{"id":12977,"date":"2015-02-03T00:01:55","date_gmt":"2015-02-03T00:01:55","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=12977"},"modified":"2015-02-03T00:01:55","modified_gmt":"2015-02-03T00:01:55","slug":"12977","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=12977","title":{"rendered":"Storie del &#039;92"},"content":{"rendered":"<p>Oggi ho il piacere di pubblicare due storie autentiche e alquanto toccanti che ci fanno capire a cosa serve una moneta che pu\u00f2 oscillare liberamente e SENZA AGGANCI e\/o VINCOLI ESTERNI con altre valute e che pu\u00f2 essere indirizzata ai fabbisogni REALI di una Nazione.<br \/>\nRingrazio Carlo Giorgetti e Roberto Calletti per il contributo fornito, rispondendo al mio invito pubblico, atto a raccontare la propria storia lavorativa del 1992, dopo l&#8217;uscita dell&#8217;Italia dallo SME (aggancio all&#8217;ECU).<\/p>\n<p>Carlo Giorgetti, artigiano tappezziere.<\/p>\n<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-<\/p>\n<p>INTRODUZIONE GENERALE<\/p>\n<p>Il settore manifatturiero italiano \u00e8 per lo piu\u2019 organizzato in distretti produttivi, la ragione per cui gli operatori commerciali si localizzavano in un cerchio ristretto di territorio \u00e8 abbastanza intuibile, si tratta di ragioni geografiche (vicinanza a fonti approvvigionamento materie prime, a corsi d\u2019acqua, a vie di comunicazione etc ) di tradizioni storiche ( citt\u00e0 dedite fin dal medioevo al commercio ed alla lavorazione dei tessuti o della carta\u2026.) di evoluzione in senso industriale del settore primario, (prodotti agricoli e allevamento, carni etc), non fa eccezione il settore delle calzature: le principali regioni storicamente ricche di aziende calzaturiere sono: Veneto, Marche; Toscana, ma anche Romagna, Puglia, Campania e Lombardia, cos\u00ec suddivise:<\/p>\n<p>regione&#8230;&#8230;&#8230;Citt\u00e0\/prov&#8230;&#8230;Fascia di prezzo<br \/>\nVeneto &#8230;&#8230;&#8230;Verona&#8230;&#8230;&#8230;.Medio basso<br \/>\n&#8220;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8230;&#8230;.Padova&#8230;&#8230;&#8230;.Alto<br \/>\n&#8220;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8230;&#8230;.Treviso&#8230;&#8230;&#8230;Medio- medio alto<br \/>\nMarche&#8230;&#8230;&#8230;.Fermo&#8230;&#8230;&#8230;..Medio<br \/>\n&#8220;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8230;&#8230;.Ascoli&#8230;&#8230;&#8230;.Medio medio alto<br \/>\nToscana&#8230;&#8230;&#8230;Firenze&#8230;&#8230;&#8230;Medio alto<br \/>\n&#8220;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8230;..Pisa&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;Medio- medio basso<br \/>\n&#8220;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8230;..Lucca&#8230;&#8230;&#8230;..Basso medio-basso<br \/>\nRomagna&#8230;&#8230;&#8230;Rimini\/forl\u00ec&#8230;.Alto<br \/>\nPuglia&#8230;&#8230;&#8230;.Bari&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;Basso<br \/>\n&#8220;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8230;..Lecce&#8230;&#8230;&#8230;..Medio<br \/>\nCampania&#8230;&#8230;..Napoli&#8230;&#8230;&#8230;.Medio<br \/>\nLombardia&#8230;&#8230;.Vigevano&#8230;&#8230;..Alto<br \/>\n&#8220;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8221;&#8230;Brescia&#8230;&#8230;&#8230;Basso medio-basso<\/p>\n<p>La citt\u00e0 di Lucca dove io risiedo basava la sua economia essenzialmente su tessile, calzature e cartario, all\u2019interno, e nautica e turismo sulla costa.<br \/>\nLe prime fabbriche di calzature sorsero subito dopo la guerra, mentre la maggior parte della popolazione era dedita all&#8217;agricoltura, e come materia prima veniva usato il legno, abbondante, e il pellame proveniente dal vicino distretto di Santa Croce sull\u2019Arno, si producevano cos\u00ec sandali e zoccoli per il mercato nazionale, poi, pian piano, alcune aziende si ingrandirono e passarono a produrre anche scarpe ma il \u201ccore business\u201d rimanevano sempre gli zoccoli ed i sandali per l\u2019estate, e negli anni 50 i clienti dagli USA sbarcarono in massa in Italia ed anche a Lucca, anche in ragione del fatto che Firenze era il centro mercantile per eccellenza, dove le compagnie americane basarono i loro Headquarters.