{"id":13835,"date":"2015-06-29T03:28:46","date_gmt":"2015-06-29T03:28:46","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=13835"},"modified":"2015-06-29T03:28:46","modified_gmt":"2015-06-29T03:28:46","slug":"francesco-perfetti-mediterraneo-e-medio-oriente-nella-politica-estera-italiana","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=13835","title":{"rendered":"Francesco Perfetti: Mediterraneo e Medio Oriente nella politica estera italiana"},"content":{"rendered":"<p>Estratti da un articolo pubblicato nel 2011 sul n. 2 della rivista \u201cLa comunit\u00e0 internazionale\u201d. L&#8217;autore, allievo di Renzo De Felice, \u00e8 docente di storia contemporanea alla LUISS Guido Carli di Roma.<\/p>\n<p>L\u2019uscita di scena di De Gasperi, e quindi la fine della stagione del centrismo classico e l\u2019ingresso in un periodo di \u201ccentrismo instabile\u201d proiettato verso la ricerca di nuovi equilibri, non manc\u00f2 di riverberarsi sul dibattito riguardante il futuro e le scelte di politica estera. Di fatto nulla cambi\u00f2, dal momento che l\u2019Italia rimaneva saldamente ancorata sia agli Stati Uniti sia all\u2019Alleanza Atlantica sia, infine, all\u2019idea che l\u2019integrazione europea dovesse seguire il suo percorso di approfondimento. Tuttavia si registr\u00f2 una importante novit\u00e0 rappresentata, proprio, dall\u2019inserimento delle questioni di politica estera nelle discussioni che, attraverso stampa e convegni, si svolgevano tanto fra le principali forze politiche quanto, e soprattutto, tra le neonate correnti della Democrazia Cristiana.<\/p>\n<p>Dalla met\u00e0 degli anni \u201850 all\u2019inizio degli anni \u201860 \u2013 grazie, in particolare, all\u2019assestamento della posizione interna e internazionale del Paese e a causa, pure, delle \u00abstrettoie\u00bb che sembravano condizionare la politica atlantica \u2013 queste discussioni fecero emergere o, se si preferisce, riemergere la cosiddetta \u201copzione mediterranea\u201d per la politica estera italiana. Alla base del dibattito c\u2019era l\u2019affiorare, sul piano interno, di sollecitazioni e istanze di natura politica ed economica che sembravano in qualche misura essere sacrificate o contrastate dalle scelte governative interne e, parimenti, dalla linea di politica estera filoatlantista e filooccidentale dell\u2019Italia.<\/p>\n<p>In questo contesto matur\u00f2 una sorta di \u201cimpazienza\u201d di taluni ceti emergenti dell\u2019Italia del dopoguerra che auspicavano una politica estera di maggiore respiro e con pi\u00f9 ampi margini di autonomia. Personalit\u00e0 del mondo politico ed economico incarnarono una tale volont\u00e0 di cambiamento: Enrico Mattei, per esempio, dal 1953 alla guida dell\u2019ENI, con la sua politica energetica o, ancora, Giovanni Gronchi il quale, durante la sua permanenza al Quirinale, cerc\u00f2 di svincolarsi dagli schemi classici della politica estera del governo fino al punto di innescare un vero e proprio scontro istituzionale e da allarmare gli alleati occidentali.<\/p>\n<p>In sostanza \u2013 mentre, a livello internazionale, cominciava a manifestarsi e prendere corpo un nuovo clima, per certi versi \u201cdistensivo\u201d, del quale erano sintomi significativi, fra gli altri, la Conferenza di Ginevra del 1955, la fine dell\u2019occupazione quadripartita dell\u2019Austria, la firma del Trattato di pace austriaco, l\u2019ammissione dell\u2019Italia all\u2019ONU \u2013 finirono per scontrarsi, come si \u00e8 detto, i sostenitori di una linea fortemente atlantica ed europeista e quanti ritenevano necessario cercare strade che consentissero all\u2019Italia di avere una maggiore libert\u00e0 d\u2019azione pur nel quadro di un saldo ancoraggio all\u2019Occidente. Agitato da quanti, a vario titolo, si proponevano di scardinare le rigidit\u00e0 della politica estera degasperiana, il disegno di una nuova politica mediterranea si rafforz\u00f2 all\u2019epoca della crisi di Suez del 1956.