{"id":11793,"date":"2014-08-01T22:14:42","date_gmt":"2014-08-01T22:14:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=11793"},"modified":"2014-08-01T22:14:42","modified_gmt":"2014-08-01T22:14:42","slug":"il-rimedio-peggiore-del-male","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=11793","title":{"rendered":"Il rimedio peggiore del male"},"content":{"rendered":"<p>\n\tIl rimedio peggiore del male\n<\/p>\n<p>\n\tdi Luciano Del Vecchio\n<\/p>\n<p>\n\t&nbsp;\n<\/p>\n<p>\n\tNelle moderne societ&agrave; democratiche spesso si &egrave; indotti a considerare la democrazia come equivalente alla rappresentanza e viceversa, perch&eacute; ignorare il principio di rappresentanza creerebbe difficolt&agrave; insormontabili per eleggere e formare i governi. Ma nella storia delle idee i grandi teorici della rappresentativit&agrave; non ritenevano ovvia l&rsquo;equivalenza, anzi, consideravano democrazia e rappresentanza inconciliabilmente contrapposte. Era questa l&rsquo;opinione di Rousseau, secondo il quale il popolo non stipula nessun contratto con il sovrano; esso &egrave; il sovrano che rappresenta se stesso, titolare unico del potere legislativo che governa tramite il principe, che &egrave; un esecutore e con il quale i rapporti&nbsp;sono regolati dalla legge. Dal momento in cui il popolo elegge dei rappresentanti, diventa schiavo, rinuncia alla sovranit&agrave; che, per Rousseau, &egrave; inalienabile, perci&ograve; qualsiasi delega &egrave; un&rsquo;abdicazione.\n<\/p>\n<p>\n\tDunque, il sistema rappresentativo delle democrazie liberali, come soluzione di ripiego, non solo non esaurisce il principio&nbsp;democratico, ma oggi &egrave; anche degenerato. Il rappresentante, cui il cittadino realisticamente delega il potere, da semplice incaricato a esprimere e attuare la volont&agrave; generale si trasforma, per il solo fatto d&rsquo;essere stato eletto, in un &ldquo;prescelto&rdquo; quasi divinamente chiamato a governare secondo la sua volont&agrave; e non pi&ugrave; secondo quella dei suoi elettori. Un tralignamento che ben presto fa del ceto politico un&rsquo;oligarchia di professionisti che difendono i loro interessi, ai quali si aggrega, oggi, una cerchia di &ldquo;esperti&rdquo;, di alti funzionari, di tecnici, di banchieri, non eletti ma nominati o cooptati da chi, per carica istituzionale, pu&ograve; decidere di farlo. E gli uni e gli altri s&rsquo;interscambiano i ruoli in una generale e voluta commistione&nbsp;che comporta una totale irresponsabilit&agrave; politica.\n<\/p>\n<p>\n\tCome in passato, questo sistema continua a suscitare critiche dirette (o mal dirette) contro il&nbsp;parlamentarismo e ad alimentare dibattiti sul &ldquo;deficit democratico&rdquo; e sulla &ldquo;crisi della&nbsp;rappresentativit&agrave;&rdquo;. In queste discussioni viene posto il problema della democrazia rappresentativa, assumendo a volte premesse e suggerendo rimedi &ndash; a nostro avviso &#8211; non molto convincenti, o addirittura controproducenti ai fini della soluzione del problema. &ldquo;<em>La crisi dello Stato-nazione, dovuta chiaramente alla mondializzazione della vita economica e al&nbsp;dispiegamento di fenomeni di importanza planetaria, suscita dal canto suo due modi di&nbsp;superamento: dall&rsquo;alto, con vari tentativi miranti a ricreare a livello sovranazionale una coerenza e&nbsp;un&rsquo;efficienza nella decisione che permetterebbero, al meno in parte, di pilotare il processo della globalizzazione; dal basso, con la riacquistata importanza delle piccole unit&agrave; politiche e delle&nbsp;autonomie locali&quot;. Queste due tendenze, che non solo non si oppongono, ma si completano,&nbsp;implicano entrambe che si ponga rimedio al deficit democratico che attualmente si pu&ograve; constatare&rdquo;<\/em> (De Benoist, <em>Democrazia rappresentativa e partecipativa). <\/em><em>Fonte: Barbadillo<\/em><em>.)