<br \/>\nNacque la figura del Buyer (intermediario) fra i grandi magazzini, gli importatori americani e le realt\u00e0 produttive italiane.<br \/>\nIn parallelo si sviluppava anche il mercato continentale europeo dove per\u00f2 la grande distribuzione era in fase nascente e non gi\u00e0 cos\u00ec organizzata come in USA: per realizzare grandi numeri non si poteva prescindere dal mercato americano che comunque non faceva certo mancare ordinativi.<\/p>\n<p>Ecco quindi il proliferare fra la fine degli anni &#8217;50 e tutto il &#8217;60 di migliaia di piccole e piccolissime aziende a carattere familiare, non di rado trasformatisi poi in medie aziende: un periodo florido in cui si formavano competenze tecniche ancora non superabili a livello mondiale<br \/>\nIl relativo basso costo del lavoro, accompagnato da regole fiscali e contributive approssimative, unitamente alle oggettive capacit\u00e0 di intraprendere della popolazione, (tecnica fantasia creativit\u00e0, infaticabilit\u00e0) produssero il miracolo economico che tutti sappiamo.<br \/>\nLe campagne si urbanizzarono, molto spesso anche esponenti dei ceti bassi riuscivano a costruirsi la casetta, i figli cominciavano a studiare, gli imprenditori guadagnavano ed investivano nei macchinari e nei capannoni o (in avanzo) nelle seconde terze o quarte case.<br \/>\nNon mancarono periodi un po\u2019 pi\u00f9 bui ma sempre legati a shock esterni: crisi petrolifera e relativa inflazione, rivendicazioni salariali troppo concentrate, e concorrenza internazionale sui prezzi (Spagna e Portogallo , Grecia, Brasile e poi, maggiormente, la Cina Nazionalista \u2013Formosa ); ma nonostante ci\u00f2, fino a tutti i &#8217;70 le cose procedettero egregiamente.<\/p>\n<p>Esperienza personale<\/p>\n<p>Nel 1978 arrivo io, diplomato in ragioneria col massimo dei voti, iscritto all\u2019universit\u00e0 di Pisa alla facolt\u00e0 di Scienze Politiche ma gi\u00e0 con l\u2019aziendina paterna pronta per l\u2019uso: ben presto l\u2019universit\u00e0 diviene solo un rimpianto.<br \/>\nL\u2019azienda contava una cinquantina di operai e 6 impiegati (compreso il reparto progettazione) ed in piu\u2019 faceva gi\u00e0 ricorso a terzisti esterni.<\/p>\n<p>Dopo due o tre anni di apprendimento dei fondamentali amministrativi comincio seriamente ad occuparmi di produzione e commerciale, essendo una ditta basata sull&#8217;export al 100% era fondamentale per noi l\u2019andamento delle valute, ed, infatti, negli anni 80, vivemmo un buon periodo verso gli USA perch\u00e9 grazie alle politiche fiscali e monetarie di Reagan il dollaro si tenne sempre abbastanza alto permettendoci di mantenere stabile il livello di vendite; nel contempo essendo entrati nello SME gi\u00e0 dal 1979 avevamo una parziale stabilit\u00e0 di cambio con Francia, Germania e UK. Perdemmo un po&#8217; di competitivit\u00e0 verso quest&#8217;ultimi Paesi dato che avevamo tassi di inflazione e di interesse pi\u00f9 alti ma, rimanendo alta la domanda dagli USA, ne sentimmo poco gli effetti.<\/p>\n<p>Chiaro, negli anni 80 la concorrenza era aumentata e produrre non era pi\u00f9 cos\u00ec facile come negli anni del boom, comunque la barca andava e ben pochi andavano a fondo.<br \/>\nPoi verso la fine degli anni 80, a causa dell&#8217;allineamento della Lira allo SME credibile, avvenuto nel 1987, cominci\u00f2 a sentirsi forte il peso dell\u2019inflazione accumulata che non poteva pi\u00f9 essere scaricata sul cambio, e a causa anche della &#8220;Scala mobile&#8221; il costo del lavoro era divenuto in Italia troppo alto rispetto alla concorrenza internazionale<br \/>\nGrazie alle leggi liberiste volute dalla grande industria il mercato europeo si allargava sempre di pi\u00f9 verso altri produttori extracontinentali: urgeva cambiare qualcosa nella filiera produttiva o nella commercializzazione.<br \/>\nFu cos\u00ec che alcuni (pochi)divennero importatori, cio\u00e8 dismisero il reparto produttivo e cominciarono ad importare il prodotto finito in Italia ed in Europa, si dotarono di un marchio e di una loro rete di vendita, la maggior parte delle imprese invece rimasero produttori puri per\u00f2 delocalizzando alcune fasi di lavorazione nei paesi a basso costo del lavoro, prima il Nord Africa poi nei 90 l\u2019Europa dell Est, incrementando anche un po\u2019 la qualit\u00e0 dei prodotti.