<\/p>\n<p>La politica mediterranea, per un verso, solleticava le suggestioni di quanti sognavano un ritorno della grande Italia in termini nazionali, ma, per un altro verso, fungeva da stimolo per quanti, soprattutto nel mondo socialista e nei partiti laici minori ma anche nella sinistra della DC, accarezzavano progetti terzaforzisti. Sconfitta, infatti, l\u2019ipotesi neutralista con la ratifica del Patto Atlantico, era in qualche modo sopravvissuta nel mondo politico italiano una corrente terzaforzista che, scomparso De Gasperi, ritenne di poter dare un impulso al ruolo internazionale dell\u2019Italia affiancando alle opzioni imposte dalla guerra fredda nuove direttrici di espansione sia politica che territoriale.<\/p>\n<p>Il cosiddetto \u201crevisionismo atlantico\u201d o \u201cneoatlantismo\u201d (per usare la celebre espressione coniata da Giuseppe Pella nel 1957) ne fu di fatto l\u2019espressione, non solo come strumento utilizzato da \u00abuna parte consistente del mondo politico ed economico italiano\u00bb per tentare di \u00abmarcare una maggiore autonomia della nostra politica estera\u00bb ma anche come mezzo per \u00abtentare di recuperare, in qualche modo, quel ruolo di \u201cmedia potenza\u201d smarrito con la sconfitta nella seconda guerra mondiale\u00bb (Mammarella e Cacace). Si tratt\u00f2 di un fenomeno nel quale, com\u2019\u00e8 stato osservato, si mescolavano un \u00abpacifismo atlantico\u00bb e un \u00abnazionalismo mediterraneo\u00bb e che divenne una sorta di punto di coagulo di iniziative eterogenee le quali avevano in comune \u00abla ricerca, sovente velleitaria, di un\u2019azione originale nella condotta della politica estera\u00bb (Mammarella e Cacace).<\/p>\n<p>Principale interprete del \u201cneoatlantismo\u201d e di questa auspicata nuova politica mediterranea fu Giovanni Gronchi, il quale, nella prima parte del suo settennato al Quirinale, fece diverse discusse incursioni nel campo della politica estera, tra le quali \u00e8 rimasto celebre, per le polemiche che comport , il tentativo di inviare nel 1957 una lettera, poi bloccata dal ministro Gaetano Martino, all\u2019allora presidente americano Dwight D. Eisenhower, lettera con la quale auspicava un nuovo partenariato italo-statunitense per il Medio Oriente.<\/p>\n<p>Queste \u201caspirazioni mediterranee\u201d trassero ulteriore alimento dagli indiscutibili successi economici registrati da alcune imprese italiane. Dalla fine degli anni \u201850, per esempio, l\u2019ENI concluse importanti accordi economico-commerciali con la Libia, la Tunisia, l\u2019Egitto. Si trattava di accordi che, prevedendo la cessione del 75% dei profitti al Paese dove si effettuavano le ricerche, si rivelarono assai favorevoli per questi Stati, dal momento che si offriva loro la possibilit\u00e0 di svincolarsi dalla morsa delle principali compagnie occidentali, la cui attivit\u00e0 era sempre pi\u00f9 spesso vista come uno sfruttamento. A tutto ci  si aggiungevano le suggestioni religiose e culturali di Giorgio La Pira, cui si dovette il ripensamento del Mediterraneo come spazio di confronto tra le principali religioni monoteiste.