{"id":15072,"date":"2016-01-05T23:05:06","date_gmt":"2016-01-05T23:05:06","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=15072"},"modified":"2016-01-05T23:05:06","modified_gmt":"2016-01-05T23:05:06","slug":"quale-cultura-nella-decadenza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=15072","title":{"rendered":"Quale cultura nella decadenza"},"content":{"rendered":"<p>Questo articolo parte dalla convinzione che la nostra organizzazione economica e sociale, ormai estesa all&#8217;intero pianeta, sia entrata in una fase di decadenza di civilt\u00e0, analoga a quella del tardo impero romano. Un indizio di questo declino \u00e8 rappresentato dal convergere e dall&#8217;intrecciarsi di tre tipologie di crisi: la crisi economica dalla quale non sembra che si riesca ad uscire (tanto che alcuni autori mainstream parlano apertamente di \u201cstagnazione secolare\u201d), la crisi geopolitica dovuta al lento declino USA, la crisi ecologica della quale il cambiamento climatico \u00e8 per il momento l&#8217;evidenza pi\u00f9 forte. Non sono ovviamente in grado di fare previsioni sulla durata di questa fase di declino, n\u00e9 sulle forme culturali, sociali ed economiche che l&#8217;umanit\u00e0 si dar\u00e0 per superarla. \u00c8 per\u00f2 facile pronosticare che essa comporter\u00e0 sofferenze per grandi masse umane, e la perdita di valori civili e contenuti culturali. Temo che non sia possibile invertire questi sviluppi tendenziali. \u00c8 per\u00f2 possibile un&#8217;azione politica e culturale che abbrevi il decorso della transizione e ne riduca le sofferenze e i danni. Una tale azione sar\u00e0 opera di forze politiche e sociali che riescano, fra le altre cose, ad elaborare un discorso culturale che colga gli aspetti fondamentali dell&#8217;attuale situazione storica. In Italia un tale programma di \u201cdifesa civile\u201d dovr\u00e0 avere al proprio centro la Costituzione del 1948, quintessenza di quanto di meglio la storia recente del nostro paese abbia prodotto.<!--more--><br \/>\nOccorre per\u00f2 aver chiaro un punto: produrre un discorso culturale adeguato a questi problemi sar\u00e0 un compito difficilissimo, perch\u00e9 si tratter\u00e0 di andare del tutto controcorrente. Si tratter\u00e0 cio\u00e8 non solo di distaccarsi criticamente dalle forme pi\u00f9 evidenti di negazione della cultura e del pensiero, ma di criticare l&#8217;intera organizzazione della produzione culturale contemporanea, anche nei suoi aspetti \u201calti\u201d: si tratta cio\u00e8 di capire che buona parte degli attuali ceti intellettuali, e degli strati popolari \u201csemi-colti\u201d che ad essi fanno riferimento, non sono alleati in questa lotta, ma piuttosto avversari.<br \/>\n\u00c8 ovvio che un esame complessivo della cultura contemporanea non pu\u00f2 essere l&#8217;argomento di un breve articolo. Questo testo deve essere considerato un semplice schizzo, un promemoria dei nodi problematici che si trover\u00e0 ad affrontare una forza politica e sociale impegnata in quella \u201cdifesa civile\u201d alla quale abbiamo sopra accennato.<br \/>\nPer cominciare ad orizzontarsi in questi problemi, si pu\u00f2 intanto focalizzare, all&#8217;interno dell&#8217;attuale produzione culturale, due poli, rispetto ai quali tale produzione si dispone in uno spettro di posizioni intermedie: da una parte la cultura specializzata accademica, dall&#8217;altra le svariate forme della cultura di massa.<br \/>\nParlando di cultura specializzata accademica mi riferisco essenzialmente al mondo delle Universit\u00e0 e dei centri di ricerca. Questo tipo di produzione culturale ha ovviamente un ambito tematico vastissimo. Ma mi preme qui sottolineare come, al di l\u00e0 di questo, vi sia una fondamentale omogeneit\u00e0 legata all&#8217;organizzazione della produzione e della comunicazione di questo sapere, cos\u00ec come alle regole per l&#8217;ingresso e la carriera professionale. Si tratta di un mondo che qualche tempo fa ho definito in termini di \u201cspecializzazione parcellizzante\u201d. Il sapere accademico \u00e8 specializzato: esso