{"id":11908,"date":"2014-08-28T00:05:42","date_gmt":"2014-08-28T00:05:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=11908"},"modified":"2014-08-28T00:05:42","modified_gmt":"2014-08-28T00:05:42","slug":"litalia-e-finita","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=11908","title":{"rendered":"L&#039;Italia \u00e8 finita?"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">\n\t<span style=\"line-height: 1.6em\">&laquo;Mi pare che la traduzione di questo libro arrivi nel momento opportuno per capirlo, quando l&#039;Italia, partecipando allo sforzo di molte nazioni desiderose giustamente di non diventar asiatiche per forza della Russia, si unisce ad esse per fondersi in un&#039;Europa, capace di resisterle. L&#039;Italia fa benissimo [&#8230;]. Ci&ograve; vuol dir riconoscere che il suo tentativo di formare uno Stato nazionale &egrave; fallito. L&#039;Italia sar&agrave; forse una provincia dell&#039;Impero europeo. Il Risorgimento arriv&ograve; troppo tardi, come troppo tardi l&#039;Italia riusc&igrave; a diventare un paese coloniale, quando il tempo della colonie stava per tramontare. Fondendosi in un&#039;Europa, che non graver&agrave; la mano sull&#039;Italia, come farebbe la Santa Russia, essa si salver&agrave;, &nbsp;rinunzier&agrave; a competere con le altre nazioni e ad acquistare quel primato che speravano Mazzini e Cavour, De Sanctis e Garibaldi, Crispi e Oriani; per non parlare del padre del Risorgimento, Gioberti. Sar&agrave; sempre il giardino di Europa e il paese preferito per il viaggio di nozze degli Europei. Spupiller&agrave; i lords inglesi, come Boswell, e aprir&agrave; gli occhi ai giovani tedeschi, come Goethe; ma non detter&agrave; leggi ai vicini. Se l&#039;Europa sar&agrave; fatta&raquo; (G. Prezzolini, <em>L&#039;Italia finisce, ecco quel resta<\/em>, Rusconi Libri, 1994 Milano, p. 9)<\/span>\n<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tOggi che l&#039;Europa &egrave; fatta, o comunque sperimentiamo con mano i concreti effetti di ci&ograve; che &egrave; stato fatto fino a qui, le parole sopra riportate suonano come profetiche; furono scritte da Giuseppe Prezzolini nel lontano 1958 nella prefazione alla prima edizione italiana della traduzione del libro da lui concepito e pubblicato in inglese, dieci anni prima, nel 1948, durante il periodo in cui fu &quot;esule volontario&quot; (come egli stesso si defin&igrave;) negli Stati Uniti.&nbsp;<br \/>\n\tHo ripreso in mano il saggio di Prezzolini per due ragioni. In primo luogo, per il suo valore intrinseco e la sua capacit&agrave; di analisi indubitabile, per la sua freschezza nel descrivere e analizzare alcuni elementi essenziali della storia italiana, dello spirito italiano, e soprattutto del nostro &quot;carattere nazionale&quot;, da intendersi come l&#039;insieme dei nostri pregi e difetti, del genio del nostro popolo come delle sue manchevolezze; che si condividano o meno le sue tesi, il libro merita la lettura, la capacit&agrave; di osservazione di Prezzolini, infatti, &egrave; magistrale.&nbsp;<br \/>\n\tCerto, i giudizi che esprime non sono separabili del tutto dal personaggio, dalla sua figura di intellettuale sempre contro corrente, di bastian contrario, profondamente scettico e ironico, pessimista, caustico nel vagliare le debolezze degli Italiani, indomito nell&#039;avversare tutto ci&ograve; che &egrave; paludato o accademico, instancabile nel dissodare luoghi comuni. Per queste caratteristiche di intransigenza, per il suo carattere difficile, a tratti brusco, oltre che per la posizione politica di &quot;anarchico conservatore&quot; &ndash; come egli si defin&igrave; &ndash; &egrave; stato spesso e sovente emarginato ingiustamente&nbsp;dalla cultura ufficiale, soprattutto nella seconda met&agrave; del &#039;900. Chi legge il testo, tuttavia, non