{"id":11603,"date":"2014-06-30T00:05:34","date_gmt":"2014-06-30T00:05:34","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=11603"},"modified":"2014-06-30T00:05:34","modified_gmt":"2014-06-30T00:05:34","slug":"salari-scala-mobile-e-produttivita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=11603","title":{"rendered":"Salari, scala mobile e produttivit\u00e0."},"content":{"rendered":"<p>\n\t&nbsp;\n<\/p>\n<p>\n\t<span style=\"line-height: 1.6em\">Discutendo di abbandono della moneta unica, spesso ci si ritrova a dover sottolineare pregi e difetti di ipotetiche vie di uscita che siano etichettate &ldquo;di destra&rdquo; o &ldquo;di sinistra&rdquo;.<\/span>\n<\/p>\n<p>\n\tUna delle caratteristiche che distingue la seconda dalla prima &egrave; sicuramente l&#039;ipotesi di un ripristino di un qualche meccanismo di indicizzazione dei salari, che li mettesse al riparo da eventuali perdite, di potere d&#039;acquisto, dovute ad un aumento incontrollato dei prezzi.\n<\/p>\n<p>\n\tSpesso si fa riferimento a cosa accadde alla quota dei &nbsp;salari sul PIL dopo l&#039;uscita, temporanea, della lira italiana dal sistema monetario europeo.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">\n\t<img decoding=\"async\" alt=\"\" src=\"http:\/\/i59.tinypic.com\/akan8h.jpg\" \/>\n<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">\n\tGrafico 1\n<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">\n\t&nbsp;\n<\/p>\n<p>\n\tCome &egrave; facile riscontrare, dal 1992, anno dello sganciamento, c&#039;&egrave; stata una vistosa picchiata del suddetto indicatore, passando dal 45% a poco pi&ugrave; del 41%, segnando una perdita di quasi 4 punti percentuali.\n<\/p>\n<p>\n\tOra, lo scopo di questo articolo, &egrave; quello di far luce sul presunto contributo della scala mobile al mantenimento ad un valore stabile di tale quota.\n<\/p>\n<p>\n\tE&#039; bene ricordare che tale meccanismo, noto anche come indennit&agrave; di contingenza, venne introdotto nel 1975 rimanendo in vigore fino al 1992, subendo una maggiore modifica, nel 1984, con un taglio di 4 punti di indicizzazione per contenere la spirale inflazionistica, della quale venne ritenuto responsabile.\n<\/p>\n<p>\n\tTale assunto si basa sul presupposto che, se i salari aumentano pi&ugrave; del livello della produttivit&agrave;, i datori di lavoro, per difendere i profitti, finirebbero per aumentare i prezzi, dando vita, appunto, un ciclo inflativo infinito.\n<\/p>\n<p>\n\tTornando al grafico 1, risulta evidente come la quota dei salari sul PIL sia rapidamente cresciuta dal 41% del 1960, all&#039;oltre 51% del 1975, per poi declinare fino ad un minimo del 39% del 2000, per poi risalire ed assestarsi a poco meno del 43%.\n<\/p>\n<p>\n\tQuesto &egrave; un fatto che a molti potrebbe lasciare perplessi, dato il famigerato livello di inflazione che c&#039;era negli anni &#039;70, dove si riscontrano i livelli salariali pi&ugrave; favorevoli ai lavoratori, sempre in rapporto al PIL.\n<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">\n\t<img decoding=\"async\" alt=\"\" src=\"http:\/\/i61.tinypic.com\/6s8f1e.jpg\" \/>\n<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">\n\tGrafico 2\n<\/p>\n<p>\n\t<br \/>\n\tUna spiegazione &egrave; possibile darla analizzando il grafico 2, che mette in relazione la variazione percentuale dei salari nominali unitari con quella del deflatore del PIL, preso come indice di crescita di tutti i prezzi.&nbsp;<br \/>\n\tLa prima cosa che salta all&#039;occhio &egrave; quanto, nei primi due decenni esaminati, i salari unitari medi fossero cresciuti pi&ugrave; dell&#039;inflazione e come, raramente, essi fossero scesi al di sotto di tale livello nei tre successivi.\n<\/p>\n<p>\n\tQuesto fa supporre che, il calo della quota salari, ragionando in media, non sia certo dovuto ad una mancata indicizzazione degli stessi, se non per episodi rilevanti come quello del 1998, quando vi fu una flessione delle retribuzioni reali unitarie di circa il 4%.\n<\/p>\n<p>\n\t<em>[Nel caso ideale di un&#8217;indicizzazione al 100%, la linea arancione avrebbe sempre seguito un andamento sovrapponibile a quella verde tratteggiata.]