2014-06-01T22:21:54","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=11453"},"modified":"2014-06-01T22:21:54","modified_gmt":"2014-06-01T22:21:54","slug":"le-origini-contadine-di-un-leggendario-ceto-dirigente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=11453","title":{"rendered":"Le origini contadine di un leggendario ceto dirigente"},"content":{"rendered":"<p>\n\t<strong>Le<\/strong><strong>&nbsp;origini contadine di un leggendario ceto dirigente<\/strong>\n<\/p>\n<p>\n\t<strong>di <em>Luciano Del Vecchio<\/em> <\/strong>\n<\/p>\n<p>\n\t&nbsp;\n<\/p>\n<p>\n\tRoma nacque dall&rsquo;unione di varie trib&ugrave; protourbane, che un ceto di proprietari terrieri costrinse a organizzarsi in una struttura unitaria. Il sorgere di questo gruppo dirigente, cambiando l&rsquo;iniziale criterio di aggregazione da etnico in territoriale, garant&igrave; a tutti, romani o meno, la possibilit&agrave; di sentirsi ed essere considerati <em>cives. <\/em>Questi <em>Patres<\/em>, allorquando si resero conto che i pr&igrave;ncipi etruschi stavano creando una situazione politica e sociale in cui essi, i patres, avrebbero contato sempre meno, si affrettarono a imporre la loro supremazia politica ed economica, cacciando non l&rsquo;etnia ma i re etruschi. Pur non essendo il re un sovrano assoluto, pur non potendo fondare dinastie n&eacute; mischiare il bene pubblico con i suoi privati, i patrizi decisero comunque di rimuoverlo, perch&eacute; avevano capito di poter fare da soli, di non aver pi&ugrave; bisogno di un intermediario che considerava la citt&agrave; come luogo e la carica come occasione per arricchirsi. Cacciando i re, i <em>Patres<\/em> respinsero gli sfruttatori stranieri (oggi &egrave; il caso di rileggersi la lezione), e assicurarono ai ceti poveri, da cui essi stessi emergevano, una sopravvivenza decente. Ripreso il controllo della citt&agrave;, in un contesto urbano e rurale di iniziale impoverimento, essi elaborarono un ideale complesso di valori che oggi definiremmo anticonsumista. Veri e autentici Romani si riconoscevano soltanto coloro che, per frugalit&agrave; e modestia di esigenze, osservavano il <em>mos majorum,<\/em> cio&egrave; l&rsquo;insieme dei costumi e delle doti morali ereditati dagli antenati, che li educ&ograve; ad accontentarsi di poco. La moderazione dei consumi, praticata scrupolosamente dai Romani, contrassegner&agrave; la loro societ&agrave; fino alla tarda repubblica, almeno fino a quando le citt&agrave; magnogreche non fecero intravedere un tenore di vita meno severo e sobrio di quello a cui erano abituati.\n<\/p>\n<p>\n\tFatti salvi i loro privilegi di proprietari di terre, punto su cui non sentivano ragioni, i <em>Patres<\/em> trasformarono i re in un&rsquo;idea: la <em>Res Publica<\/em>, un ente astratto al di sopra di ogni cittadino, in cui la legge non era pi&ugrave; un ordine imposto dal monarca ai sudditi ma una sorta di &ldquo;patto&rdquo; tra sovrani. Non era facile concepire un&rsquo;astrazione come lo Stato e imporla come religione, regola di vita, misura di ogni valore, come espressione costituzionale di sovranit&agrave; popolare, ma ci riuscirono, e in questa creazione si identificarono e ne condivisero il destino. Raddoppiarono le cariche e dimezzarono i tempi. Non uno ma due re, per un solo anno, e a turno da ciascuno di loro, non solo per controllarsi a vicenda, ma anche per fare del governo un servizio da rendere allo Stato e non soddisfacimento di ambizioni e interessi personali. E siccome limitare la durata temporale della massima magistratura comportava il dover garantire comunque la continuit&agrave; e la stabilit&agrave; del potere, decisero di farsene garanti loro stessi, cio&egrave; la loro assemblea: il Senato.