<\/p>\n<p>All\u2019attivismo della diplomazia economica e culturale si accompagnarono numerose iniziative politiche e diplomatiche in senso proprio. Gi\u00e0 nel 1960 si ebbe la prima visita ufficiale in Marocco di Segni e Fanfani: un evento di rilievo per i risultati concreti che ne derivarono (come l\u2019Accordo sulla pesca nel Canale di Sicilia), ma anche per l\u2019avvio ufficiale, da parte italiana, di una \u201cpolitica della comprensione\u201d verso i Paesi di nuova indipendenza destinata ad assumere sempre maggiore importanza. Le aperture nei confronti dei Paesi mediterranei e del mondo arabo rispondevano, s\u00ec, alla volont\u00e0 di far guadagnare spazi operativi all\u2019Italia, magari sottraendoli alla Francia, ma anche all\u2019aspirazione della leadership democristiana di testare, sul terreno della politica internazionale, la possibilit\u00e0 di una convergenza con i socialisti. E, non a caso, uno dei principali punti di incontro tra democristiani e socialisti riguard\u00f2 le modalit\u00e0 di approccio al processo di decolonizzazione.<\/p>\n<p>Con la formazione del primo governo organico di centrosinistra, presieduto da Aldo Moro, nel dicembre del 1963, anche la politica estera italiana sembr\u00f2 giunta al giro di boa. Sebbene con sguardo retrospettivo si possa concludere come di fatto ben poco fosse in realt\u00e0 cambiato, il centrosinistra venne percepito come un momento di svolta anche per la collocazione internazionale del Paese. Fedele alla scelta euro-atlantica, l\u2019Italia dei primi anni Sessanta sembr\u00f2 aspirare a un ruolo pi\u00f9 attivo sullo scacchiere internazionale, immaginandosi come ponte sia tra Est e Ovest sia tra Nord e Sud del mondo. Proprio lungo questa seconda direttrice si colloc\u00f2 la politica mediterranea e mediorientale che Fanfani e Moro perseguirono con vigore maggiore rispetto ai loro predecessori.<\/p>\n<p>Al crescente attivismo nella questione israelo-palestinese, la diplomazia italiana affianc\u00f2 un non minore dinamismo nel pi\u00f9 vasto contesto mediterraneo e mediorientale. A partire dal 1970 cominci\u00f2  a delinearsi una cauta azione diplomatica volta a creare un raccordo tra la sponda Sud del Mediterraneo e i Paesi del Medio Oriente, da un lato, e l\u2019Europa comunitaria, dall\u2019altro lato: le visite di Moro in Marocco, Turchia, Egitto e Tunisia e l\u2019incontro a Roma con Abba Eban si collocarono proprio in tale cornice. E allo stesso schema \u00e8, pure, riconducibile il riconoscimento del nuovo regime libico effettuato dall\u2019Italia, prima fra gli altri Paesi, dopo il colpo di stato che port\u00f2 Gheddafi al potere.<\/p>\n<p>Contestualmente all\u2019azione mediterranea, Moro sollecit\u00f2 una politica attiva nei confronti dell\u2019area mediorientale propriamente detta avviando, in sintonia col nuovo orientamento filo-arabo del suo partito, iniziative di cooperazione con i principali Paesi dell\u2019area \u2013 Egitto, Iraq, Algeria, Arabia Saudita \u2013 ma cercando, al tempo stesso, di mantenere i buoni rapporti con Israele. Il suo fu uno sforzo teso a bilanciare forze contrastanti: uno sforzo che lo spinse a ribadire la centralit\u00e0 delle Nazioni Unite, affiancate dall\u2019Europa comunitaria, per la gestione, la pacificazione e lo sviluppo dell\u2019area. In linea con tali direttrici di marcia, egli continu\u00f2 a tessere una sottile trama diplomatica per organizzare, fra l\u2019altro, una conferenza per il Mediterraneo la cui proposta venne formalizzata al Consiglio Atlantico di Bonn del 30-31 maggio 1972. In quella sede l\u2019Italia fece presente la necessit\u00e0 di dare vita a un incontro, sul modello della CSCE, in grado di collegare in un quadro unitario i problemi di sicurezza dell\u2019Europa centrale e quelli del Mediterraneo. Dietro tale iniziativa c\u2019era la convinzione o la speranza che, oltre ad accrescere il suo livello di integrazione nei due contesti regionali, l\u2019Italia sarebbe potuta assurgere a potenza di collegamento tra i due mondi assumendo cos\u00ec un \u201cpeso determinante\u201d.