{"id":1314,"date":"2010-03-02T21:45:50","date_gmt":"2010-03-02T20:45:50","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=1314"},"modified":"2010-03-02T21:45:50","modified_gmt":"2010-03-02T20:45:50","slug":"un-italia-senza-cuore","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=1314","title":{"rendered":"Un&#039;Italia senza &#034;cuore&#034;?"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">Iniziamo, con questo di Franco Cardini,&nbsp;la pubblicazione di articoli relativi all&#39;Italia e al popolo italiano. Per ora trarremo gli articoli da internet ed&nbsp;&egrave; prevedibile che quest&#39;anno ne verranno pubblicati molti. Cercheremo anche tra gli articoli &quot;non recenti&quot; e alcuni li pubblicheremo. Accumuleremo materiale sul quale riflettere. Poi penseremo sul pensato &#8211; si tratter&agrave;, quindi,&nbsp;di un piccolo studio &#8211; e prenderemo posizione. Avevamo scritto, all&#39;inizio del cammino,&nbsp;che &quot;Soltanto una elite di italiani che formino un partito alternativo al partito unico delle due coalizioni (&egrave; questa la libert&agrave; politica; &egrave; questa la democrazia, altrimenti libert&agrave; politica e democrazia non sono nulla) potrebbero, forse, salvare la Repubblica. Intanto il tempo trascorre e la soluzione jugoslava alla crisi della Repubblica comincia a intravedersi all&#39;orizzonte, non certo come necessit&agrave; ma comunque come possibilit&agrave;&quot;. L&#39;Italia ha subito tali e tanti indebolimenti negli ultimi venti anni, che&nbsp;ora &egrave; fragile, molto fragile; una gravissima crisi economica potrebbe dare il colpo mortale. Le soluzioni federaliste avanzano; sono sostenute anche autorevolmente e con acutezza.&nbsp;Si deve comunque sapere che, storicamente, cos&igrave; come le sostituzioni di un solo stato a pi&ugrave; stati, anche le sostituzioni di pi&ugrave; stati a un solo stato sono&nbsp;avvenute&nbsp;tramite guerre. Guerre civili ma guerre; anzi,&nbsp;le pi&ugrave; cruente tra le guerre (SD&#39;A).<\/p>\n<p>di <strong>Franco Cardini<\/strong><\/p>\n<p>fonte <a href=\"http:\/\/www.francocardini.net\">francocardini<\/a><\/p>\n<p align=\"justify\" class=\"style8\">Ebbene, no. Le &ldquo;celebrazioni&rdquo; per il 150&deg; dell&rsquo;unit&agrave; d&rsquo;Italia non si annunziano affatto tranquille. Ed &egrave; bene che non lo siano. L&rsquo;evento non va &ldquo;celebrato&rdquo;: va meditato, ripensato, magari reinterpretato. E&rsquo; evidente che ci saranno, e sono gi&agrave; appostati, i soliti &ldquo;cecchini&rdquo; dell&rsquo;<em>historically correct<\/em>, pronti a sparare sui &ldquo;revisionisti&rdquo; di turno. Lo facciano pure. La storia o &egrave; revisione, cio&egrave; rivisitazione critica, o non &egrave; nulla. Va detto con chiarezza: qui non si tratta certo di offendere n&eacute; la memoria, n&eacute; la sensibilit&agrave; di nessuno. Solo che non si sente proprio il bisogno di tornare a vecchi rullar di tamburi: anche perch&eacute; i Tamburini Sardi non commuovono e tantomeno convincono pi&ugrave; nessuno. Si tratta di esaminare pacatamente come fu &ldquo;fatta l&rsquo;Italia&rdquo; e come avrebbe potuto esser fatta, dal momento che la convergenza tra il progetto militare e centralista sabaudo, di marca bonapartista (e difatti almeno fino al 1860 fu Napoleone III a sostenerlo), e quello centralista e anticlericale se non anticattolico di segno mazziniano-garibaldino dette luogo a un&rsquo;Italia &ldquo;unitaria&rdquo; che non rappresentava per nulla l&rsquo;esito della sua storia millenaria, ch&rsquo;&egrave; al contrario storia policentrica e particolaristica, quindi suscettibile semmai di un esito federalistico &ldquo;alla svizzera&rdquo; o &ldquo;alla tedesca&rdquo;, anzich&eacute; centralizzato &ldquo;alla francese&rdquo;. Ed era quanto veniva sostenuto da personaggi pur tanto diversi fra loro, quali un Rosmini, un Gioberti, un Cattaneo.