\n<\/p>\n<p>\n\tI senatori non bilanciarono soltanto i poteri politici dei consoli e del senato, ma allo stesso tempo armonizzarono le varie classi sociali tramite un sistema di pesi e contrappesi (<em>aequilibritas)<\/em>, garantito dall&rsquo;eguaglianza davanti alla legge. I ceti subalterni non erano masse incoscienti, pavide e abbrutite dalla servit&ugrave;, ma <em>cives <\/em>consapevoli dei loro diritti e determinati a farli valere con secolare e tignosa risolutezza. In Roma il contrasto tra il patriziato e la plebe fu una costante nella storia della citt&agrave;. All&rsquo;equilibrio sociale mirarono assiduamente il popolo e le istituzioni <em>(Senatus Populusque)<\/em>, scontrandosi ferocemente per secoli. A dar voce al popolo furono i tribuni, che svolgevano un ruolo di opposizione dura, intransigente, vitale e mai velleitaria; rappresentavano l&rsquo;opportunit&agrave; e la convenienza della plebe di accordarsi con il senato nei momenti difficili per lo Stato. La collaborazione di tutti gli ordini sociali (<em>concordia ordinum) <\/em>non fu sempre armoniosa, ma tutti la riconoscevano come presupposto per l&rsquo;esistenza dello Stato. I magistrati in pace, i generali in guerra, i patrizi e i plebei, tutti erano chiamati a porre sempre il benessere e la salvezza dello Stato equilibratore e garante della libert&agrave; al di sopra degli interessi delle parti (<em>salus Rei Publicae)<\/em>.\n<\/p>\n<p>\n\tE cos&igrave; i <em>Patres<\/em> <em>Conscripti<\/em> crearono la Repubblica, fecero di Roma il primo Stato della storia degno di definirsi tale, poich&eacute; non questo erano le polis greche, non questo erano i principati asiatico-orientali, non questo erano i regni faraonici; nessuna di queste Res era <em>&ldquo;publica&rdquo;<\/em>. Questa forma costituzionale fu una creazione politica collettiva, nata dall&rsquo;opera concorde di molti uomini e nel corso di molte generazioni. I <em>Patres<\/em> non l&rsquo;inventarono in un giorno tracciando un solco, ma la strutturarono in una lunga gestazione (<em>res publica constituenda) <\/em>che forgi&ograve; la loro capacit&agrave; di governo e la loro maturit&agrave; politica. E tuttavia non &egrave; senza significato che quel leggendario solco tracciato dall&rsquo;aratro di un contadino italico fosse l&rsquo;atto fondativo dello Stato; esso rimase a simboleggiare l&rsquo;immenso valore storico e giuridico del <em>Limes<\/em>, la frontiera, al di qua della quale vige la <em>Lex<\/em>, cio&egrave; la norma, la regola, la misura, l&rsquo;equilibrio giuridico, e anche quello sociale. Il merito di questo straordinario risultato deve essere attribuito ai senatori di origine patrizia, alla loro fermezza (<em>constantia<\/em>), a un rigoroso senso del dovere <em>(officium)<\/em>, alla lealt&agrave; verso lo Stato <em>(fides): <\/em>indiscutibili qualit&agrave; politiche e morali per le quali i comizi centuriati e le varie magistrature, riconoscendole, accettavano la loro supremazia. I senatori sentivano cos&igrave; drammaticamente la dedizione allo Stato da ritenersi, nella loro mentalit&agrave; arcaica e contadina, legittimati in qualche misura a esercitare in esclusiva il potere di governo e il diritto di decidere non solo per s&eacute;, ma anche per tutti quelli che facevano parte della Comunit&agrave;. Un merito in particolare si attribuivano tra gli altri: quello di non aver mai disperato del destino dell&rsquo;Urbe quando tutto sembrava prevedere la sua totale distruzione. A tutti gli altri, oppositori o interlocutori, non riconoscevano titoli per decidere sulle questioni dello Stato, perch&eacute; li ritenevano troppo dediti e condizionati a cercare il loro utile quotidiano, e dunque incapaci di concepire e riconoscere l&rsquo;interesse generale, il bene comune.\n<\/p>\n<p>\n\tIntanto, secolo dopo secolo, tutti gli altri, i plebei, si arricchirono e ottennero, grazie alla legge dei tribuni Licinio e Sesto, che uno dei due consoli potesse essere plebeo (367 a.C.). Quelli di loro che riuscirono a ricoprire la carica, considerarono questa come motivo di distinzione sociale, per cui ben presto si definirono nobili e trasmisero il titolo agli eredi. Agli antichi capi delle <em>gentes,<\/em> che avevano cacciato i re e fondato la repubblica, si affianc&ograve; un ceto dirigente di estrazione plebea con idee non molto diverse da quelle del patriziato, e non meno avido e aggressivo di questo. Su un punto in particolare si erano subito accordati: le cariche