{"id":12973,"date":"2015-02-02T07:05:02","date_gmt":"2015-02-02T07:05:02","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=12973"},"modified":"2015-02-02T07:05:02","modified_gmt":"2015-02-02T07:05:02","slug":"il-contesto-storico-e-ideologico-che-predispose-lo-sfacelo-della-scuola-di-stato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=12973","title":{"rendered":"Il contesto storico e ideologico che predispose lo sfacelo della scuola di Stato"},"content":{"rendered":"<p>Oggi i partiti e i mezzi di informazione tendono a rimuovere dalla memoria collettiva un periodo della storia dell\u2019ltalia che ci si augura possa, un giorno, essere raccontato senza inganni. Tra il 1992 e il 1999 influenti politici italiani, privi di ogni concetto di interesse nazionale, perch\u00e9 americanizzati o corrotti o ignoranti, hanno dato in pasto interi settori dell\u2019economia italiana all\u2019avidit\u00e0 del profitto privato straniero. Nella lista nera di coloro che, nel silenzio, concorsero all\u2019impossessamento straniero della nazione, occupano i primi posti economisti, ministri e capi di governo: Guido Carli (1991-92); Giu\u00adliano Amato (1992-93); Carlo Azeglio Ciampi (1993-94); Mario Draghi (1993); Beniamino Andreatta (1993-94), Romano Prodi come presidente dell\u2019IRI (1993-96) e come capo di governo (1996-98), Massimo D\u2019Alema (1998-2000). Con vergognosa complicit\u00e0 i loro governi cedettero alle pesanti pressioni della finanza straniera determinata a impossessarsi a prezzi stracciati delle tante imprese pubbliche italiane che, vere galline dalle uova d\u2019oro, davano profitti enormi e quindi erano molto appetibili. Smantellarono l\u2019eco\u00adnomia pubblica italiana, avviando il ciclo delle privatizzazioni che <em>\u201c\u00e8 seguito agli accordi tra Karel Van Miert e Beniamino Andreatta, voluto e ottenuto dall\u2019Unione Europea&#8221;. L\u2019Unione Europea ci ha imposto di svendere le nostre aziende pubbliche e i politici come Beniamino Andreatta sono stati ben felici di eseguire gli ordini. <\/em>(1).<\/p>\n<p>Con il Decreto legge 333 dell\u201911\/07\/1992 sulle \u201cMisure urgenti per il risanamento della finanza pubblica\u201d, Amato, capo di governo da dodici giorni, trasforma l\u2019IRI, l\u2019ENI, l\u2019INA e l\u2019ENEL in societ\u00e0 per azioni. Il decreto trascina nella privatizzazione le \u2018Banche di interesse nazionale\u2019 e dunque anche la Banca d\u2019Italia. A quell\u2019epoca, una menzognera campagna di stampa presentava l\u2019IRI, lo scrigno che conteneva i tesori italiani, come un carrozzone che dava solo perdite e che dunque ai proprietari, cio\u00e8 allo Stato e al popolo, conveniva disfarsene. Fino allora, invece, gli utili enormi delle imprese IRI avevano consentito allo Stato, assieme a tasse e altre entrate, di finanziare anche sanit\u00e0, istruzione, cultura, previdenza: in breve, la spesa pubblica e sociale che dava benefici enormi al paese e che oggi le grancasse risonanti il pensiero unico liberista associano allo \u201cspreco\u201d. L\u2019IRI venne smembrato e svenduto, piazzando i vari pezzi a qualunque costo e, in alcuni casi, praticamente regalato.<\/p>\n<p>Il 30 giugno del 1993 Ciampi, capo del governo, nomina Draghi, membro del Comitato esecutivo di Goldman Sachs, a presiedere un Comitato di consulenza per le privatizzazioni. Nel \u201897 Prodi privatizza la telefonia, strumento di controllo sociale nelle mani di interessi privati. Nel \u201899 D\u2019Alema consegna i trasporti e l\u2019energia petrolifera ed elettrica alla ge\u00adstione di societ\u00e0 per azioni. In definitiva, tra il \u201892 e il \u201899, i governi iperliberisti sottraggono le risorse strategiche dalle finalit\u00e0 pubbliche e le ricollocano in un quadro di gestione aziendalistica, i cui ricavi sono da massimizzare e i cui destinatari sono i clienti paganti, non i cittadini con il diritto al servizio (2).<\/p>\n<p>A garantire lo smantellamento dell\u2019economia pubblica fu il silenzioso e acquiescente gruppo dirigente dell\u2019ex partito comuni\u00adsta, riciclatosi nel Partito democratico della sinistra (PDS), in cambio della sua legit\u00adtimazione a governare, che esso postul\u00f2, in ginocchio e col cappello in mano, alla finanza anglo-americana. (3). Il PDS dunque non si oppose alle privatizzazioni e finse l\u2019opposizione a Berlusconi, il quale a sua volta accett\u00f2 l\u2019incarico europeista di cominciare a cancellare ogni regola giuridica come limite all\u2019economia liberista. Comprendere il contesto ideologico di quegli anni consente di chiarirsi i motivi per cui alla priva\u00adtizzazione delle imprese non poteva sopravvivere il sistema nazionale dell\u2019istruzione pubblica. \u00c8 infatti in questo periodo che vanno cercate le ragioni originarie dello sfacelo della scuola statale che, come i trasporti, la sanit\u00e0 e gli altri servizi fondamentali, viene ridefinita e sistemata dentro le prestazioni aziendali anzich\u00e9 dentro gli oneri di Stato. Questo pesante clima ideologico spinse a considerare il sistema-scuola come un peso burocratico e la spesa per finanziarlo come un onere eccessivo.