<\/p>\n<p>Alcuni ritennero che queste mosse fossero dettate da ricerca di facili profitti, niente di piu\u2019 errato, si trattava invece di necessit\u00e0 indotte dall\u2019impossibilit\u00e0 di sostenere la competizione internazionale che si faceva sempre piu\u2019 forte: il Brasile, la Cina Popolare e Taiwan ci sorpassarono nelle quantit\u00e0 prodotte, da notare per\u00f2 che l\u2019occupazione nel settore non ne risent\u00ec all\u2019inizio piu\u2019 di tanto poich\u00e8 i benefici apportati al listino da una parziale delocalizzazione di alcune lavorazioni permisero poi anche di riconquistare quote di mercato perse negli anni precedenti o di produrre articoli che diversamente non era piu\u2019 possibile fare da diversi anni.<br \/>\nNon fu lo stesso per\u00f2 un processo facile, infatti produrre a 3000 km di distanza non \u00e8 la stessa cosa di farlo sotto casa, come si pu\u00f2 facilmente immaginare, e oltre alle maestranze inesperte c\u2019\u00e8 anche da considerare il notevole investimento in nuovi macchinari e impianti ed il tempo che vi deve dedicare l\u2019imprenditore sottraendolo alla attivit\u00e0 classica.<\/p>\n<p>Con il senno di poi la scelta giusta, economicamente parlando, la fecero coloro che puntarono sulla piena dismissione della produzione, gettarono le basi gi\u00e0 allora di un sistema mercantile che sfruttava il basso costo di lavoro dei Paesi in via di sviluppo e la loro prospettiva di crescita finanziata dalla grande distribuzione internazionale sia americana che europea.<br \/>\nE\u2019 chiaro che alla base di scelte diverse c\u2019era anche l\u2019attaccamento al proprio territorio ed alle maestranze da parte dell\u2019imprenditore oltre che le dimensioni familiari della maggior parte delle aziende: in pochi si avventurarono in quella che poi sarebbe stata la mossa vincente.<br \/>\nIn quel periodo l&#8217;associazione di categoria &#8220;ANCI&#8221; prov\u00f2 in tutte le maniere a portare a Bruxelles le istanze dei produttori italiani, propose quote e dazi per proteggere l\u2019industria nazionale e l\u2019occupazione nel settore ma, ottenne sempre e solamente rifiuti, in nome del libero mercato e della concorrenza internazionale che doveva stimolare le aziende ad essere pi\u00f9 competitive e ad adeguarsi al mutare delle condizioni sociali dei paesi etc etc. Praticamente la stessa solfa che poi si ripeter\u00e0 per tutti gli anni a venire e che riguarder\u00e0 tutto il sistema produttivo italiano.<\/p>\n<p>Furono anche gli anni delle grandi privatizzazioni, dell\u2019inizio del saccheggio dell&#8217;apparato pubblico da parte dei ben noti poteri, ma allora questi fatti ci scivolavano addosso, come se non ci riguardassero, il benessere era ancora diffuso e il privato era recepito come \u201cmigliore\u201d rispetto alla gestione pubblica.<\/p>\n<p>GLI ANNI DELLA SVALUTAZIONE<\/p>\n<p>Si giunse quindi nel 92, alcune aziende avevano delocalizzato ed erano piu\u2019 competitive, il Brasile attraversava un brutto momento sul fronte valutario e politico, l\u2019apparato produttivo interno era fiacco ma tutto il sistema accessoristico funzionava in virt\u00f9 anche delle prime delocalizzazioni che, come detto, tenevano bene in vita il comparto, ed in questo contesto si inser\u00ec la svalutazione della lira e l\u2019uscita dallo SME.<\/p>\n<p>Fino a quel momento avevamo subito in pieno, vista la poca banda di oscillazione, il differenziale inflattivo con i paesi del Nord e, di conseguenza, molti clienti europei trovavano molto pi\u00f9 conveniente acquistare in Asia, in poco tempo per\u00f2 gli effetti del cambio si fecero sentire, e cominciarono ad arrivare ordini da Clienti della GDO europea che negli ultimi anni erano irraggiungibili, il combinato delocalizzo-svaluto produsse un forte aumento della domanda nell\u2019ordine anche del 100% annuale ed in quei 4 anni di moneta fluttuante le esportazioni salirono in tutta Italia fino al record storico della bilancia dei pagamenti (vedesi articoli sul corriere o sole24h dell&#8217;epoca), noi arrivammo a produrre nella stagione 95\/96 fino a 5 milioni di paia di calzature, di cui la stragrande maggioranza prodotte completamente in Italia dalla A alla Z, lasciando alle fabbriche all\u2019estero solo alcune fasi di ordini particolari, ma la filiera base era ancora quasi tutta italiana.