pubbliche sarebbero state di loro esclusiva competenza. La rapida integrazione dei due ceti, da una parte, conferm&ograve; una regola esplicita nella costituzione e nei comizi centuriati: i cittadini pi&ugrave; ricchi prendevano decisioni per tutti, romani e alleati; dall&rsquo;altra, l&rsquo;aristocrazia vecchia e nuova, concentrando tutto il potere politico ed economico nelle sue mani, cre&ograve; di fatto una societ&agrave; a mobilit&agrave; sociale aperta, capace di cambiare abitudini, puntare al meglio, minimizzare il privilegio e di non disperdere capacit&agrave;, abilit&agrave; e talenti lungo la scala sociale, che dalla plebe, passando per gli <em>equites<\/em>, poteva far giungere alla <em>Curia<\/em>; in pratica produssero un sistema dinamico fatto di un diritto positivo nato dall&rsquo;esperienza storica.\n<\/p>\n<p>\n\tPer questa classe dirigente, oligarchica e autoritaria, il consenso era fondamentale, non solo in tempi ordinari ma anche per forme di governo straordinarie come la dittatura in periodo di guerra. I senatori seppero coniugare consenso e potere con un&rsquo;abilit&agrave;, un fiuto e una sapienza politica non inferiori alla loro naturale vocazione di predatori. Riuscivano a coagulare il consenso di tutti gli strati della comunit&agrave; e trasformarlo in una politica estera abile, lungimirante, ma non sempre spietata, come si &egrave; indotti a credere. A suggerire infatti ai senatori le direttive della politica estera e militare furono soprattutto la lealt&agrave; e il senso del limite <em>(fides, concordia, iustitia et moderatio)<\/em>. Il sistema romano formalmente aveva una costituzione di citt&agrave;-stato, in realt&agrave; contava su una dimensione e su un consenso propri di uno stato nazionale, tramite una fitta rete di trattati <em>(Foedus)<\/em>, che tessevano una variet&agrave; di rapporti adatti alla condizione delle singole citt&agrave; assoggettate, e lasciavano al singolo popolo grande autonomia per le questioni interne. Per gli alleati la supremazia romana era tollerabile perch&eacute; non imponeva tasse esose, e spesso richiesta perch&eacute; li garantiva nei confronti dei vicini e li faceva partecipi nella distribuzione del bottino. Per il mondo antico, dove i regni a base etnica sembravano feudi allargati, era una novit&agrave; questa originale cultura politica espressa dai Romani, che partoriva una struttura pattizia fondata non solo su affinit&agrave; culturale, ma anche sul consenso dei cittadini. Grazie a questa prima forma di reale e nobile <em>foederatio, <\/em>che univa e non sgretolava, la dirigenza romana svilupp&ograve; negli alleati italici un sentimento di nazionalit&agrave; che non venne meno, neppur quando i nemici esterni sbarcarono in Italia sperando invano di sollevare le popolazioni contro Roma, con la promessa dell&rsquo;indipendenza. Ignoravano che, prima di essi, era Roma a garantirla, perch&eacute; acutamente e saggiamente aveva visto allontanarsi il pericolo di coalizioni contro di essa nell&rsquo;indipendenza di ogni singolo alleato, garantito da un trattato ad hoc, e dissuaso a collegarsi con altri. Fu cos&igrave; che la dirigenza repubblicana, dopo aver creato lo Stato, fece sorgere anche la Nazione; unificando l&rsquo;Italia, costitu&igrave; un organismo che anticip&ograve; di quasi mille anni la formazione degli stati nazionali.\n<\/p>\n<p>\n\tIl senso del limite e della realt&agrave;, cos&igrave; concreto da sembrare a volte spietato e crudele, nasceva dall&rsquo;attaccamento alla terra e dalla convinzione che soltanto la terra pu&ograve; assicurare la ricchezza e la sicurezza dello Stato, perch&eacute; essa non produce solo beni, ma uomini. Solo i contadini infatti, disciplinati e temprati dalla fatica durissima che l&rsquo;agricoltura impone, sviluppano le qualit&agrave; fisiche e morali per diventare buoni soldati e difendere la repubblica dai nemici. Nella Roma repubblicana le qualit&agrave; contadine furono trapiantate e innestate &ndash; e fu questa la singolare eccezione &ndash; anche nell&rsquo;arte di governare, dove i senatori per istinto primeggiarono