<\/p>\n<p>Alle elezioni politiche dell\u20191 Aprile 1996 la sinistra post-comunista si presenta agli elettori guidata dal democristiano Romano Prodi, allievo di Andreatta(4), cliente di De Mita e consulente di Goldman Sachs. Il cattolico Prodi, il cui orizzonte spirituale \u00e8 la contabilit\u00e0 finanziaria, e che da presidente dell\u2019IRI aveva ceduto sottocosto ai privati i pezzi pi\u00f9 remunerativi delle partecipazioni statali, \u00e8 il garante che, presso la finanza transnazionale, accredita i post-comunisti come affidabili a governare l\u2019Italia. Al centro del suo programma di fumosa modernizzazione del Paese mette anche l\u2019innovazione del sistema scolastico in senso tecnocratico e mercatista. Vinte le elezioni, Prodi, capo del governo, affida il ministero dell\u2019istruzione a Luigi Berlinguer, lo sciocco narciso che la storia crea al momento giusto per distruggere la scuola di Stato.<\/p>\n<p>Convinto di mettere in atto le sue idee progressiste con una grande conversione aziendalista, nel 1997 Berlinguer disarticola il sistema scolastico, assimilando le singole scuole ad aziende che, d\u2019ora in poi, lustreranno la propria immagine ciascuna con un proprio piano di offerta formativa. L\u2019uomo vende la sua riforma come progressista nel nome della \u201cautono\u00admia\u201d, una parola che seduce, perch\u00e9 evoca spruzzi e sprazzi di democrazia diretta e libert\u00e0 da pastoie burocratiche, ma che in realt\u00e0 maschera il disimpegno dei governi iperliberisti dal finanziare il sistema-scuola. L\u2019autonomia allontana le singole scuole da ogni progetto educativo nazionale e dai con\u00adtenuti culturali vincolanti per l\u2019insegnamento; fa balenare, sia pure in prospettiva, i finanziamenti privati ed elude i controlli sulla pre\u00adparazione di docenti e allievi.<\/p>\n<p>A disinteressarsi della sua preparazione culturale e a valutare da s\u00e9 i propri risultati il docente mediocre si sente finalmente legittimato dall\u2019autonomia scolastica berlingueriana. Non pi\u00f9 guidato da un pro\u00adgetto educativo nazionale, svincolato da ogni contenuto disciplinare da parte del ministero, malpagato e senza alcuna considerazione sociale, assillato e plagiato dalla <em>lobby<\/em> pidiessina dei pedagogisti accademici, il docente \u00e8 invogliato, o costretto, a ritagliarsi un\u2019immagine positiva affaccendandosi nel nulla di scartoffie, di griglie, di funzioni aggiuntive e di formule valutative demenziali. Vuoti organi collegiali e dirigenti selezionati tramite i quiz di produzione brussellese impongono al docente adempimenti burocratici insulsi e del tutto inutili. La cancellazione dei criteri nazionali condivisi di quali siano i saperi essenziali finisce col coprire gli insuccessi edu\u00adcativi, perch\u00e9 non consente pi\u00f9 al docente di capire chi \u00e8 l\u2019allievo preparato e chi lo \u00e8 meno. Gli studenti, da parte loro, ricevono un\u2019istruzione che li rende consumatori ottusi e li consegna cittadini ciechi e inconsapevoli a un sistema politico rinunciatario del potere sovrano e al soldo dell\u2019oligarchia finanziaria.<\/p>\n<p>A questo punto il sistema nazionale della pubblica istruzione, risorsa stra\u00adtegica non fisica ma immateriale, non meno importante di quelle produttive, decisiva e fondamentale per la tutela e la salvaguardia dell\u2019identit\u00e0 nazionale, \u00e8 quasi completamente sfasciato. Un disastro epocale che \u00e8 nello stesso tempo espressione e concausa del disastro antropologico della Nazione. A partire dagli anni Novanta, infatti, i principi dell\u2019economia mercatista globalizzata, colonizzano le menti e devastano anche la civilt\u00e0. Oltre al ruolo regolatore dello Stato nella vita sociale ed economica scompaiono la garanzia dei diritti di cittadinanza e il sentimento della Nazione come spazio spirituale di appartenenza solidale dei cittadini. Il collasso del sistema scuola ha diffuso analfabetismo culturale e impoverimento mentale di massa, che sono l\u2019altra faccia di una realt\u00e0 che vede una fascia sempre pi\u00f9 ampia della popolazione esclusa da un lavoro utile e da una vita dignitosa nel proprio paese. Perci\u00f2 la ricostruzione dello Stato-nazione, capace di