pu&ograve; non rimanere colpito da quanto le sue critiche severe rivolte agli Italiani siano ancora valide oggi a tanti anni di distanza, come, per certi aspetti, siamo poco cambiati da allora. Per fare solo qualche esempio: Prezzolini rileva la nostra litigiosit&agrave;, il nostro preferire di essere governati da uno straniero piuttosto che da un altro italiano, il nostro scarso senso civico, il servilismo e l&#039;arrivismo di molti nostri intellettuali e uomini politici, la vena retorica che ci porta alla pessima abitudine di scambiare le cose dette per cose fatte, e cos&igrave; via. L&#039;analisi &egrave; sempre profonda, mai superficiale; &nbsp;lo sforzo di Prezzolini &egrave; teso a dare a questi elementi una spiegazione storica. Altra cosa da tenere in considerazione per inquadrare bene il saggio &egrave; il contesto in cui nasce: &egrave; stato scritto appena dopo il disastro della Seconda Guerra Mondiale e la prefazione viene stilata in piena Guerra Fredda; un mondo nuovo si affacciava all&#039;orizzonte di Prezzolini, un mondo affatto diverso da quello che aveva conosciuto nella sua precedente fervente attivit&agrave; intellettuale sempre svolta in primo piano: &egrave; inevitabile perci&ograve; che alcune sue analisi appaiano, oggi che una nuova epoca si sta dipanando, datate e legate all&#039;incertezza di quel periodo.&nbsp;<br \/>\n\tLa seconda e ancor pi&ugrave; importante ragione che mi ha spinto a leggere questo saggio, per quanto a prima vista, paradossalmente, estrinseca e secondaria, &egrave; il titolo della traduzione in italiano: <em>L&#039;Italia finisce, ecco quel che resta<\/em> (quello in inglese, meno intrigante per il mio discorso, ma egualmente esplicativo del contenuto dell&#039;opera recita invece: <em>The Legacy of Italy<\/em>, vale a dire <em>L&#039;eredit&agrave; dell&#039;Italia<\/em>).&nbsp;<br \/>\n\tInsomma Prezzolini agli albori della nascita dell&#039;Europa, quando venivano gettati i semi per ci&ograve; che oggi d&agrave; i suoi primi frutti, con estrema lucidit&agrave;, data forse dal suo distacco e dalla sua conoscenza approfondita della storia del nostro paese, vedeva come ci&ograve; comportasse per l&#039;Italia, lo Stato unitario nato con il Risorgimento, l&#039;<em>inizio della fine<\/em>. Aggiungiamo subito che Prezzolini constatava la fine dello Stato italiano senza troppo rammarico, per le ragioni che fra poco analizzeremo. Non si deve credere con ci&ograve; che egli ne fosse contento, ma semplicemente registrava l&#039;andamento delle cose, oggettivamente, le esponeva come un inesorabile procedere. Secondo il suo modo di vedere, di fronte al nuovo equilibrio di poteri a livello mondiale, una politica nazionale aveva poco senso. Come detto, forse questa &quot;oggettivit&agrave;&quot; pu&ograve; essere messa in dubbio, pu&ograve; essere discussa, pu&ograve; essere considerata come un portato dell&#039;epoca e del personaggio.<br \/>\n\tPer tornare all&#039;oggi chiedo: possiamo aggiornare l&#039;affermazione di Prezzolini dicendo con amarezza che<em> l&#039;Italia &egrave; finita<\/em>? Apparentemente s&igrave; ed &egrave; finita <em>male<\/em>: affatto serva rispetto alle direttive dell&#039;Unione Europea in campo di economia, di politiche sociali, sembra continuare nella spirale di accettazione della totale eteronomia che la conduce a decisioni che vanno contro il suo interesse, a strategie che potremmo definire suicidarie, sia in politica interna che in politica estera. Provincia di un Impero dominato da pochi soggetti non democraticamente eletti, quelle &eacute;lite economico-finanziarie che hanno come unico fine l&#039;interesse del grande capitale transnazionale e globale, l&#039;Italia si dibatte in una crisi mai vista prima, crisi che prima di essere economica &egrave; <em>crisi di identit&agrave;<\/em>.