su qualsiasi altro sovrano del tempo. E posero le basi dell&rsquo;impero pi&ugrave; duraturo della storia occidentale proprio nel periodo repubblicano, durante il quale pi&ugrave; che in altri, i Romani si scannarono, sia dentro che fuori le mura, in guerre civili e sociali quasi ininterrotte. Come ci sono riusciti? Dov&rsquo;era il segreto? Si &egrave; soliti rispondere: nelle legioni. I Romani avrebbero edificato la loro potenza sulla disciplina militare, eppure non poche furono le sconfitte catastrofiche e le occupazioni, anche molto umilianti, che subivano dai nemici storici (Forche caudine, Brenno, Canne, Teutoburgo e un elenco non breve di battaglie perse) a fronte delle quali, quasi a volerne mitigare le conseguenze, giustamente si osserva che i Romani perdevano le battaglie ma vincevano la guerra. Dunque la legione non spiega tutto. Il segreto &egrave; da rinvenire piuttosto nella straordinaria saldezza delle istituzioni repubblicane, nell&rsquo;eccezionale forza d&rsquo;animo al servizio dello Stato <em>(Virtus)<\/em> di cui il ceto dirigente sapeva dare massima prova nei momenti di estremo pericolo, coinvolgendo ogni cittadino romano che dalla <em>Virtus<\/em> faceva dipendere l&#39;onore personale e la dignit&agrave; sociale. Davanti a questa stabilit&agrave; e fermezza Porsenna predomina ma rinuncia all&rsquo;assedio, Brenno razz&igrave;a e poi sfolla, Pirro vince e rientra in Epiro, Annibale arriva <em>ad portas<\/em> e si allontana per oziare a Capua. La Roma repubblicana metteva soggezione e incuteva timoroso rispetto perch&eacute; era un Popolo e uno Stato: questo era soprattutto il segreto della sua superiorit&agrave;, e non soltanto le legioni. Fu Cicerone che nel &ldquo;De Re Publica&rdquo;, descrivendo la realt&agrave; storica, economica e sociale della sua citt&agrave;, identific&ograve; la <em>Res Publica<\/em> con la <em>Res Populi<\/em>; quando entrambi si immedesimano, si realizza l&rsquo;<em>optimus status civitatis, <\/em>cio&egrave; la forma ideale di Stato. La sua secolare resistenza era dovuta all&rsquo;organizzazione della struttura istituzionale, all&rsquo;addestramento rigoroso che selezionava, prima ancora che il <em>miles<\/em>, il <em>cives<\/em> chiamato a dirigere, alla flessibilit&agrave; delle strategie e, in particolare, alla disciplina ferrea. Quest&rsquo;ultima era la dote morale richiesta non soltanto al soldato in guerra, ma al cittadino nella sua formazione civile, da mostrare poi con rigidezza militare in tutti i campi della vita.\n<\/p>\n<p>\n\tLa societ&agrave; romana si reggeva su un sistema di profondi valori morali, primari, semplici, univoci, chiari, assoluti e indiscussi, che palesava tutto l&rsquo;influsso dell&rsquo;origine contadina della sua civilt&agrave;. La famiglia, <em>principium urbis et quasi seminarium rei publicae <\/em>(Cicerone), era il centro di trasmissione di questi valori, che i Romani sentivano pi&ugrave; come requisiti civili che come indicazioni educative. La famiglia era uno Stato embrionale, un elemento dell&rsquo;organizzazione politico-militare, nella quale l&rsquo;autorit&agrave; paterna si assumeva il compito di introdurre i figli. Cardine di questo sistema era l&rsquo;assoluta preminenza dello Stato, della collettivit&agrave; sul singolo cittadino, principio alla luce del quale rapportavano e giudicavano qualunque qualit&agrave; e comportamento personale: non il coraggio in s&eacute;, ad esempio, era da apprezzare, ma il coraggio dimostrato nell&rsquo;interesse e per la salvezza dello Stato; non la libert&agrave; personale era il valore irrinunciabile per il cittadino romano, ma la <em>libertas,<\/em> intesa come opportunit&agrave; di ricoprire le cariche pubbliche e da magistrato mettersi al servizio dello Stato. In definitiva, era l&rsquo;antico <em>mos majorum<\/em> a mantenere compatto il ceto dirigente, unito il popolo e salda la repubblica di fronte alle avversit&agrave;. &nbsp;In una societ&agrave; che oggi definiremmo &lsquo;militarista&rsquo; pu&ograve; sorprendere che la distinzione tra il momento politico e quello militare fosse fondamentale al punto da condizionare l&rsquo;esistenza della stessa repubblica. Quando infatti qualcuno (Mario, Silla) cominci&ograve; a volersi imporre politicamente sfruttando la forza delle armi, l&rsquo;ordinamento repubblicano entr&ograve; in un periodo di crisi gravissimo e fin&igrave; per soccombere a quello imperiale. Non diversamente da ci&ograve; che succede sotto i nostri occhi, oggi che il momento finanziario e mercatista allontana e cancella il momento politico, distruggendo le costituzioni democratiche nate nel periodo post-bellico.