{"id":1459,"date":"2010-04-11T15:16:15","date_gmt":"2010-04-11T14:16:15","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=1459"},"modified":"2010-04-11T15:16:15","modified_gmt":"2010-04-11T14:16:15","slug":"la-grecia-campanello-dallarme-per-leuropa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=1459","title":{"rendered":"La Grecia, campanello d&#039;allarme per l&#039;Europa"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">Presento un interessante articolo di Emiliano Brancaccio, il quale muovendo dal caso greco, indaga gli assetti organizzativi dell&#39;Unione Monetaria Europea nell&#39;attuale fase storica. La premessa &egrave; che i tassi di interesse sui titoli degli Stati europei riflettono in primo luogo i deficit dei conti esteri rispetto al PIL (a un maggior deficit corrisponde un&nbsp;maggior tasso di&nbsp;interessi) e soltanto in seconda battuta e in misura minore i debiti pubblici. Questo significa che se cominciano a divergere troppo i tassi di interesse sui titoli dei singoli Stati Europei, lo Stato che intenda pagare meno interessi sui titoli potrebbe trovarsi costretto a (o comunque volere) uscire dall&#39;euro e&nbsp;a svalutare. Pertanto, nota Brancaccio,&nbsp;gli attuali squilibri delle bilance commerciali di alcuni stati (sovente a vantaggio della Germania) sono &quot;il maggior pericolo&quot;&nbsp; per la tenuta dell&#39;Unione monetaria europea. Sia perch&eacute; qualche governo europeo potrebbe prendere autonomamente la decisione; sia perch&eacute; potrebbe trovarsi costretto a svalutare, eventualmente a causa della speculazione.&nbsp;La possibilit&agrave; &egrave; concreta perch&eacute; la Germania non sembra voler intervenire per evitare che qualche Stato esca dall&#39;Unione monetaria: i vantaggi per quello Stato, ci spiega Brancaccio, terminerebbero nel breve periodo; poi la Germania avrebbe altri vantaggi da sfruttare. La minaccia seria potrebbe aversi se uno o pi&ugrave; Stati a rischio, magari perch&eacute; necessitati, non soltanto decidessero di svalutare, bens&igrave; anche di limitare il grado di apertura internazionale dei loro mercati (SD&#39;A).&nbsp;<\/p>\n<p>Ecco l&#39;articolo<\/p>\n<p>di <strong>Emiliano Brancaccio<\/strong><\/p>\n<p>fonte <a href=\"http:\/\/www.economiaepolitica.it\">economiaepolitica<\/a><\/p>\n<p>In Grecia il governo trucca i bilanci, si d&agrave; alla finanza allegra, manda in pensione i lavoratori troppo presto e poi chiede aiuto all&rsquo;Europa quando i mercati finanziari lo sfiduciano. In estrema sintesi &egrave; questa l&rsquo;interpretazione della crisi finanziaria greca che in questi giorni va per la maggiore. Gli economisti Alesina e Perotti, tra gli altri, la sostengono apertamente (<em>Sole 24 Ore<\/em>, 27 marzo). Questa lettura fa indubbiamente parte del senso comune. Essa tuttavia non coglie alcuni problemi di fondo che riguardano non solo il caso della Grecia ma l&rsquo;intero assetto della Unione monetaria europea.<\/p>\n<p align=\"center\" class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt\">Le principali difficolt&agrave; in seno alla zona euro riguardano pi&ugrave; gli squilibri commerciali tra i paesi membri che l&rsquo;andamento dei conti pubblici di ogni singolo paese. La superiore capacit&agrave; dei capitali tedeschi di aggredire i mercati esteri &egrave; la causa principale di tali squilibri. In Germania l&rsquo;elevato grado di organizzazione e di centralizzazione dei capitali determina una rapida crescita del valore della produttivit&agrave; oraria del lavoro. A ci&ograve; si &egrave; aggiunta, soprattutto negli ultimi anni, una politica di forte contenimento dei salari e della spesa interna. Conseguenza di questi andamenti &egrave; una dinamica dei costi unitari e delle importazioni molto pi&ugrave; contenuta rispetto a quella che si registra in altri paesi europei. L&rsquo;economia tedesca risulta quindi sempre pi&ugrave; competitiva