<\/p>\n<p align=\"justify\" class=\"style8\">I governi centralistici e sabaudo-garibaldini, e pi&ugrave; tardi quelli dell&rsquo;Italietta crearono la &ldquo;questione meridionale&rdquo; e gli scompensi dell&rsquo;immigrazione interna&rdquo;, ma anche di quella esterna della quale non si curarono (ci pensarono semmai uomini di Chiesa, come il vescovo di Piacenza Scalabrini); gettarono il paese nella sconsiderata avventura coloniale abissina; repressero nel sangue le lotte operaie e affrontarono la questione sociale a colpi di &ldquo;tassa sul macinato&rdquo;, di &ldquo;leggi speciali&rdquo; e di protezione agli sfruttatori; risolsero con il sistema delle annessioni forzose e dei sequestri unilaterali il loro rapporto con la Santa Sede. Per quanto non sia certo il caso di sostenere che nella soluzione unitaria del Risorgimento era gi&agrave; in nuce, deterministicamente, il fascismo, va detto che le sue premesse erano gi&agrave; largamente presenti fin dagli esiti ultimi di un certo garibaldinismo, dal Crispi all&rsquo;Oriani; che esso non fu quindi per nulla la &ldquo;calata degli <em>hyksos<\/em>&rdquo; come sosteneva il Croce, che ne era obiettivamente per alcuni versi egli stesso un precursore; e che se non altro il fascismo ebbe il merito obiettivo di fondare definitivamente nel nostro paese lo stato sociale, dopo qualche timido tentativo giolittiano.<\/p>\n<p align=\"justify\" class=\"style8\">Ma, su tutto ci&ograve;, abbiamo per fortuna gi&agrave; cominciato a litigare. Ed &egrave; giusto, equo e salutare che il primo ad essere attaccato sia proprio il breviario dei buoni e ipocriti sentimenti, il libercolo di propaganda unitaria, liberale, ipocrita e strappalacrime scritto per mettere a posto la coscienza d&rsquo;una borghesia egoista e retorica: <em>Cuore<\/em> di Edmondo De Amicis. Ora, in un denso saggio, Pino Boero e Giovanni Genovesi scoprono che non si trattava per nulla di un &ldquo;libro per scolari&rdquo;, bens&igrave; di un progetto utopico per la scuola d&rsquo;un&rsquo;Italia unita senza essere n&eacute; adatta, n&eacute; pronta a divenir tale. Non c&rsquo;&egrave; dubbio che la scuola primaria e la leva militare, entrambe obbligatorie, furono le due misure pi&ugrave; impegnative e pi&ugrave; efficaci del tentativo di &ldquo;fare gli italiani&rdquo;. Oggi riscontriamo che hanno tragicamente fallito entrambe: ma, date le premesse postrisorgimentali, non possiamo certo dire che fossero inopportune. Erano anzi necessarie: solo che erano insufficienti. A fare gli italiani mancarono anzitutto le premesse morali e culturali, che avrebbero richiesto una sollecita pacificazione con l&rsquo;unica forza davvero popolare e unificante delle genti d&rsquo;Italia (non della sua ridicola borghesia): la Chiesa cattolica. E manc&ograve; inoltre la giustizia sociale: manc&ograve; una seria riforma agraria in un paese ch&rsquo;era largamente contadino e proletario, manc&ograve; uno sviluppo imprenditoriale e industriale equamente distribuito (si prefer&igrave; rapinare il Sud per sviluppare il Nord), manc&ograve; una cultura della solidariet&agrave; nazionale in grado di disciplinare sul serio e secondo giustizia l&rsquo;immigrazione interna e di arginare se non impedire (e si poteva farlo) l&rsquo;emigrazione all&rsquo;estero. L&rsquo;Italietta fu un&rsquo;Ingrata Patria: tutto quel che seppe fare, cinquantacinque anni circa dopo l&rsquo;unit&agrave;, fu di mandare 600.000 suoi figli all&rsquo;infame e inutile macello del 1915-18. Ma nemmeno le trincee furono un crogiolo in grado di attuare la fusione del mai davvero nato popolo italiano. In quelle condizioni e con quelle premesse, nel &rsquo;19, ci aspettavano soltanto il comunismo o il fascismo. E cos&igrave; fu.