<br \/>\nPer dare meglio l\u2019idea del personale occupato direttamente ed indirettamente si pu\u00f2 quantificare in circa 300persone a pieno regime necessarie per produrre un milione di paia di livello medio basso quindi raggiungemmo punte di 1500 persone coinvolte nel ciclo produttivo.<br \/>\nEcco, io ritengo che quegli anni produssero una ricchezza tale in Italia,specialmente nel nord-est, con cui il paese pot\u00e8 vivere di rendita per una decina di anni, sfortunatamente, e quindi non accorgersi in tempo del danno epocale che le avrebbe prodotto entrare nell\u2019eurozona.<\/p>\n<p>POI SI ENTRA IN EUROZONA<\/p>\n<p>Il vento comincia a a cambiare nell\u2019estate del 96, alcuni grandi gruppi americani annunciano l\u2019imminente chiusura dei loro uffici in Italia, che, di fatto, significava anche un calo drastico degli ordinativi, non so quanto possa aver influito su quelle decisioni ila rivalutazione della lira e le manovre politiche per far s\u00ec che anche l\u2018Italia entrasse nell\u2019euro, certamente alcune grosse compagnie americane nostre Clienti avevano lobbisti a Washington e possedevano i mezzi per prevedere le dinamiche finanziarie mondiali al meglio: in un anno perdemmo quasi il 50% della ns quota USA, risultato che poi si ripet\u00e8 nel 97\/98 vale a dire che nel 99 avevamo circa il 70% in meno di ordinativi USA rispetto al 96, e ricordo che nel 97 fu fissata la parit\u00e0 euro con le altre monete europee.<\/p>\n<p>Nel frattempo dovemmo sostituire le vendite perse in USA con quelle verso i paesi europei ma con l&#8217;aumento di valore della lira fummo costretti a puntare tutto sulla delocalizzazione, in particolare in est europa, ed a concentrarci su prodotti a pi\u00f9 alto valore aggiunto; facile a dirsi ma non a farsi, cio\u00e8 noi dovevamo produrre quasi tutto a 3000 km di distanza, con manodopera meno qualificata, fare prodotti di fascia pi\u00f9 alta, a clientela pi\u00f9 sofisticata e pronta al reclamo, quantit\u00e0 medie per ordine ridotte, riscossioni a lungo e sconti qualit\u00e0, mentre prima con il mercato USA facevamo un prodotto facile, tecnologico con poca manodopera, prodotto interamente sotto casa, fascia bassa con medie di ordini quantit\u00e0 molto alte per articolo, zero reclami e pagamenti veloci.<br \/>\nSi pu\u00f2 obiettare che dovevamo intuire prima che l\u2019andamento del mercato internazionale delle valute ci avrebbe portato ad una situazione tale e che quindi gi\u00e0 negli anni precedenti dovevamo predisporre delle contromisure.<br \/>\nVero, ci aspettavamo che l\u2019andamento fosse ciclico cio\u00e8 che dopo l\u2019effetto svalutazione ritornasse un periodo di vacche magre, ma l\u2019ondata congiunturale in negativo fu cos\u00ec forte che ci colse di sorpresa, cio\u00e8 era prevedibile un calo degli ordinativi ma non di quel livello, solo pi\u00f9 tardi ebbi l\u2019impressione che nel mondo si preparasse qualcosa di sconvolgente e che noi fossimo travolti da correnti negative di portata epocale, c&#8217;\u00e8 da dire che sicuramente i grandi importatori mondiali erano a conoscenza e pronti alla grande globalizzazione degli anni 2000 ed alla entrata della Cina nel Wto mentre noi dormivamo sugli allori e quando ci siamo risvegliati ci siamo accorti che eravamo soli, la politica non ci aiutava, l\u2019Europa era maligna, l\u2019America spostava il baricentro in Asia del tutto, ma non ci sembrava possibile che i nostri governanti fossero cos\u00ec idioti!! Non intuimmo in tempo che l\u2019italia stava per rinunciare alla propria sovranit\u00e0 economica a beneficio degli interessi finanziari e mercantilistici del nord europa e che i ns politici ne sarebbero stati i complici, si pensava che per quanto i ns governanti fossero incapaci o corrotti mai avrebbero permesso di smantellare un apparato industriale forte e produttivo come quello dei distretti e che il sistema avrebbe comunque prodotto un anticorpo atto a far s\u00ec che la ruota continuasse a girare come sempre aveva fatto dal dopoguerra in poi.