<br \/>\n\tSebbene non sia questo il luogo in cui approfondire il pensiero di Prezzolini, reputo importante riportare le sue tesi principali. Semplificando molto, posso sintetizzare cos&igrave; la sua posizione: secondo Prezzolini ci&ograve; che ha fatto e fa ancora grande il nostro popolo, nonostante tutto, ci&ograve; che distingue l&#039;Italia dal resto del mondo, non sono le istituzioni politiche nate con il Risorgimento, non &egrave; il suo Stato nazionale, bens&igrave; la sua capacit&agrave; creativa nel campo dell&#039;arte e del saper vivere; non sono stati gli uomini politici a fare l&#039;Italia, ma i poeti, i navigatori, gli scultori, gli artisti, gli avventurieri, che hanno invaso il mondo dando prova della loro intraprendenza, della loro genialit&agrave;. Ecco perch&eacute; sottolinea pi&ugrave; volte che gli Italiani non sono Romani: il mito della discendenza spirituale dai Romani e dell&#039;eredit&agrave; della loro potenza, che si concretizz&ograve; con capacit&agrave; di conquista, di dettar legge, di amministrare, mito nato con l&#039;Umanesimo, in auge durante il Risorgimento e ancora di pi&ugrave; ideologicamente rimarcato durante il Fascismo, viene qui totalmente smascherato, sfatato: gli Italiani non sono discendenza diretta dai Romani, ma un popolo nuovo. Il culto di Roma nasce come retorica consolazione di fronte alle sconfitte e alle lotte intestine e non ha alcun fondamento.<br \/>\n\tSecondo l&#039;avviso di Prezzolini, inoltre, le uniche creazioni politiche originali italiane sono il Comune e la Signoria e pertanto le istituzioni liberali e moderne non sono nate spontaneamente in Italia, non sono autoctone, ma sono state importate. &laquo;Le uniche istituzioni politiche originali corrispondenti al carattere e alle tradizioni italiane furono &nbsp;quelle del Comune e della Signoria, o del Papato. Tutti sanno che la Signoria fu <em>tirannica<\/em>, ma pochi ricordano che il Comune fu<em> oligarchico<\/em>, cio&egrave; di pochi. E nulla di pi&ugrave; italiano del Comune! Esso &egrave; l&#039;antitesi del Risorgimento. Questo dovette combattere lo spirito &quot;municipale&quot; ed ebbe le sue origini nel pensiero d&#039;Inglesi, Francesi, Americani, e nelle loro istituzioni; salvo che in quelle italiane&raquo; (p. 10).<br \/>\n\tLa civilt&agrave; italiana secondo Prezzolini non ha carattere nazionale, ma <em>universale<\/em>, infatti &laquo;l&#039;Umanesimo rispecchi&ograve; la grande capacit&agrave; per gli Italiani, fatale per l&#039;Italia, di scoperte e di creazioni di <em>modelli artistici<\/em> &nbsp;e di <em>verit&agrave; di conoscenza umana<\/em> che hanno fatto dell&#039;Italia la seconda patria, cio&egrave; la super-patria delle nazioni educate nella tradizione greco-latina (&#8230;) <em>Patria di tutti<\/em>, non &nbsp;pot&eacute; nel passato l&#039;Italia, e non pu&ograve; oggi, esser <em>la patria degli Italiani<\/em>&raquo; (p. 12).<br \/>\n\tPer concludere riporto una frase che ha il pregio di riassumere il pensiero di Prezzolini:<br \/>\n\t&laquo;l&#039;Italia del Risorgimento, la parentesi unitaria di questo disunito paese, appare finita. Ma l&#039;Italia universale &ndash; quella che importa di pi&ugrave; &ndash; contina ad occupar e preoccupar le nostre menti per opera dei singoli individui italiani, sempre mirabili nel cavarsi d&#039;imbarazzo e nel corregger le situazioni penose e gravose nelle quali i loro capitani li conducono&raquo; (p. 13).