e riesce ad accumulare avanzi commerciali sistematici a fronte della strutturale tendenza al disavanzo estero in cui versano soprattutto Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Questi paesi vengono talvolta bollati con il poco diplomatico acronimo di &ldquo;pigs&rdquo;. Ci&ograve; che tuttavia sfugge a molte analisi &egrave; che i cosiddetti &ldquo;pigs&rdquo; sono accomunati dalla summenzionata tendenza ai disavanzi con l&rsquo;estero, mentre per quanto riguarda i rispettivi debiti pubblici si somigliano molto poco. Del resto le indagini empiriche mostrano che i differenziali tra i tassi d&rsquo;interesse sui titoli pubblici dei paesi europei sono correlati alla dinamica dei conti esteri in rapporto al Pil pi&ugrave; che all&rsquo;andamento dei conti pubblici<strong>[1]<\/strong>. A quanto pare, dunque, gli speculatori contemplano il rischio di un default dei bilanci statali solo in via secondaria, mentre tendono soprattutto a sbarazzarsi dei titoli sia pubblici che privati dei paesi afflitti da una tendenza alla stagnazione o al disavanzo estero, o addirittura da una miscela di entrambe. Il sospetto che sembra dunque muovere gli speculatori &egrave; che tali paesi possano prima o poi decidere di affrontare i loro problemi di competitivit&agrave; attraverso l&rsquo;abbandono dell&rsquo;euro e la svalutazione. In tal caso i titoli denominati nelle valute deprezzate perderebbero valore, ed &egrave; bene quindi venderli prima che ci&ograve; accada.<\/p>\n<p align=\"center\" class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt\">Gli squilibri commerciali rappresentano dunque il maggior pericolo per il futuro della moneta unica. L&rsquo;attuale assetto istituzionale dell&rsquo;Unione scarica tutto il peso del riequilibrio sui paesi in disavanzo con l&rsquo;estero, i quali vengono continuamente forzati a comprimere i salari e la spesa sociale. Gli stessi &ldquo;aiuti&rdquo; alla Grecia saranno vincolati all&rsquo;attuazione di tali politiche deflattive. Ma come abbiamo detto anche la Germania si caratterizza per una politica di schiacciamento delle retribuzioni e del welfare. I paesi in difficolt&agrave; commerciale sono quindi chiamati ad abbattere i salari e la spesa pubblica per compensare non solo la maggiore produttivit&agrave; delle imprese tedesche ma anche la stessa politica restrittiva della Germania. I dati ci dicono per&ograve; che in questo modo il problema cruciale dei divari competitivi tra i paesi membri non viene risolto ma viene solo rinviato. Tali divari inoltre sono ormai cos&igrave; accentuati che la tentazione per qualcuno di mandare tutto all&rsquo;aria e di sganciarsi dalla moneta unica potrebbe un giorno o l&rsquo;altro farsi irresistibile. E se anche non vi fosse una espressa decisione politica in tal senso, gli attacchi speculativi potrebbero a un certo punto moltiplicarsi fino a rendere inesorabili le svalutazioni. Il caso greco rappresenta in questo senso solo un primo campanello di allarme.<\/p>\n<p align=\"center\" class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt\">La zona euro &egrave; dunque attraversata da tendenze centrifughe poderose, che vengono oltretutto rafforzate dalla crisi. Per contrastarle bisognerebbe indurre le autorit&agrave; tedesche ad accettare l&rsquo;introduzione di un diverso criterio di riequilibrio commerciale, che si basi su una loro maggior disponibilit&agrave; a spendere e pi&ugrave; in generale su meccanismi di governo politico dell&rsquo;Unione che compensino la superiore capacit&agrave; dei capitali tedeschi di penetrare i mercati esteri. Tuttavia a Berlino non sembrano particolarmente scossi dalla eventualit&agrave; che alcuni paesi arrivino a sganciarsi dalla moneta unica. Ci&ograve; non deve meravigliare. Il governo tedesco sa bene che le svalutazioni altrui potrebbero ridurre in via solo temporanea i divari di competitivit&agrave; rispetto alla Germania. Inoltre, una volta esaurita la spinta competitiva delle svalutazioni, le imprese tedesche avrebbero l&rsquo;opportunit&agrave; di rastrellare ingenti capitali dal resto d&rsquo;Europa a prezzi di saldo. Una eventuale crisi dell&rsquo;unit&agrave; monetaria potrebbe quindi esser vista dai tedeschi come una normale fase di assestamento lungo l&rsquo;inesorabile percorso di egemonizzazione economico-politica dell&rsquo;Europa.