infatti pu\u00f2 esistere solo se definisce in maniera rigorosa il proprio linguaggio, i propri oggetti, i propri problemi e le tecniche di soluzione ammissibili. In questo modo ciascun tipo di sapere accademico guadagna un ammirevole rigore scientifico ma rischia di perdere ogni connessione con gli altri saperi e con le domande che attraversano la realt\u00e0 umana. Per di pi\u00f9, il progresso di questo tipo di sapere si attua per successive ulteriori specializzazioni, per cui ogni ambito viene diviso in sotto-ambiti per ciascuno dei quali si elaborano linguaggi specializzati. Sarebbe troppo lungo indagare qui le ragioni ultime di questa dinamica, che dipendono da fattori sia interni sia esterni alla comunit\u00e0 accademica. In ogni caso, quale ne sia l&#8217;origine, questa dinamica genera un sapere che appare poco utile in ordine al compito di elaborare strategie di difesa civile rispetto all&#8217;incipiente crisi di civilt\u00e0. Infatti questo sapere in gran parte \u00e8 del tutto slegato da ogni domanda reale che provenga dalla societ\u00e0, anche se, essendo ideologia ufficiale che il sapere sia indispensabile alla crescita economica, le varie forme di sapere tendono a costruirsi delle giustificazioni ideologiche che rassicurino gli interlocutori, e soprattutto i finanziatori (pubblici o privati), della propria utilit\u00e0. Questa utilit\u00e0 in molti casi, come abbiamo accennato, \u00e8 scarsa o inesistente. Anche nei casi in cui, invece, \u00e8 effettiva, per i saperi specializzati si tratta sempre di ottenere soluzioni delimitate a problemi delimitati. Questo pu\u00f2 senz&#8217;altro essere utile, ma presenta due limiti essenziali: in primo luogo il sapere accademico non affronta il problema di fondo, quello della crisi di civilt\u00e0, perch\u00e9 la sua attitudine specialistico-parcellizzante non gli permette nemmeno di vederlo, di nominarlo. A quale disciplina specializzata compete la discussione sul tema se siamo oppure no all&#8217;inizio di una crisi globale di civilt\u00e0? In secondo luogo, il sapere specialistico accademico \u00e8 del tutto autoreferenziale, e non ha quindi nessuna istanza che funga da regolatore, da limite. Esso non ha nulla da dire sugli scopi dei suoi utilizzatori, ed \u00e8 quindi fungibile per qualsiasi scopo, anche il pi\u00f9 iniquo. Il complesso di queste caratteristiche fa s\u00ec che il sapere accademico, cos\u00ec come si presenta oggi, sia difficilmente utilizzabile per una lotta di difesa della civilt\u00e0.<br \/>\nVediamo ora l&#8217;altro estremo dello spettro, la cultura diffusa, popolare. Qui troviamo caratteristiche in qualche modo simmetricamente opposte a quelle che abbiamo individuato nella cultura accademica. Si tratta di forme di cultura nelle quali si agitano, spesso in forma scomposta, problemi veri, perch\u00e9 sono le forme espressive di coloro che da tali problemi vengono direttamente toccati. \u00c8 quindi assai probabile che da questo magma che \u00e8 oggi la cultura popolare nasceranno forme reattive nei confronti dei vari drammi che il declino di civilt\u00e0 porter\u00e0 con s\u00e9. Purtroppo queste forme di espressione culturale mancano completamente dei caratteri di rigore e razionalit\u00e0 che sono tipici del sapere accademico, per cui esse quasi sempre si riducono a \u201cespressione di passioni\u201d, nel senso in cui lo sono un grido o un sospiro. Tutto ci\u00f2 appare con evidenza in quel grande mondo parallelo che \u00e8 la Rete. In essa vi \u00e8 una continua produzione di scritti, di analisi, di discussioni sui pi\u00f9 svariati temi, ma si pu\u00f2 affermare che quasi mai da tutto questo agitarsi esce qualcosa che incida davvero sull&#8217;evoluzione culturale e politica. Questo perch\u00e9 i dibattiti nella Rete quasi sempre contravvengono alle pi\u00f9 elementari norme della razionalit\u00e0, come l&#8217;attenersi al tema in discussione e l&#8217;evitare gli attacchi personali. A questa mancanza di rigore, che \u00e8 tipica della cultura non accademica, la Rete aggiunge aspetti nuovi, come quell&#8217;autentica pestilenza che \u00e8 l&#8217;anonimato.