reintrodurre in economia misure vincolanti di interesse collettivo, risponde a esigenze di salvaguardia non solo dell\u2019industria manifatturiera ma anche della scuola. Senza ricostruire lo Stato che distingua finalit\u00e0 collettive da interessi particolari, funzioni pubbliche da attivit\u00e0 private, non si pu\u00f2 ricostruire la scuola statale. Tutti i moderni sistemi scolastici sono nati al costituirsi degli Stati-nazione e per loro opera. Emerge a questo punto un circolo vizioso che d\u00e0 la dimensione della tragedia collettiva: per rifare la scuola occorre una cultura dello Stato e della cittadinanza oggi scomparsa, ma che soltanto una scuola di Stato pu\u00f2 re-insegnare e promuovere. Oggi, invece, la cultura dominante \u00e8 quella dell\u2019aziendalismo antista\u00adtalista, che contraddice e distrugge l\u2019esistenza stessa della scuola, perch\u00e9 impone criteri incongrui e a essa estranei, spacciando la formazione culturale come prodotto che possa essere venduto secondo un rapporto di ricavi e costi come un elettrodomestico.<\/p>\n<p>il sistema nazionale della pubblica istruzione deve ritrovare un senso nella prospettiva dello Stato-nazione e della cittadinanza, che ne costi\u00adtuisce l\u2019appartenenza; e trasmettere contenuti non necessariamente e immediatamente utili, neanche per il lavoro, ma per aprire la mente a dimensioni categoriali e universali della realt\u00e0. Per consentire al cittadino di sapersi orientare in maniera consapevole sul presente e di intenderlo senza rimanerne schiacciato, la scuola deve trasmettere contenuti distanziati dal presente, che il giovane non pu\u00f2 pi\u00f9 apprendere in nessuno dei luoghi sociali che frequenta. Fino a trenta anni fa, famiglie, partiti, sindacati, parrocchie, associazioni erano luoghi in cui i giovani sentivano raccontare un passato investito di significati e a cui si riallacciavano per acquisire memoria storica. Ma queste realt\u00e0 non esistono pi\u00f9 come filiere di trasmissione; le menti sono state totalmente destoricizzate e ora spetta alla Scuola di Stato il compito di formare la consapevolezza storica di cui oggi abbiamo bisogno, la condizione mentale indispensabile per progettare la nostra liberazione.<\/p>\n<p>(1) Privatizziamo: \u201cce lo chiede l?Europa\u201d di A. Franceschelli. <a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=10920\">http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=10920<\/a><a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=10920\">(2<\/a><a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=10920\">)http:\/\/archiviostorico.corriere.it\/1994\/febbraio\/26\/Occhetto_Londra_piace_padroni_della_co_0_94022611888.shtml)(3<\/a>) L\u2019elenco del patrimonio bancario e industriale \u00e8 riportato in calce all\u2019articolo di A. Franceschelli (Privatizziamo: \u201cce lo chiede l\u2019Europa\u201d <a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?author=33\">Andrea Franceschelli<\/a>) <a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=10920\">http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=10920<\/a>\u00a0<a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=10920\">(4<\/a>)Andreatta fu il politico che contribu\u00ec in maniera determinante alla <a href=\"http:\/\/ricerca.repubblica.it\/repubblica\/archivio\/repubblica\/1986\/07\/23\/andreatta-propone-una-cura-drastica-per-ridurre.html?ref=search\">politica del \u201cnuovo corso<\/a>\u201d. Fu lui a volere Romano Prodi alla guida dell\u2019IRI nel 1982 e fu lui a istradarlo verso le\u00a0 privatizzazioni che inaugur\u00f2 vendendo l\u2019Alfa Romeo alla FIAT nel 1986. (Privatizziamo: \u201cce lo chiede l\u2019Europa\u201d <a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?author=33\">Andrea Franceschelli<\/a>) <a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=10920\">http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=10920<\/a>.\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u201cAssi culturali per un progetto di scuola nazionale\u201d di M. Bontempelli. (Rivista \u201cIndipendenza\u201d, nuova serie, n. 27, novembre-dicembre 2009]<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Oggi i partiti e i mezzi di informazione tendono a rimuovere dalla memoria collettiva un periodo della storia dell\u2019ltalia che ci si augura possa, un giorno, essere raccontato senza inganni. Tra il 1992 e il 1999 influenti politici italiani, privi di ogni concetto di interesse nazionale, perch\u00e9 americanizzati o corrotti o ignoranti, hanno dato in pasto interi settori dell\u2019economia italiana all\u2019avidit\u00e0 del profitto privato straniero. 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