<\/em>\n<\/p>\n<p>\n\tC&rsquo;&egrave; da osservare che queste visioni peccano per lo meno di eurocentrismo, o comunque ritraggono la situazione di stati soggetti al dominio nordamericano. Non sembra, infatti, che in altre parti del pianeta l&rsquo;idea di Stato o di Nazione sia in crisi, ma al contrario sembra conoscere un inaspettato rigoglio, forse proprio come reazione antiglobalista, su basi storico-culturali (Russia), socio-politiche (America Latina), se non addirittura religiose (Califfato). Che le aspirazioni nazionali fossero il maggior ostacolo al piano di colonizzazione mondialista ne era pienamente convinto Zbigniew Brzezinski, politologo e consigliere ascoltatissimo di Casa Bianca e Pentagono: &ldquo;<em>La Russia &egrave; rimasta attaccata all&rsquo;idea di nazione, che risveglia sentimenti di indipendenza e orgoglio. Per piegare la Russia va scardinata l&rsquo;idea di nazione&rdquo; (L&rsquo;ultima chance)<\/em>. Va da s&eacute; che, se lo scopo &egrave; piegare un qualsiasi &ldquo;stato canaglia&rdquo;, l&rsquo;idea di nazione e di unit&agrave; nazionale vanno scardinate presso qualunque popolo che osi mostrarsi indipendente e orgoglioso. La rimozione consiste solitamente nel riservare allo stato canaglia il trattamento di balcanizzazione forzata, lo spezzettamento in piccole unit&agrave; politiche divise artatamente da fedi religiose, o appartenenze etniche, o diversit&agrave; linguistiche.\n<\/p>\n<p>\n\tDunque si d&agrave; per scontata la crisi dello Stato-nazione (il che per l&rsquo;Europa pu&ograve; essere vero, ma non del tutto) l&igrave; dove appunto s&rsquo;intende distruggere lo Stato. E se ne d&agrave; per certo il superamento, dall&rsquo;alto e dal basso, come rimedio al deficit democratico, attribuendo indirettamente allo Stato la crisi di rappresentativit&agrave;. Ma noi sappiamo che, sul piano storico e soprattutto in Europa, soltanto all&rsquo;interno degli spazi nazionali si &egrave; potuta affermare la democrazia politica e sociale. Soltanto in una dimensione nazionale sono nate storicamente le Costituzioni democratiche che riconoscono i diritti fondamentali del cittadino; e questi diritti, solo all&rsquo;interno di frontiere statali, si sono evoluti da giuridicamente formali in diritti sostanziali ispirati a un&rsquo;idea di democrazia sociale. Fuori dallo Stato non si registra nessuna delle realizzazioni che hanno consentito a partiti e sindacati di difendere i diritti fondamentali non dei soli lavoratori ma dell&rsquo;intera comunit&agrave; dei cittadini. E per il futuro, solo dentro uno Stato le grandi istituzioni collettive (partito, sindacato, esercito, scuola, ecc.)&nbsp;ora in corso di distruzione e scioglimento da parte delle elite eurounioniste, possono sperare di riconquistare il ruolo&nbsp;storico d&rsquo;integrazione e intermediazione sociale. Non solo la democrazia rappresentativa, ma quella partecipativa nella forma pi&ugrave; piena &egrave; garantita dallo Stato. Laddove &egrave; nello spazio indistinto del mercato europeista e globale che si riducono le istituzioni e gli spazi pubblici d&rsquo;iniziativa e di responsabilit&agrave; dei cittadini.\n<\/p>\n<p>\n\tIl principio di democrazia, che in una dimensione territoriale &egrave; sancito dalle costituzioni e presidiato dalla comunit&agrave; dei cittadini, &egrave; sfrontatamente ignorato negli organismi internazionali fino ai massimi livelli: all&rsquo;ONU non pi&ugrave; di cinque dita di mano decidono le sorti del mondo. Questo &egrave; ancora pi&ugrave; vero per l&rsquo;Unione europea, organismo sovranazionale &ldquo;commissionato&rdquo;, cui si vorrebbe affidare il compito di far superare dall&rsquo;alto il deficit democratico, riconoscendogli &ldquo;<em>meriti di coerenza ed efficienza nelle decisioni politiche, che permetterebbero, almeno in parte, di pilotare il processo di globalizzazione&quot;. <\/em>Questo &egrave; un compito che l&rsquo;Unione europea non pu&ograve; n&eacute; vuole svolgere, n&eacute; in parte n&eacute; del tutto, poich&eacute; essa stessa &egrave; l&rsquo;espressione del processo di globalizzazione, il gradino, la faccia pi&ugrave; dura e feroce. Ora, &egrave; arduo immaginare l&rsquo;Unione europea che colma deficit di democrazia, quando in essa l&rsquo;appannaggio del potere non appartiene ai partiti, ma alle banche e ai mercati. Non si pu&ograve; ignorare che i trattati europei non pongono per nulla il problema della democrazia, ma impongono come loro fine istituzionale l&rsquo;incontrollata circolazione e mercificazione di tutto ci&ograve; che &egrave; ricchezza e produce ricchezza, non per distribuirlo equamente tra le varie classi sociali, ma per concentrarlo nelle poche mani di una superclasse apolide e corsara. In questa ricetta di recupero democratico la crisi dello Stato-nazione, data come irreversibile, non viene attribuita a decisioni di ceti politici subalterni, ma dovuta alla mondializzazione della vita economica e finanziaria. Si auspica, anzi si prospetta l&rsquo;abbattimento dello Stato come destino ineluttabile e simultaneo al &ldquo;processo irreversibile&rdquo; dell&rsquo;Unione europea, vista come sviluppo naturale, eterno, non criticabile, inemendabile, e dunque non soggetto a essere trasformato da scelte e decisioni democratiche e popolari.