<br \/>\n\tSebbene consideri stimolante nella sua provocazione la concezione di Prezzolini, non posso condividerla fino in fondo; di fatto in parte &egrave; smentita dallo sviluppo successivo del nostro paese nel Dopoguerra, caratterizzato da progressi economici e civili anche favoriti dai principi fissati nella nostra Costituzione. Prezzolini non prende in cosiderazione questi aspetti essenziali che hanno portato la nostra democrazia a una condizione di relativo benessere, di progresso e di tutela di molti diritti importanti. C&#039;&egrave; da aggiungere che il discorso pu&ograve; anche essere ribaltato: di fronte alla fine (o presunta tale) dello Stato nazionale unitario rivolgere lo sguardo al passato e ricercare l&#039;autentico spirito italiano in valori universali, che hanno raggiunto la massima espressione in un passato ormai remoto,&nbsp;non &egrave; forse un voler mascherare i problemi del presente&nbsp;o voler ricercare facili consolazioni?&nbsp;<br \/>\n\tQuesto &egrave; un po&#039; il limite del saggio, che tuttavia rimane valido principalmente per due motivi.<br \/>\n\tInnanzitutto, possiamo leggere le parole di Prezzolini come monito e in questo senso <em>a contrario<\/em> rispetto allo spirito in cui furono scritte: se gli Italiani non agiranno e non si mobiliteranno in massa per riascquisire la sovranit&agrave; della loro nazione, depotenziata dai trattati europei, allora l&#039;Italia potr&agrave; dire addio alla propria autonomia, allora l&#039;Italia sar&agrave; davvero finita, apparterr&agrave; al passato. In questo senso meglio la lezione che deriva dal&nbsp;pessimismo di Prezzolini, che sa guardare in faccia alla realt&agrave;, rispetto all&#039;illusione di chi crede o mostra di credere&nbsp;e ci fa credere di essere autonomo, mentre come un burattino viene manovrato dall&#039;alto, si fa dettare la linea da Bruxelles; meglio senz&#039;altro il realismo disincantato alla ipocrisia e alla furbizia di chi sa e dissimula.&nbsp;<br \/>\n\tNon concordo con Prezzolini nel pensare che non esistano alternative a questa situazione, non penso che ci si debba rassegnare. Il fatto che le cose siano andate in questo modo fino a qui, non ci deve indurre ad arrenderci: non si tratta di fenomeni naturali, indipendenti dalla volont&agrave;, ma di precise scelte a cui si possono opporre altre scelte, altre politiche e un altro pensiero. Un altro modo di governare l&#039;economia, di condurre la politica interna e estera, &egrave; possibile e si deve lottare per renderlo attuale.<br \/>\n\tIn secondo luogo, le pagine di Prezzolini sono istruttive per l&#039;afflato che le percorre: la ricerca di ci&ograve; che &egrave; autenticamente italiano. Leggerle ci fa sentire orgogliosi di noi, della nostra storia, delle nostre tradizioni, ci fa ripercorrere e ammirare le biografie e le opere degli Italiani che hanno lasciato duraturi segni della loro grandezza, chi nel campo della scienza, chi della filosofia, chi della religione, chi dell&#039;arte, chi della politica. La riconquista della sovranit&agrave; non pu&ograve; prescindere dalla ricerca individuale e collettiva della nostra identit&agrave;. L&#039;identit&agrave; non &egrave; mai data <em>a priori<\/em>, non &egrave; acquisita una volta per tutte. &Egrave; sempre fragile e da ricreare.&nbsp;<br \/>\n\tL&#039;Italia dunque non &egrave; finita, deve risollevarsi come nel Dopoguerra, costruire una alternativa al pensiero unico dominante, riedificare a partire dalle macerie spirituali, culturari, politiche, economiche del presente.<br \/>\n\t&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&laquo;Mi pare che la traduzione di questo libro arrivi nel momento opportuno per capirlo, quando l&#039;Italia, partecipando allo sforzo di molte nazioni desiderose giustamente di non diventar asiatiche per forza della Russia, si unisce ad esse per fondersi in un&#039;Europa, capace di resisterle. L&#039;Italia fa benissimo [&#8230;]. Ci&ograve; vuol dir riconoscere che il suo tentativo di formare uno Stato nazionale &egrave; fallito. L&#039;Italia sar&agrave; forse una provincia dell&#039;Impero europeo. 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