<\/em>\n<\/p>\n<p>\n\t&nbsp;\n<\/p>\n<p>\n\tLa causa di questo calo, per&ograve;, possiamo trovarla esaminando il grafico 3, relativo alle componenti che vanno a determinare il costo del lavoro per unit&agrave; di prodotto, espresse come PIL per lavoratore e salario unitario, espressi in termini reali, ed il numero totale degli occupati, tenendo conto dei valori equivalenti ai contratti a tempo pieno.<br \/>\n\t<em>[Per facilitare la lettura dei dati, sono state aggiunte delle linee di tendenza, che vanno ad approssimarne l&#8217;andamento.]<\/em>\n<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">\n\t<img decoding=\"async\" alt=\"\" src=\"http:\/\/i61.tinypic.com\/5l55qc.jpg\" \/>\n<\/p>\n<p style=\"text-align: center\">\n\tGrafico 3\n<\/p>\n<p>\n\t&nbsp;\n<\/p>\n<p>\n\tIl dato di rilievo emerge dal confronto tra la crescita dei salari reali unitari e quelli del PIL reale unitario, preso come indice di produttivit&agrave;. Servendoci delle linee di tendenza possiamo notare come l&#039;andamento dei due indicatori sia molto ravvicinato nei primi due decenni in esame, seppur con salari cresciuti ad un ritmo relativamente maggiore, per poi divergere negli anni 80 e 90, con produttivit&agrave; mediamente cresciuta pi&ugrave; dei salari, per poi procedere, a parti invertite, con salari unitari reali in moderata crescita e produttivit&agrave; unitaria in calo.\n<\/p>\n<p>\n\tQuesto significa che, tenendo presente l&#039;andamento del grafico 1, in tutti i periodi in cui i salari unitari sono cresciuti meno della produttivit&agrave; per lavoratore, la quota salari sul PIL ha perso terreno.\n<\/p>\n<p>\n\tTornando, nel dettaglio, al periodo post svalutazione del 1992, possiamo verificare come le imprese, non riuscendo a ridurre i salari in modo significativo, abbiano prima fatto ricorso a massicci licenziamenti. Il risultato fu che la crescita dei salari rallent&ograve; e, nel 1995, divenne negativa di mezzo punto percentuale. Al contempo, la boccata d&#039;ossigeno che diede la svalutazione alla nostra economia, fu a beneficio particolare delle imprese che poterono godere di quote maggiori di profitti.\n<\/p>\n<p>\n\tNel 1998 si verific&ograve; un evento simile, ma con salari reali unitari in picchiata e livello occupazionale in tenuta.\n<\/p>\n<p>\n\tIn entrambe le situazioni, si assistette, nella sostanza, a delle svalutazioni interne a danno dei lavoratori salariati.\n<\/p>\n<p>\n\tDurante l&#039;esperienza della moneta unica, presumibilmente a causa degli afflussi di capitale estero, si verifica un miglioramento del tasso di occupazione, un ritorno alla crescita dei salari ed, in misura minore, dei profitti delle imprese.<br \/>\n\tTale situazione, per&ograve;, subisce un grave colpo nel 2009, portando le imprese, nei tre anni successivi, a dover licenziare per cercare di ridurre il costo del lavoro, senza poter beneficiare dei guadagni in termini di competitivit&agrave; di prezzo dati dalla flessibilit&agrave; del cambio e senza poter beneficiare del credito da parte delle banche.\n<\/p>\n<p>\n\tIn tutto questo, l&#039;assenza di una indicizzazione dei salari, facendo riferimento ai&nbsp;valori medi dei salari reali unitari, pare ricoprire un ruolo davvero marginale.&nbsp;<br \/>\n\tSembra pi&ugrave; concreto l&#039;apporto dato dal connubio di rigidit&agrave; di cambio, liberalizzazione dei movimenti dei capitali e deregolamentazione del mercato del lavoro che hanno, dal finire degli anni &#039;70, reso i lavoratori salariati sempre meno protetti, perdendo potere contrattuale e diventando unico elemento di flessibilit&agrave;, nella vana ricerca di intercettare quote di una domanda estera che appare in complessivo calo.\n<\/p>\n<p>\n\t&nbsp;\n<\/p>\n<p>\n\tAntonello Nusca &ndash; ARS Abruzzo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&nbsp; Discutendo di abbandono della moneta unica, spesso ci si ritrova a dover sottolineare pregi e difetti di ipotetiche vie di uscita che siano etichettate &ldquo;di destra&rdquo; o &ldquo;di sinistra&rdquo;. 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