<\/p>\n<p>La guerra dello Yom Kippur port\u00f2 a un approfondimento dei rapporti con gli arabi. La diplomazia, ispirata da Moro, assunse in modo sempre meno velato le parti degli egiziani, e l\u2019Italia pose il problema dei territori occupati con la guerra dei Sei Giorni. Moro si fece promotore di iniziative, in qualche misura audaci, come le dichiarazioni a sostegno dei diritti dei palestinesi o il voto favorevole (insieme con la Francia) sulla partecipazione di Arafat al dibattito sulla Palestina alle Nazioni Unite o, ancora, l\u2019impegno per la Dichiarazione CEE sul Medio Oriente. Tali iniziative, oggetto di critiche tutt\u2019altro che velate da parte degli Stati Uniti, contribuirono a guadagnare all\u2019Italia la stima di buona parte del mondo arabo.<\/p>\n<p>Il rilancio della politica estera italiana nei confronti del mondo arabo prese avvio dalla seconda met\u00e0 degli anni \u201870, dapprima limitatamente alla sponda mediterranea poi gradualmente esteso all\u2019intera area mediorientale. Con l\u2019accordo tra Libia e FIAT l\u2019Italia si apr\u00ec alla penetrazione finanziaria da parte dei Paesi esportatori di petrolio, i quali, grazie alle decisioni del 1973, disponevano ormai di un surplus di capitali non collocabili nei loro Paesi per la mancanza di un sistema economico in grado di assorbirli. In questo quadro, maturarono iniziative per trasformare il Medio Oriente in un mercato per le esportazioni italiane ed ebbero luogo, a ci\u00f2 finalizzati, diversi incontri dei responsabili della politica economica e commerciale oltre che della politica estera italiane con i governanti dell\u2019area.<\/p>\n<p>Da un lato, si ebbero riscontri positivi sul piano economico, ma, da un altro lato, sul versante finanziario, se ne registrarono di pi\u00f9 modesti soprattutto per il tentativo di dirottare i petrodollari sulle piazze italiane. Risale a questo periodo un episodio rivelatore dell\u2019esistenza di forti limiti a una effettiva autonomia dell\u2019iniziativa italiana nella zona ed \u00e8 quello degli aerei G222, possibile oggetto di un accordo con la Libia, saltato per l\u2019opposizione degli Stati Uniti. Tuttavia, nonostante l\u2019esistenza di limiti oggettivi e nonostante incoerenze od oscillazioni nell\u2019azione politico-diplomatica, l\u2019Italia riusc\u00ec a conseguire risultati concreti, beneficiando di circostanze favorevoli come, per esempio, la firma degli Accordi di Camp David tra Egitto e Israele, che alleggerirono, per qualche tempo, il problema della scelta tra i campi contrapposti, arabo e israeliano.<\/p>\n<p>Il sia pur temporaneo appianamento di alcune tra le principali controversie esistenti, l\u2019atteggiamento moderato dell\u2019Amministrazione americana fecero s\u00ec che, a partire dai primi anni \u201880, l\u2019Italia riuscisse a riprendere e a sviluppare la propria iniziativa nell\u2019area mediorientale e mediterranea. La conduzione di una politica pi\u00f9 incisiva e qualitativamente valida venne agevolata dal rasserenarsi del quadro economico: la \u201cgrande paura\u201d della chiusura dei rubinetti petroliferi divent\u00f2 un lontano ricordo, le iniziative di collaborazione energetica dettero i primi frutti (il gasdotto transmediterraneo venne ultimato nel 1982), si profil\u00f2 un maggior grado di concorrenza tra produttori energetici. L\u2019Italia, inoltre, pot\u00e9 beneficiare di un ulteriore vantaggio derivante dalla sua sovraesposizione verso alcuni Paesi, soprattutto Libia e Algeria, e pot\u00e9 avviare un serrato dialogo con i Paesi arabi moderati, accompagnato da una presa di distanza dalla politica israeliana.