<\/p>\n<p align=\"center\" class=\"style8\">* * *<\/p>\n<p align=\"justify\" class=\"style8\">Sul &ldquo;Corriere della Sera&rdquo;, Giorgio De Rienzo ha dato conto del saggio di Boerio e Genovesi dedicato al deamicisiano <em>Cuore<\/em> inquadrandolo nella restante ampia produzione del De Amicis, mentre Sergio Rizzo e Gianantonio Stella hanno indagato con finezza sul rapporto tra la vecchia scuola torinese deamicisiana, che accoglieva &ldquo;fraternamente&rdquo; (in teoria&hellip;) gl&rsquo;immigrati dall&rsquo;Italia meridionale nel nome del compiuto Risorgimento nazionale, e la scuola d&rsquo;oggi, piena di ragazzini &ldquo;non-italiani&rdquo; (il che vuol dire rumeni, albanesi, marocchini, cinesi&hellip;) che sono in molte classi la maggioranza ma che non vengono dai &ldquo;loro&rdquo; paese, anzi magari non li hanno mai visti, perch&eacute; sono nati in Italia. Questo &egrave; uno dei problemi nodali da affrontare oggi: bisogna di nuovo &ldquo;fare gli italiani&rdquo;. Il che vuol dire che bisogna &ldquo;fare degli italiani&rdquo; proprio da quei piccoli rumeni, albanesi, marocchini, cinesi. E&rsquo; poi cos&igrave; arduo, cos&igrave; ributtante? Certo, ci vorrebbe pi&ugrave; tempo: ma in fondo che cosa sono gli &ldquo;italiani&rdquo;, storicamente parlando, se non un <em>patchwork<\/em> di greci, di celti, di fenici, di etruschi, di illirici, di albanesi, di longobardi, di arabi, di berberi, di catalani?<\/p>\n<p align=\"justify\" class=\"style8\">Il fatto &egrave; che <em>Cuore<\/em> non era per nulla un libro per gli scolari: per loro, al massimo, c&rsquo;era il raccontino mensile, ch&rsquo;&egrave; quello che poi si &egrave; salvato. Cuore rappresentava in parte un sogno utopistico, in parte una proposta politica. Che alimentasse i desideri e le speranze di tanti e di tante uomini e donne di buona volont&agrave; &ndash; professionisti, educatori, militari, gente che aveva seriamente e sinceramente creduto nel &ldquo;liberi-non-sarem-se-non-siam-uni&rdquo; &ndash; &egrave; una fatto: insieme con i versi di Manzoni e la musica di Verdi, il progetto unitario italiano si &egrave; sostanziato senza dubbio di quei sogni e di quelle speranze, nei e nelle quali molti hanno creduto tanto generosamente da giocarcisi la vita. Ma non basta: <em>non poena sed causa facit martyrem<\/em>. Tutto ci&ograve; aveva il suo <em>dark side<\/em>: quei buoni sentimenti furono giocati cinicamente sul tavolo verde (il colore non &egrave; scelto a caso) della storia da una composita &eacute;lite d&rsquo;imprenditori e d&rsquo;affaristi d&rsquo;assalto, di borghesi piccoli piccoli in cerca di stipendi e di prebende, di giacobini in ritardo accecati da un astratto, utopistico, sacrilego e spesso perfino occultistico anticlericalismo che in molti casi era vero e proprio anticattolicesimo. L&rsquo;unit&agrave; d&rsquo;Italia non ha unito: ha diviso, ha lacerato, ha umiliato. Ha perseguitato preti come don Bosco e ha chiamato in blocco &ldquo;briganti&rdquo; della povera gente che non accettava di veder sommare alle antiche prepotenze subite delle violenze nuove, compiute (come dice quel personaggio di Tomasi di Lampedusa) &ldquo;perch&eacute; tutto deve cambiare se vogliamo che tutto resti uguale&rdquo;. Ha gettato in galera operai colpevoli solo di chiedere giustizia e ha obbligato centinaia di migliaia di delusi e di disperati a cercar un pezzo di pane e un briciolo di dignit&agrave; all&rsquo;estero, magari oltremare. Quindi, con la sua scuola, ha fatto di tutto per cancellare l&rsquo;autentica storia del paese preunitario e le vere tradizioni dei suoi popoli.