{"id":1155,"date":"2010-02-02T10:51:06","date_gmt":"2010-02-02T09:51:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=1155"},"modified":"2010-02-02T10:51:06","modified_gmt":"2010-02-02T09:51:06","slug":"la-cina-e-vicina","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=1155","title":{"rendered":"La cina \u00e8 vicina"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>Fabrizio Fiorini <\/strong>fonte <a href=\"http:\/\/www.mirorenzaglia.org\">Mirorenzaglia<\/a><\/p>\n<p>Non appena si comincia a parlare di Cina, molti sono quelli che metterebbero subito la mano alla pistola. Pi&ugrave; che molti si dovrebbe dire &ldquo;tutti&rdquo;, esclusione fatta ovviamente per i cinesi stessi, o almeno per la gran parte di loro.<\/p>\n<p>Lo farebbero senz&rsquo;altro gli Stati Uniti, che con la Cina giocano una colossale battaglia finanziaria che potrebbe minare alle fondamenta l&rsquo;equilibrio e il residuale benessere interno della potenza nordamericana, essendo le maggiori riserve monetarie in dollari conservate proprio nei <em>caveaux<\/em> di Pechino, e necessitando gli stessi Usa di una maggiore spesa cinese di questi smisurati fondi, magari comperando proprio da Washington quelle materie prime di cui la Repubblica popolare &egrave; grande acquirente e che gli Stati Uniti non disdegnano di accaparrarsi, armi alla mano, in varie parti del globo; lo farebbero le grandi imprese multinazionali d&rsquo;Occidente, cui la Cina ha &lsquo;scippato&rsquo; un mercato dietro l&rsquo;altro, <em>in primis<\/em> nell&rsquo;Africa sub-sahariana dove, in barba alle &ldquo;rivoluzioni colorate&rdquo; degli omologhi a stelle e strisce, il social-imperialismo di Pechino ha rispolverato i metodi del colonialismo ottocentesco andando a operare direttamente nel tessuto sociale e nelle infrastrutture di quei Paesi, garantendosene cos&igrave; la dipendenza economica; seguirebbero i paladini della teorizzazione politico-economica del capitalismo liberale, che accusano la potenza asiatica di non aver ceduto <em>in toto <\/em>ai canti delle sirene del mercato, e di conservare una marcata componente statalista nella gestione dell&rsquo;economia<a href=\"http:\/\/www.ariannaeditrice.it\/admin\/#_ftn1\"><strong><font color=\"#17415f\">[1]<\/font><\/strong><\/a>; una &lsquo;spolveratina&rsquo; al <em>revolver<\/em> la darebbero inoltre i residuati bellici dell&rsquo;ortodossia marxista, che rinfacciano a Pechino di aver rinnegato i <em>sacri valori<\/em> del socialismo internazionalista, di aver messo in naftalina il pensiero di Mao e di aver conservato del socialismo reale solo il nome, la terminologia, l&rsquo;estetica militare e contadina; come non citare poi i bottegai dell&rsquo;Occidente, che vedono nella Cina un pericolo per i loro interessi in quanto questa ha saputo calarsi meglio di loro nelle logiche predatorie del mercato, convinti, in puro stile <em>nimby<\/em>, che il gioco sporco dell&rsquo;accumulazione capitalista sia loro specifica prerogativa, che reclamano ad alta voce dazi e chiusura delle dogane, che vorrebbero contrapporre, quindi, un grottesco &ldquo;capitalismo di stato&rdquo; al pervasivo &ldquo;socialismo di mercato&rdquo; di Pechino.<\/p>\n<p>Cos&rsquo;&egrave; dunque la Cina? E&rsquo; difficile dare una risposta precisa, almeno ragionando internamente alle categorie classiche del pensiero politico e agli abituali schemi della geopolitica contemporanea. La Russia, ad esempio, o &egrave; superpotenza o non &egrave;: la sua estensione territoriale, la sua centralit&agrave; eurasiatica, la sua vocazione europea ne fanno giocoforza un elemento che imprescindibilmente deve sedere sullo scranno pi&ugrave; alto delle relazioni internazionali; ci&ograve; &egrave; sempre stato, anche negli anni pi&ugrave; bui della dissoluzione elciniana, e sempre sar&agrave;. La Cina, invece, pur forte di una notevole estensione superficiale, di una popolazione che supera di gran lunga il miliardo di unit&agrave;, di forze armate dalla micidiale potenza e dalla ineguagliabile consistenza