<\/p>\n<p>In questo clima, la dichiarazione assunta dal Consiglio Europeo di Venezia sotto la presidenza italiana nel giugno 1983 \u2013 che ravvis\u00f2 la necessit\u00e0 di associare l\u2019OLP al negoziato di pace in quanto parte in causa \u2013 fu vista come un successo per l\u2019Italia, fu ben accolta in tutte le capitali del mondo arabo e le permise, inoltre, di assurgere a partner ideale degli Stati Uniti per la gestione e la pacificazione dell\u2019area, come fu poi dimostrato dalla partecipazione alla forza multinazionale inviata nel Sinai. Tale missione funse da prova generale del ben pi\u00f9 grande impegno preso di l\u00ec a poco: la partecipazione alla forza multinazionale di pace in Libano. Per la capacit\u00e0 di gestire situazioni difficili e di interagire con la popolazione civile, gli italiani si guadagnarono meritatamente la fama di essere i migliori soldati di pace.<\/p>\n<p>Con gli anni \u201880 l\u2019Italia cominci\u00f2 a confrontarsi con il fenomeno del terrorismo internazionale proveniente dall\u2019area mediorientale. Si trov\u00f2 a vivere a contatto diretto con esso. Il 7 ottobre 1985 avvenne il sequestro della Achille Lauro da parte di terroristi palestinesi, vicenda che port\u00f2 a una contrapposizione tra Italia e Stati Uniti sfociata nella crisi di Sigonella. Ma il terrorismo internazionale, al di l\u00e0 dei singoli episodi e delle loro ripercussioni immediate sulle scelte politico-diplomatiche, contribu\u00ec a modificare l\u2019immagine dell\u2019area mediterranea, presto divenuta centro di un vero e proprio \u201carco di instabilit\u00e0\u201d destinato a sopravvivere anche alla fine della guerra fredda.<\/p>\n<p>L\u2019Italia, in questo scenario, non riusc\u00ec a realizzare quel ruolo di grande mediatore tra Occidente e mondo mediterraneo e mediorientale cui aveva sempre puntato, ma \u2013 come ha osservato Luigi Vittorio Ferraris \u2013 caratterizz\u00f2 la propria azione con un notevole grado di autonomia e con attenzione alle questioni strategiche e di difesa. La decisione di partecipare alla prima missione UNIFIL in Libano e il crescente attivismo diplomatico per promuovere un\u2019azione della Comunit\u00e0 Europea in alcune questioni problematiche, come per l\u2019appunto il Libano ma anche la guerra Iran-Iraq, rappresentarono il segno di una rinnovata coscienza italiana del proprio ruolo.<\/p>\n<p>La politica mediterranea italiana degli anni Ottanta \u00e8 indissolubilmente legata alla figura di Bettino Craxi e a quella di Giulio Andreotti. Fu il leader socialista che ridefin\u00ec il ruolo dell\u2019Italia come \u201cpotenza regionale\u201d, in quanto tale dedicata a iniziative specifiche nei confronti dei Paesi del Mediterraneo, dei Balcani, del Medio Oriente e del Nord Africa. Gli anni Ottanta, invero, non portarono alla fine delle contraddizioni tra ortodossia atlantica e slanci filoarabi, come dimostr\u00f2 la rammentata crisi di Sigonella del 1986. Non mancarono, neppure, iniziative generose, anche se talora velleitarie, per affrontare la questione palestinese.