<\/p>\n<p align=\"justify\" class=\"style8\">Quanto a <em>Cuore<\/em>, uggiosa descrizione di un&rsquo;Italietta che non c&rsquo;&egrave; mai stata (perch&eacute; i buoni borghesi non si scoprivano commossi la testa quando passava un martire del lavoro: ci guadagnavano sopra, e aveva ragione l&rsquo;infame Franti a sorridere), va tenuto presente che, come del <em>Decameron<\/em> alla fine la gente comune legge solo le novelle di Calandrino e di Andreuccio da Perugia, cos&igrave;i di <em>Cuore<\/em> finisce che si &ldquo;salvano&rdquo; (ma si fa per dire&hellip;) solo il Tamburino Sardo, la Piccola Vedetta Lombarda, Dagli Appennini alle Ande. Ma le storielle della guerra del &rsquo;48 o del &rsquo;59 e la tragedia dell&rsquo;emigrazione dell&rsquo;Ottocento dicono davvero qualcosa ai nostri ragazzini tutti antenne e messaggini, quelli che scrivono &ldquo;xche 6 = a me&rdquo;? Questi ragazzini hanno a casa qualcuno con cui parlare dei Tamburini e delle Vedette? Lo sanno che il Savoia non era un cantante di Sanremo? E a quegli altri ragazzini, o magari alle ragazzine che portano il velo e che inspiegabilmente durante il Ramadan non possono far merenda come gli altri, che cosa gli raccontiamo, della Bella Gigogin e delle Cinque Giornate di Milano?<\/p>\n<p align=\"justify\" class=\"style8\">Edmondo de Amicis fu un grande scrittore. Chi ha letto i suoi <em>reportages<\/em> di viaggio lo sa bene. Lasciamo perdere la <em>Vita militare<\/em>, sulla quale aveva ragione Antonio Gramsci. Ma, con <em>Cuore<\/em> che lo rese definitivamente famoso, gli fece fare un mucchio di soldi e gli permise anche di darne in beneficenza, egli aveva scritto un libro che metteva al servizio d&rsquo;un ceto dirigente interessato ad autoelogiarsi l&rsquo;utop&igrave;a di un paese adatto al massimo per divenire una federazione di piccoli e non ingloriosi stati regionali che pi&ugrave; o meno parlavano lo stesso idioma (che cos&rsquo;altro erano la Svizzera o, pi&ugrave; in grande, la Germania?) e che una banda di astratti teorici, di militari prepotenti e di furbi affaristi volle far diventare uno stato unitario alla francese per far piacere prima alla politica mediterranea di Napoleone III, quindi agli interessi marittimi e industriali inglesi e prussiani. <em>Cuore<\/em> fu funzionale a quel disegno, di cui Mussolini fu interprete unilaterale e avventuristico ma non incoerente (altro che <em>hyksos<\/em>!). E&rsquo; un progetto esaurito, se proprio non vogliamo per carit&agrave; di patria (&egrave; il caso di dirlo) dichiararne il fallimento. Affidiamolo alla storia: e chiediamoci, a centocinquant&rsquo;anni da quella falsa partenza, che cosa vogliamo fare della nostra Italia, dei nostri piccoli italiani che vengono dalla Romania, dall&rsquo;Albania, dal Marocco e dalla Cina cos&igrave; come migliaia o centinaia di anni fa venivano dalle isole ionie, dalle coste anatoliche, dalle steppe eurasiatiche, dai deserti africani. In fondo, se siamo davvero una &ldquo;nazione&rdquo; e se esserlo ha un senso, rispetto ai grandi modelli &ldquo;nazionali&rdquo; europei siamo una nazione giovane. L&rsquo;Italia ha appena centocinquant&rsquo;anni, Francia e Inghilterra ne hanno pi&ugrave; di cinquecento ciascuna. Se queste sono mature, essa &egrave; ancora un&rsquo;adolescente. Ha tutta la vita dinanzi per cambiare. Se ha sbagliato fino ad oggi, ha tutto il tempo per cambiar vita. L&rsquo;Inghilterra lo ha fatto nella seconda met&agrave; del Seicento, la Francia tra Sette e Ottocento. Perch&eacute; noi non potremmo farlo adesso?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Iniziamo, con questo di Franco Cardini,&nbsp;la pubblicazione di articoli relativi all&#39;Italia e al popolo italiano. Per ora trarremo gli articoli da internet ed&nbsp;&egrave; prevedibile che quest&#39;anno ne verranno pubblicati molti. Cercheremo anche tra gli articoli &quot;non recenti&quot; e alcuni li pubblicheremo. Accumuleremo materiale sul quale riflettere. Poi penseremo sul pensato &#8211; si tratter&agrave;, quindi,&nbsp;di un piccolo studio &#8211; e prenderemo posizione. 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