\n<\/p>\n<p>\n\tParallelo al superamento dall&rsquo;alto dovrebbe scorrere, in questa soluzione, il superamento dal basso: una gonfiata ed enfatizzata importanza delle piccole unit&agrave; politiche e delle&nbsp;autonomie locali che, solo in apparenza, sembrano ispirarsi a un&rsquo;idea o a un sentimento di comunit&agrave;. Ma che invece l&rsquo;Unione europea, opportunisticamente, ha scoperto come espressioni collettive di individualismo antistatale e come tali le sfrutta in funzione disgregatrice. Queste due tendenze, mondialista e autonomista, &ldquo;<em>che non solo non si oppongono ma si completano&rdquo;, <\/em>non si contraddicono ma di fatto si alleano oggettivamente nella negazione dell&rsquo;idea di Stato. Ma questa idea &egrave; ineludibile, sia che si voglia creare una piccola unit&agrave; politica sia che si voglia fondare un grosso stato federale o confederale.\n<\/p>\n<p>\n\tIl punto dunque non &egrave; il vagheggiato superamento dello Stato, ma a quale livello s&rsquo;intende fondarlo, tenendo presente che esistono gi&agrave; realt&agrave; storiche di esso e che, per fondarne uno nuovo, deve esistere un popolo. E a livello europeo un popolo non esiste. A livello locale un popolo pu&ograve; esistere e aver coscienza&nbsp; di esserlo se rifiuta di autostrangolarsi con i trattati europei, che progettano l&rsquo;estinzione di tutti i popoli. Se non si pronunciano sull&rsquo;Unione europea e i suoi trattati, sulla moneta unica e la sovranit&agrave; popolare, i movimenti autonomistici, che a volte sono tentati dall&rsquo;indipendentismo o perfino dal separatismo, non sono attendibili, sono ambigui, o sospetti di essere usati da interessi estranei alla libert&agrave; e all&rsquo;indipendenza cui dicono di aspirare. Una riflessione sul dominio oligarchico delle superclassi finanziarie acquartierate negli organismi sovranazionali, inclini a rapinare sistematicamente i popoli, forse potrebbe rivelare a tanti autonomisti che, non solo la loro libert&agrave; e democrazia, ma anche il loro benessere e la loro prosperit&agrave; sono garantiti soltanto dalla sopravvivenza dello Stato-Nazione di cui fanno parte per storia, lingua, cultura e volont&agrave; costituente. I legami e le strutture sociali, le solidariet&agrave; organiche, che sono pi&ugrave; evidenti nelle comunit&agrave; locali, oggi appaiono indebolite dall&rsquo;individualismo aggressivo e dall&rsquo;irruzione dei principi eurounionisti della concorrenza e della competizione forsennata, ma possono essere ricostituite se &egrave; presente lo Stato, l&rsquo;istituzione che aggrega.\n<\/p>\n<p>\n\tIn definitiva, al problema di come recuperare la democrazia nelle societ&agrave; europee si prospettano soluzioni incoerenti: il superamento dello Stato, l&rsquo;unica realt&agrave; all&rsquo;interno della quale la democrazia politica e sociale si &egrave; affermata storicamente pi&ugrave; e meglio che in altre istituzioni sovranazionali; la resa incondizionata e la rassegnazione alla deriva globalista dell&rsquo;Unione europea, organismo guidato dal <em>politburo<\/em> di Bruxelles e verniciato di democrazia da un parlamento privo di potere legislativo; l&rsquo;assecondare e il fomentare autonomismi che sembrano invocare libert&agrave; e indipendenza come pretesti per schermare interessi e affari inconfessabili, legati spesso a forme di governanza eurounionista. Quanto finora osservato, invece, sembra suggerire rimedi alla carenza democratica esattamente opposti a quelli caldeggiati, e cio&egrave; la riaffermazione dello Stato democratico e sociale tracciato dalla Costituzione del &rsquo;48; il disconoscimento di trattati palesemente anticostituzionali perch&eacute; ispirati da principi del liberismo economico e di anarchia finanziaria; il ricondurre a unit&agrave; le autonomie che, a garanzia di territori e comunit&agrave;, in questo momento e per il futuro, non dispongono di altro testo migliore di quello della Costituzione Repubblicana.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il rimedio peggiore del male di Luciano Del Vecchio &nbsp; Nelle moderne societ&agrave; democratiche spesso si &egrave; indotti a considerare la democrazia come equivalente alla rappresentanza e viceversa, perch&eacute; ignorare il principio di rappresentanza creerebbe difficolt&agrave; insormontabili per eleggere e formare i governi. 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