<\/p>\n<p align=\"center\" class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt\">Sparire o farsi assorbire: &egrave; questo dunque il destino di tante imprese situate in Grecia, in Italia e nelle altre periferie del continente? Bisogna cio&egrave; rassegnarsi al fatto che la testa pensante del capitale europeo si concentrer&agrave; sempre di pi&ugrave; in Germania e che i &ldquo;pigs&rdquo; rimarranno popolati solo da masse inermi di azionisti di minoranza e di lavoratori a basso costo? Nella sostanza &egrave; esattamente questo il futuro che ci riserva l&rsquo;attuale assetto dell&rsquo;Unione monetaria europea. La crisi economica rende per&ograve; la situazione pi&ugrave; dolorosa sul piano economico e quindi forse pi&ugrave; accidentata sul terreno politico. Se una tangibile ripresa mondiale si facesse ancora attendere, i paesi deboli dell&rsquo;Unione potrebbero arrivare ad accarezzare l&rsquo;idea non soltanto di svalutare, ma anche di ridurre in modi pi&ugrave; o meno surrettizi il grado di apertura internazionale dei loro mercati. Impensabile appena pochi anni fa, una reazione del genere trova oggi pi&ugrave; di un riscontro tra gli stessi imprenditori &ldquo;periferici&rdquo; ed &egrave; forse l&rsquo;unica mossa che potrebbe suscitare qualche dubbio a Berlino sulla aggressiva politica mercantilista fino ad oggi perpetuata dalla Germania<strong>[2]<\/strong>. Sembra paradossale, ma il rilancio dell&rsquo;unit&agrave; europea potrebbe scaturire proprio da una minaccia neo-protezionista avanzata da qualcuno dei &ldquo;pigs&rdquo;.<\/p>\n<h6 align=\"center\" class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt\">&nbsp;&nbsp;<\/h6>\n<h6 align=\"center\" class=\"MsoNormal\" style=\"text-align: justify; line-height: normal; margin: 0cm 0cm 6pt\">[1]&nbsp;Per un test sulla relazione tra i differenziali fra i tassi d&rsquo;interesse su titoli italiani e tedeschi e gli andamenti dei conti esteri e dei conti pubblici di Italia e Germania, rinvio a Emiliano Brancaccio, &ldquo;Deficit commerciale, crisi di bilancio e politica deflazionista&rdquo;, Studi economici n. 96, 2008\/3.<br \/>\n\t[2] Sulle implicazioni della politica mercantilista della Germania si veda anche Sergio Cesaratto, &ldquo;Notes on Europe, German Mercantilism and the Current Crisis&rdquo;, contributo agli atti del convegno &ldquo;La crisi globale&rdquo; (Siena 2010; gli atti saranno pubblicati nei prossimi mesi da Routledge in un volume a cura di Emiliano Brancaccio e Giuseppe Fontana dal titolo The Global economic crisis. New perspectives on the critique of economic theory and policy; gli atti provvisori e i materiali audio in italiano sono gi&agrave; disponibili nella sezione &ldquo;atti&rdquo; del sito <a href=\"http:\/\/www.theglobalcrisis.info\/\" rel=\"nofollow\" target=\"_blank\"><font color=\"#ff7800\">www.theglobalcrisis.info\/<\/font><\/a>).&nbsp;<\/h6>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Presento un interessante articolo di Emiliano Brancaccio, il quale muovendo dal caso greco, indaga gli assetti organizzativi dell&#39;Unione Monetaria Europea nell&#39;attuale fase storica. La premessa &egrave; che i tassi di interesse sui titoli degli Stati europei riflettono in primo luogo i deficit dei conti esteri rispetto al PIL (a un maggior deficit corrisponde un&nbsp;maggior tasso di&nbsp;interessi) e soltanto in seconda battuta e in misura minore i debiti pubblici. 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