{"id":13347,"date":"2015-04-05T22:08:31","date_gmt":"2015-04-05T22:08:31","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=13347"},"modified":"2015-04-05T22:08:31","modified_gmt":"2015-04-05T22:08:31","slug":"questo-cambia-tutto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=13347","title":{"rendered":"Questo cambia tutto"},"content":{"rendered":"<p>La realt\u00e0 sociale e culturale del nostro tempo presenta una strana contraddizione: da una parte l&#8217;organizzazione capitalistica della societ\u00e0 mostra sempre pi\u00f9 chiaramente i suoi limiti, la sua incapacit\u00e0 di assicurare la riproduzione sociale in termini sostenibili nel tempo. Appare via via pi\u00f9 chiaro il fatto che il modo di produzione capitalistico, giunto alla fase attuale del suo sviluppo, non sa pi\u00f9 assicurare i livelli di benessere e i diritti che erano stati garantiti ai ceti subalterni dei paesi occidentali per tutta una fase storica, e che esso, per continuare a sopravvivere, ha avviato pericolosi processi di dissoluzione dei legami sociali e di sconvolgimento di delicati equilibri ecologici. Allo stesso tempo per\u00f2, e questo \u00e8 l&#8217;altro lato della contraddizione, questi evidenti indizi di inceppamento dei meccanismi autoriproduttivi dell&#8217;attuale organizzazione sociale non suscitano un movimento politico che abbia chiara l&#8217;esigenza di superamento del capitalismo e sappia articolare tale esigenza inserendosi nelle linee di scontro che le crescenti complicazioni sociali fanno sorgere. Per usare un linguaggio d&#8217;altri tempi, crescono le difficolt\u00e0 oggettive nella riproduzione del meccanismo sociale capitalistico, ma latitano le forze soggettive che dovrebbero iniziare la lunga e difficile lotta per una diversa organizzazione sociale.<br \/>\nUn piccolo esempio di questi problemi \u00e8 fornito, a mio avviso, dalla pubblicazione in Italia dell&#8217;ultimo libro della celebre giornalista canadese Naomi Klein [1] e da alcune delle reazioni che esso ha suscitato. Il libro \u00e8 interamente dedicato alla tematica del cambiamento climatico. La tesi fondamentale dell&#8217;autrice \u00e8 che l&#8217;attuale organizzazione sociale non \u00e8 ecologicamente sostenibile, e che, se vogliamo utilizzare davvero il poco tempo che ci resta per minimizzare gli sconvolgimenti causati dal cambiamento climatico ormai avviato, sono necessari mutamenti drastici nella societ\u00e0 e nell&#8217;economia, e in particolare \u00e8 necessario l&#8217;abbandono del modello socioeconomico neoliberista che \u00e8 stato dominante negli ultimi decenni.<!--more--><br \/>\nOra, qui ci\u00f2 che conta \u00e8 naturalmente il fatto che una tesi simile sia sostenuta da una giornalista brava, ma soprattutto conosciuta in tutto il mondo, come Naomi Klein. Un personaggio simile, voglio dire, non \u00e8 pi\u00f9 una semplice opinionista come tanti o tante: quello che dice contribuisce a formare le convinzioni di una parte significativa dell&#8217;opinione pubblica mondiale. E d&#8217;altra parte, quello che scrive Naomi Klein \u00e8 anche influenzato dalle evoluzioni dell&#8217;opinione pubblica. Basta leggere i ringraziamenti alla fine del libro (riempiono sette pagine, e pochissimi sono quelli strettamente privati) per capire che ci\u00f2 che scrive Naomi Klein \u00e8 la sintesi di elaborazioni, esperienze, lotte che vengono da tutto il mondo. Insomma, prese di posizione cos\u00ec nette da parte di un personaggio come Naomi Klein sono indice (insieme effetto e causa) di sommovimenti di grande importanza nella coscienza di settori non trascurabili dell&#8217;umanit\u00e0 contemporanea. Parti significative dell&#8217;opinione pubblica mondiale sono arrivate a convincersi che vi sia ormai una incompatibilit\u00e0 di fondo fra il capitalismo e il mantenimento di delicati equilibri ecologici, la distruzione dei quali pu\u00f2 portare ad una gravissima crisi di civilt\u00e0; e che, di fronte ad una situazione \u201ccapitalism vs. the climate\u201d (che \u00e8 il sottotitolo dell&#8217;edizione inglese), si tratti ormai di scegliere.