<\/p>\n<p>Comunque c\u2019era la consapevolezza che in un clima cos\u00ec mutato si rendevano necessari grandi cambiamenti nelle strutture commerciali e produttive, servivano nuovi prodotti, maggiore qualit\u00e0, rete di vendita capillari, marchi di fabbrica, investimenti a largo raggio; dunque, ogni azienda affrontava una propria scommessa sul suo futuro dando fondo a tutte le risorse disponibili sia a livello finanziario che umano.<\/p>\n<p>Ebbene questa scommessa fu persa dalla maggioranza delle aziende della mia provincia, ed i motivi sono essenzialmente nell\u2019accelerazione esagerata che ci fu nelle dinamiche economiche, che prosegu\u00ec nei primi anni 2000, mitigata un po\u2019 da un tasso di cambio euro\/dollaro a ns favore fino al 2002 ma che prosegu\u00ec inesorabile fino al tracollo finanziario del triennio 2008\/2011 dove il credit crunch dette la botta finale all\u2019economia della zona.<\/p>\n<p>Sono certo che se fra il 2000 ed il 2005 l\u2019Italia avesse potuto riequilibrare la moneta anche solo di un 20% e non avesse dovuto aderire alle folli regole di Basilea 2 sul credito, larga parte del ns apparato industriale locale come quello nazionale sarebbe ancora in vita, invece il credito al consumo ed i bassi interessi sui mutui favorirono solo l\u2019edilizia e le importazioni creando quella bolla di debito privato che poi deflagrer\u00e0 dopo il caso Lehman.<\/p>\n<p>RIEPILOGO FINALE<\/p>\n<p>Riepilogando dal 92 al \/99 il ns fatturato ebbe + o &#8211; il seguente andamento:<\/p>\n<p>Mercato USA Europa + UK totale<\/p>\n<p>1992 7 mld 3mld 10 mild<br \/>\n1993 10mld 10 mld 20 mild<br \/>\n1994 25mld 20mld 45 mild<br \/>\n1995 25mld 25mld 50mld<br \/>\n1996 25mld 30mld 55 mild<br \/>\n1997 15mld 30mld 45 mild<br \/>\n1998 10mld 30mld 40 mild<br \/>\n1999 7mld 28mld 35 mild<\/p>\n<p>Ma mentre nel 1992 il fatturato era prodotto al 95% con lavoro italiano, e tale percentuale si mantenne su quei livelli fino al 95\/96 , poi nel 1999 la nostra produzione usci\u2019 per un buon 75% da stabilimenti esteri, con le conseguenti perdite di molti posti di lavoro in Italia a beneficio di quelli nei paesi dell\u2019Est europa, nel ns caso Slovacchia e Albania.<br \/>\nGli anni successivi videro il progressivo ridursi del numero delle aziende con tanti fallimenti, dismissioni, continue delocalizzazioni come ho gi\u00e0 in parte descritto prima, fino ad oggi dove il settore conter\u00e0 si e no su il 20% (non ho i dati della cccia e vado a naso) delle aziende attive in provincia negli anni 90.<\/p>\n<p>Roberto Caletti, imprenditore<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Oggi ho il piacere di pubblicare due storie autentiche e alquanto toccanti che ci fanno capire a cosa serve una moneta che pu\u00f2 oscillare liberamente e SENZA AGGANCI e\/o VINCOLI ESTERNI con altre valute e che pu\u00f2 essere indirizzata ai fabbisogni REALI di una Nazione. Ringrazio Carlo Giorgetti e Roberto Calletti per il contributo fornito, rispondendo al mio invito pubblico, atto a raccontare la propria storia lavorativa del 1992, dopo l&#8217;uscita dell&#8217;Italia dallo SME (aggancio&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":45,"featured_media":0,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":false,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[2100,2,6],"tags":[],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/s7ZaJ4-12977","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/12977"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/45"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=12977"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/12977\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=12977"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=12977"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=12977"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}