numerica, &egrave; relegata al ruolo di potenza regionale asiatica. N&eacute; potenza continentale di terra (chiusa tra un Asia centrale che oscilla tra la naturale propensione verso il proprio naturale bacino geopolitico, la Russia, e le velleit&agrave; imperialiste di Washington e tra un&rsquo;altra potenza regionale, l&rsquo;India) e n&eacute; talassocrazia (il Pacifico &egrave; infatti un mare che gli Stati Uniti &ndash; anche tramite i suoi tentacoli nippo-sudcoreani &ndash; hanno blindato a ogni ingerenza) si &egrave; trovata costretta a espandersi con le stesse armi il cui uso &egrave; caro ai suoi concorrenti a stelle e strisce, i mercati. E&rsquo; un&rsquo;economia di mercato, che pu&ograve; tuttavia sopravvivere solo grazie a elementi dirigisti e a istituti economici parasocialisti; &egrave; uno Stato che si autotutela chiudendosi a ogni ingerenza esterna, ma che &egrave; capace di tessere una rete diplomatica senza precedenti nella storia delle relazioni internazionali: i suoi rappresentanti sono di casa sia a New York che a Pyongyang; &egrave; un Paese che non stringe un&rsquo;alleanza militare in senso stretto dai tempi di <strong>Enver Hoxha<\/strong>, ma che sul potere di deterrenza delle sue forze armate fonda la conservazione dell&rsquo;ordine politico interno e il mantenimento dell&rsquo;ordine pubblico. I suoi rapporti con l&rsquo;imperialismo centrale di marca statunitense sono basati su di una stabile ambivalenza, in seno alla quale Washington, nei confronti di Pechino, deve allo stesso tempo provare rispetto, timore e ostilit&agrave;. Perch&eacute;, in sostanza, sono potenze omologhe e complementari.<\/p>\n<p>La Cina quindi (<em>vexata quaestio&hellip;<\/em>) non deve essere erroneamente considerata nei termini di antagonismo all&rsquo;Occidente (se non in termini puramente topografici), anzi: &egrave; necessario tener presente le sue maggiori capacit&agrave;, ad esempio raffrontate a quelle degli Stati Uniti, di mascherare la propria natura e di dissimulare la sua reale essenza, quella cio&egrave; di pietra angolare del capitalismo internazionale.<\/p>\n<p>Tuttavia, se nei confronti di Pechino &egrave; d&rsquo;uopo opporre &ndash; in chiave anti-imperialista &ndash; una divergenza strategica, le cronache di questi giorni non ci precludono di ravvisare, con la Repubblica popolare, una sorta di convergenza tattica, o quantomeno una comunanza di vedute.<\/p>\n<p>Parliamo ovviamente dell&rsquo;<em>affaire<\/em>-Google. Il governo degli Stati Uniti, in questi giorni, facendo proprie le proteste dell&rsquo;impresa che gestisce il famoso motore di ricerca telematico, ha ritenuto di dover rimproverare alla Cina la censura della libera informazione, avendo Pechino &ndash; secondo le accuse mosse da Washington &ndash; blindato l&rsquo;accesso a siti internet palesemente antigovernativi o la cui consultazione avrebbe comunque potuto inculcare un sentimento antinazionale. Constatata l&rsquo;autorevolezza del pulpito da cui questa critica &egrave; stata mossa, &egrave; stato fin troppo facile, per il governo e per la diplomazia cinese, rispedire al mittente ogni accusa, ricordando agli Stati Uniti di come loro stessi applichino nei confronti della rete delle misure che spesso vanno ben al di l&agrave; della censura classica, espandendosi fino alla schedatura e al controllo della trasmissione dei dati in tutto il mondo. L&rsquo;Agenzia di stampa di Stato di Pechino batteva una notizia dietro l&rsquo;altra: non ha mancato di rinfrescare la memoria ai cugini <em>yankee<\/em> di come proprio loro siano i primi ad utilizzare internet come arma impropria, fomentando il dissenso e le rivolte in Paesi terzi; &egrave; stato pi&ugrave; volte ricordato il recente caso iraniano. Le pi&ugrave; alte autorit&agrave; del governo e del ministero degli esteri mandavano un messaggio chiaro: siamo un Paese sovrano, e ognuno a casa sua organizza la sua censura.