<br \/>\nTutto questo \u00e8 chiarito, fra l&#8217;altro, dal capitolo del libro dedicato ai \u201cnegazionisti\u201d, cio\u00e8 alle varie correnti di opinione, forti soprattutto negli USA, che appunto intendono negare o le tesi sull&#8217;esistenza del cambiamento climatico oppure le tesi che attribuiscono il cambiamento all&#8217;attivit\u00e0 umana. Negli Stati Uniti tali correnti di opinione sono fortemente legate a vari settori del mondo conservatore. Il capitolo in questione \u00e8 intitolato \u201cLa destra ha ragione\u201d, e quello che Naomi Klein intende dire, con questo titolo, \u00e8 che la destra USA si oppone alle tesi sul cambiamento climatico perch\u00e9 avverte correttamente che esse portano a mettere in discussione i principi del capitalismo neoliberista, e ovviamente \u00e8 contraria a questo esito.<br \/>\nInsomma, la coscienza che le tesi sul cambiamento climatico portano a rivedere profondamente, e in senso anticapitalistico, l&#8217;attuale organizzazione sociale, sembra essere sempre pi\u00f9 diffusa nel mondo, in tutto l&#8217;arco delle opinioni politiche.<br \/>\nSe questo \u00e8 davvero il senso del libro, \u00e8 abbastanza chiaro quale dovrebbe essere, di fronte al movimento di coscienza di cui esso \u00e8 segnale, l&#8217;atteggiamento di una forza politico-sociale anticapitalistica, e degli intellettuali che, marxisti o no, fanno riferimento ad una prospettiva di pensiero critico nei confronti dell&#8217;attuale organizzazione economico-sociale. Chiunque abbia una intenzionalit\u00e0 anticapitalistica dovrebbe sforzarsi di dare la massima diffusione a queste tesi e dovrebbe cercare di interagire con il movimento di opinione di cui esse sono indice, per aiutarlo a crescere su tutti i piani: sul piano del rigore intellettuale, su quello della capacit\u00e0 di proposta politica, sul piano organizzativo. Mentre sarebbe ovviamente un segno di immaturit\u00e0 politica mettersi a fare i maestri di marxismo che sottolineano con la matita, non saprei se rossa o blu, gli eventuali \u201cerrori\u201d.<br \/>\nFaccio solo un esempio: da quanto scrive nel libro non \u00e8 del tutto chiaro se Naomi Klein ritenga necessario il superamento del capitalismo in quanto tale o piuttosto della forma \u201cneoliberista\u201d che esso ha assunto negli ultimi decenni. Si tratta di una questione un po&#8217; astratta, rispetto all&#8217;urgenza dei problemi, ma che non pu\u00f2 essere trascurata. La scarsa chiarezza su questo punto potrebbe essere uno di quegli aspetti di ingenuit\u00e0 teorica che spesso hanno i movimenti allo stato nascente. Sarebbe per\u00f2 una ingenuit\u00e0 ancora maggiore quella di un marxista che rifiutasse di interagire con queste tematiche per via di tali insufficienze teoriche. Il compito di una realt\u00e0 anticapitalistica seria sarebbe invece quello di discutere queste insufficienze, quando emergono, e soprattutto di mostrarne il collegamento con la realt\u00e0 concreta: di mostrare cio\u00e8 come il mantenere insufficienze e ambiguit\u00e0 teoriche sia alla fine di ostacolo all&#8217;attivit\u00e0 pratica.<br \/>\nQuanto fin qui detto non rappresenta, \u00e8 ovvio, nulla di particolarmente originale. L&#8217;intera tradizione politica dei partiti anticapitalisti, socialisti o comunisti, porta in questa direzione: di fronte all&#8217;emergere di una contraddizione nel meccanismo di riproduzione del capitale, si cerca di lavorare sulle linee di faglia che in tal modo si evidenziano per farne emergere le potenzialit\u00e0 anticapitalistiche. Rispetto alla realt\u00e0 descritta da Naomi Klein, questa impostazione porterebbe appunto a quanto dicevamo sopra: un movimento politico-sociale anticapitalistico dovrebbe mettere la questione del cambiamento climatico al centro della propria agenda e cercare rapporti costruttivi con tutte le realt\u00e0 (forze politiche, movimenti sociali, singoli intellettuali) che si stanno muovendo in questa direzione. Compresa naturalmente la stessa Naomi Klein.