<\/p>\n<p>L\u2019Italia si impegn\u00f2 per favorire un accordo tra israeliani e palestinesi, i cui rapporti erano gravemente degenerati (nel dicembre del 1987 scoppi  la grande intifada nei territori occupati) e cerc\u00f2 di sviluppare un\u2019azione intensa tanto sotto il profilo del dialogo con i principali attori dell\u2019area quanto sotto il profilo della ricerca e dell\u2019indicazione di proposte di pace alternative. E baster\u00e0, in proposito, ricordare l\u2019idea di una confederazione giordano-palestinese attraverso la quale garantire la sicurezza di Israele e una patria per i palestinesi. Anche se non ebbero l\u2019esito auspicato, queste iniziative mostrarono come, a differenza di quella dei decenni precedenti, la politica mediterranea e mediorientale dell\u2019Italia fosse caratterizzata da un elevato livello di autocoscienza del proprio ruolo.<\/p>\n<p>Proprio questa rinnovata autoconsapevolezza permise all\u2019Italia di affermarsi come un Paese rilevante nel contesto mediterraneo durante la transizione dalla guerra fredda al nuovo ordine mondiale. Nonostante i molti problemi posti dalla fine del confronto bipolare, essa mantenne le sue posizioni e riprese l\u2019iniziativa negli anni Novanta. La sua linea d\u2019azione politicodiplomatica si adatt  alle evoluzioni che caratterizzarono le relazioni internazionali e le dinamiche specifiche dell\u2019area. Da un punto di vista generale la fine del confronto bipolare accentu  l\u2019importanza complessiva di quell\u2019ampio settore geopolitico che \u00e8  il \u201cGreater Middle Est\u201d, concetto \u2013 introdotto per la prima volta nell\u2019Atto finale di Helsinki del 1975 e divenuto di moda all\u2019epoca dell\u2019Amministrazione di George W. Bush \u2013 indicativo della rinnovata importanza, tanto strategica quanto economica, attribuita dagli Stati Uniti all\u2019area.<\/p>\n<p>Fu soprattutto a partire dal 2001, quando l\u2019emergere dirompente della minaccia terroristica internazionale mut\u00f2 il quadro generale dei rapporti tra aree globali, che la politica estera italiana nei confronti del Mediterraneo e Medio Oriente si trov\u00f2 ad affrontare crescenti criticit\u00e0. I governi guidati da Silvio Berlusconi hanno bilanciato la tradizionale politica filoaraba degli anni precedenti alla guerra fredda con una politica di forte sostegno a Israele, dettata tanto dalla convergenza con l\u2019orientamento filo-israeliano dell\u2019Amministrazione americana quanto dalla sincera convinzione dell\u2019importanza del legame ideale e politico con Tel Aviv.<\/p>\n<p>Nell\u2019attuazione di questa politica i governi italiani del decennio appena trascorso hanno perseguito l\u2019obiettivo comune della lotta al terrorismo e all\u2019instabilit\u00e0 subordinando talora ad esso anche l\u2019immediato interesse nazionale: scegliendo di concentrare i suoi sforzi nell\u2019area del Medio Oriente l\u2019Italia ha infatti distolto risorse dalla sua politica mediterranea, pur essendo quest\u2019ultima potenzialmente pi\u00f9 rilevante per gli operatori economici nazionali e pi\u00f9 in generale per il Sistema Paese. Ma tutto ci  conferma che la proiezione verso il Mediterraneo e Medio Oriente rappresenta oramai una costante della politica estera italiana.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Estratti da un articolo pubblicato nel 2011 sul n. 2 della rivista \u201cLa comunit\u00e0 internazionale\u201d. L&#8217;autore, allievo di Renzo De Felice, \u00e8 docente di storia contemporanea alla LUISS Guido Carli di Roma. 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