<\/p>\n<p>Occorre dare atto al governo cinese delle proprie ragioni: sentire l&rsquo;Amministrazione Usa pontificare su libert&agrave; e censura &egrave; qualcosa di repellente, che fa il pari con il monito lanciato contro l&rsquo;utilizzo delle armi atomiche nell&rsquo;anniversario di Hiroshima. Lo sanno i popoli liberi del mondo, che sulla loro pelle hanno subito le violenze &lsquo;colorate&rsquo; orchestrate a Washington e diffuse come cellule tumorali proprio attraverso la loro &ldquo;libera&rdquo; rete telematica. Ma, &egrave; risaputo, il senso della misura e del ridicolo sono sconosciuti sull&rsquo;altra sponda dell&rsquo;atlantico. E fanno difetto anche qui, nella serva Europa, dove ci si rammarica&nbsp; e si alzano vibranti lamentele nei confronti della Cina quando arrestano qualche <em>hacker<\/em> e nel contempo si tengono ben strette le chiavi che serrano le sbarre di decine di prigioni dove languono i pi&ugrave; grandi storici della civilt&agrave; europea, rei di aver studiato, scritto, pensato in maniera non conforme relativamente agli avvenimenti dell&rsquo;ultimo conflitto mondiale.<\/p>\n<p>Certo, se le critiche mosse da Pechino fossero provenute da un qualunque governo non allineato sarebbero subito state tacciate di essere il delirio di qualche tiranno che osa mettere in dubbio la bont&agrave; del pensiero unico dei padroni della Terra. Il fatto invece che vengano dalla Cina, che nei confronti degli Usa detengono ampi spazi di contrattazione e di (reciproco) ricatto, ha permesso a queste voci di accedere a un bacino di ascolto molto pi&ugrave; ampio.<\/p>\n<p>A noi spetta attribuirgli il valore che meritano, indipendentemente dalla fonte da cui provengono, a noi spetta l&rsquo;abilit&agrave; di fare nostro ci&ograve; che pu&ograve; essere funzionale al ripristino della verit&agrave;, saper volgere a nostro favore le crisi interne alle perverse dinamiche del capitalismo internazionale. Al di l&agrave;, al di sopra e contro le supposizioni secondo cui la Cina sarebbe un presidio contro l&rsquo;imperialismo, consapevoli invece che si tratta del secondo braccio della tenaglia che, con gli Stati Uniti d&rsquo;America, tenta di stringere il mondo in una morsa, agevolati dalla servit&ugrave; e dal vuoto in cui ci hanno costretto, in cui hanno confinato l&rsquo;Europa.<\/p>\n<hr \/>\n<p><a href=\"http:\/\/www.ariannaeditrice.it\/admin\/#_ftnref1\"><font color=\"#17415f\">[1]<\/font><\/a> Ci&ograve; &egrave; invero un punto di forza dell&rsquo;economia cinese: il plusvalore generato dal loro ordinamento socioeconomico post (o vetero?) capitalista solo in parte va ad arricchire la pur appariscente borghesia di Pechino o di Shangai, e viene in realt&agrave; re-investito dallo Stato (meglio: dalla borghesia burocratica di Stato) nella ricerca, nell&rsquo;innovazione tecnologica e &ndash; non ultime &ndash; nella speculazione e nella promozione commerciale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Fabrizio Fiorini fonte Mirorenzaglia Non appena si comincia a parlare di Cina, molti sono quelli che metterebbero subito la mano alla pistola. Pi&ugrave; che molti si dovrebbe dire &ldquo;tutti&rdquo;, esclusione fatta ovviamente per i cinesi stessi, o almeno per la gran parte di loro. Lo farebbero senz&rsquo;altro gli Stati Uniti, che con la Cina giocano una colossale battaglia finanziaria che potrebbe minare alle fondamenta l&rsquo;equilibrio e il residuale benessere interno della potenza nordamericana, essendo&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":4,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[14,21,100,6],"tags":[226,227,195,228],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-iD","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1155"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/4"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1155"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1155\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1155"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1155"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1155"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}