\n<\/p>\n<p>\n\tIn questi ultimi settant&rsquo;anni il nostro sistema scolastico e le nostre istituzioni culturali in genere, influenzati pesantemente da una storiografia straniera, specie di provenienza anglosassone, hanno diffuso quasi la moda e il vezzo di diffidare dell&rsquo;antica Roma e di sentenziare su di essa come di vecchie vicende, periodo di storia non pi&ugrave; <em>magistra<\/em>, materia sospetta perch&eacute; ispiratrice addirittura di derive nostalgiche, il timore delle quali ha spinto molti alla rinuncia culturale e politica delle migliori tradizioni e patrimoni ideali. Eppure, in questi momenti di confusione politica, di scompiglio negli schieramenti ideologici, di disgregazione sociale, di incrinature istituzionali, di censura e&nbsp; rarefazione dei principi e valori costituzionali, sarebbe bene tornare a studiare quella irripetibile grandezza. Conoscerla a fondo potrebbe impartirci parecchie lezioncine su cosa e come nasce un gruppo dirigente, su cosa e come matura un popolo. <em>Quid melius Roma?<\/em> Si chiedeva Ovidio. Sappiamo che per non pochi stranieri lo Stato romano, <em>alias<\/em> la sua Costituzione, divenne un mito fondante, non per regimi autoritari, ma per le democrazie moderne. John Adams, secondo presidente degli Stati Uniti d&rsquo;America (1797-1801) e autore influente sulla stesura dell&rsquo;ordine costituzionale americano, ritenne la costituzione dell&rsquo;antica repubblica romana di importanza paradigmatica, perch&eacute; diede vita <em>&ldquo;al popolo pi&uacute; nobile e alla maggior potenza mai esistiti nella storia dell&#39;umanit&agrave;&rdquo;<\/em>. Lo studio di quell&rsquo;ordinamento e di quelle politiche potrebbe ravvivare la brace patriottica, oggi sotto cenere, degli italiani e spingerli a reagire all&rsquo;avvilimento dei tempi presenti, se soltanto volessero riscoprire di che pasta erano fatti quei coriacei discendenti di contadini trasformatisi in eccellenti statisti. L&rsquo;antica repubblica romana fu un miracolo politico-istituzionale mai pi&ugrave; ripetutosi nella storia d&rsquo;Italia e anche d&rsquo;Europa. A compierlo fu un ceto senatoriale formato da vecchi latifondisti e da nuovi arrivati che, per almeno cinque secoli, formarono una dirigenza politica di altissimo livello tutt&rsquo;oggi insuperata, l&rsquo;unica degna di rispetto sorta sulla Penisola da tremila anni a questa parte. Una grande capacit&agrave; di sacrificio e la volont&agrave; di dedicare questa al bene dello Stato permise a questa oligarchia, non di casta ma per ricambio sociale, di raggiungere risultati civili e politici ancora ineguagliati nel corso della storia occidentale. Un successo <em>(&ldquo;pensando l&#39;alto effetto\/ ch&#39;uscir dovea di lui, e &#39;l chi e &#39;l quale&rdquo;)<\/em> che ci consente di definire con giusta ragione il sorgere e la secolare egemonia di questa classe dirigente come l&rsquo;avvenimento pi&ugrave; interessante di tutta la storia d&rsquo;Italia, mai a sufficienza studiato.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Le&nbsp;origini contadine di un leggendario ceto dirigente di Luciano Del Vecchio &nbsp; Roma nacque dall&rsquo;unione di varie trib&ugrave; protourbane, che un ceto di proprietari terrieri costrinse a organizzarsi in una struttura unitaria. Il sorgere di questo gruppo dirigente, cambiando l&rsquo;iniziale criterio di aggregazione da etnico in territoriale, garant&igrave; a tutti, romani o meno, la possibilit&agrave; di sentirsi ed essere considerati cives. 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