<br \/>\nMi sembra si possa constatare che non \u00e8 questo ci\u00f2 che sta avvenendo. Naomi Klein \u00e8 certo molto nota anche in Italia, il suo libro \u00e8 stato recensito, e ne sono pure state organizzate affollate presentazioni, con la partecipazione dell&#8217;autrice. Non intendo cio\u00e8 dire che essa venga ignorata. Quello che intendo dire \u00e8 che mi sembra sia mancata la spinta a inserire tale questione nell&#8217;agenda da parte delle poche frange anticapitalistiche residue. Mi \u00e8 capitato di leggere alcune recensioni piuttosto acide, da parte di intellettuali marxisti o comunque \u201ccritici\u201d[2], il cui contenuto era in sostanza il fatto che l&#8217;anticapitalismo di Naomi Klein non appare conforme ai canoni marxisti, oppure che essa non indica un programma concreto per un eventuale movimento politico: come se questo non fosse appunto il compito di tutti gli anticapitalisti, che essi non possono certo delegare ad una giornalista, per quanto brava!<br \/>\nQuesto tipo di reazioni inducono fortemente il sospetto che l&#8217;anticapitalismo delle poche frange rimaste sia un semplice principio identitario inabile al confronto con la realt\u00e0, espressione di realt\u00e0 incapaci di elaborare una autentica prospettiva politica e probabilmente, in fondo, anche scarsamente interessate ad una tale elaborazione.<br \/>\nLa situazione \u00e8 dunque questa: da una parte un movimento che si origina da una delle fondamentali contraddizioni del capitalismo contemporaneo, spesso senza avere chiara coscienza teorica della natura del capitalismo stesso; dall&#8217;altra realt\u00e0 anticapitalistiche che avrebbero gli strumenti intellettuali per interagire proficuamente con quel movimento, ma invece lo snobbano, arroccandosi in chiusure identitarie.<br \/>\n\u00c8 questa la situazione cui mi riferivo all&#8217;inizio, parlando del \u201clatitare del fattore soggettivo\u201d.<br \/>\nCredo che questo blocco del \u201cfattore soggettivo\u201d sia indice di un mutamento profondo nelle forme di coscienza del nostro tempo, rispetto a quelle prevalenti nel Novecento; e credo che questo mutamento sia la causa vera delle difficolt\u00e0 di costruzione di una seria forza politico-sociale di resistenza anticapitalista. Su questo dovremo tornare.<br \/>\n(Marino Badiale)<br \/>\n[1] N.Klein, Una rivoluzione ci salver\u00e0, Rizzoli 2015. La scelta del titolo italiano \u00e8 discutibile, il titolo originale This changes everything mi sembra molto pi\u00f9 efficace.<br \/>\n[2] Per esempio queste:<br \/>\nhttp:\/\/www.sinistrainrete.info\/articoli-brevi\/4692.html<br \/>\nhttp:\/\/www.sinistrainrete.info\/articoli-brevi\/4691.html<\/p>\n<p>Un intellettuale di spessore come Stefano Azzar\u00e0 riporta, nel suo blog sempre interessante, una recensione poco simpatetica col libro e liquida il libro stesso con una battuta:<br \/>\nhttp:\/\/materialismostorico.blogspot.it\/2015\/02\/la-rivoluzione-immaginaria-della-guru.html<\/p>\n<p>Questo post \u00e8 pubblicato anche sul blog di Badiale e Tringali: http:\/\/www.badiale-tringali.it\/2015\/04\/questo-cambia-tutto.html<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La realt\u00e0 sociale e culturale del nostro tempo presenta una strana contraddizione: da una parte l&#8217;organizzazione capitalistica della societ\u00e0 mostra sempre pi\u00f9 chiaramente i suoi limiti, la sua incapacit\u00e0 di assicurare la riproduzione sociale in termini sostenibili nel tempo. 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