<br \/>\nIn estrema sintesi, i due poli che abbiamo individuato all&#8217;inizio li possiamo caratterizzare come una produzione formalizzata di rigore privo di significato (il sapere accademico) e come l&#8217;espressione informe di significati privi di rigore (la cultura popolare). \u00c8 chiaro che nessuna di queste due forme di produzione culturale, cos\u00ec com&#8217;\u00e8, pu\u00f2 esserci d&#8217;aiuto. \u00c8 anche facile, a questo punto, trovare la formula che esprima ci\u00f2 di cui abbiamo bisogno: una forma di sapere che affronti il senso di un passaggio globale di civilt\u00e0 e lo faccia con rigore intellettuale.<br \/>\nNella tradizione del pensiero occidentale, l&#8217;attivit\u00e0 intellettuale qui delineata \u00e8 in sostanza ci\u00f2 che si \u00e8 chiamato \u201cfilosofia\u201d. Si potrebbe quindi dire che il passaggio di civilt\u00e0 che ci sta di fronte ha bisogno di un nuovo impegno nella riflessione filosofica. Occorre per\u00f2 sgombrare il campo da un equivoco. \u00c8 naturale infatti, nella situazione intellettuale odierna, pensare che la filosofia sia \u201cci\u00f2 che fanno i professori universitari di filosofia\u201d. Si tratta di un malinteso. Quella sezione del sapere accademico che risponde al nome di \u201cfilosofia\u201d (o a una delle sue sottosezioni) non \u00e8 in nulla diversa dagli altri settori del sapere accademico: anch&#8217;essa \u00e8 soggetta al meccanismo della specializzazione parcellizzante e ne condivide pregi e limiti. Non \u00e8 quindi dalla filosofia come sapere accademico che possiamo aspettarci un aiuto, ma piuttosto da una riflessione intellettuale indipendente che sappia mettere in luce i tesori di sapienza contenuti nella tradizione filosofica occidentale per mostrarne la potenza critica nei confronti della deriva distruttiva verso la quale si \u00e8 incamminata la nostra civilt\u00e0. Un altissimo esempio di questo tipo di riflessione \u00e8 testimoniato negli scritti di Massimo Bontempelli.<br \/>\nQuesto appello alla filosofia come forma di sapere pi\u00f9 adatta alla salvezza di valori di civilt\u00e0 non deve per\u00f2 essere inteso come un invito a rinchiudersi in casa a studiare filosofia lasciando perdere altri saperi. Al contrario, una nuova visione filosofica risulter\u00e0 solo come effetto della creazione di nuovi saperi che si sforzeranno di infrangere quella opposizione fra senso e rigore che abbiamo sopra delineato, e tali nuovi saperi sorgeranno solo in un gioco di interazioni reciproche con movimenti sociali e politici in cerca di una risposta alle sempre pi\u00f9 gravi crisi che dovremo fronteggiare.<br \/>\nNonostante tutti i dati contrari che abbiamo sopra elencato, abbiamo qualche motivo per non essere del tutto pessimisti sulla possibilit\u00e0 di un sapere capace di difendere la civilt\u00e0. Il fatto \u00e8 che abbiamo visto concretamente sorgere e svilupparsi saperi di questo tipo, in relazione a varie problematiche. Faccio solo due rapidi esempi:<br \/>\n1.La critica all&#8217;euro: in Italia abbiamo avuto negli ultimi anni un vivace sviluppo di voci critiche, che hanno saputo realizzare quella fusione fra rigore accademico e questioni politiche urgenti che \u00e8 essenziale per il tipo di azione culturale e politica che abbiamo indicato all&#8217;inizio. Un ruolo fondamentale, come \u00e8 noto, \u00e8 stato svolto da Alberto Bagnai, col suo blog \u201cGoofynomics\u201d e coi suoi libri. Molti altri, singoli e associazioni, hanno contribuito a diffondere idee e argomentazioni, e fra essi ARS. Questo esempio mostra anche come un uso razionale della Rete, per quanto raro e difficile, non sia impossibile.<br \/>\n2.Il problema del cambiamento climatico: qui il ruolo fondamentale \u00e8 stato svolto dall&#8217;IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change, che ha saputo a poco a poco spostare l&#8217;opinione pubblica mondiale su posizioni via via pi\u00f9 avanzate. Credo che l&#8217;idea fondamentale, che forse pu\u00f2 essere imitata in altri contesti, sia quella per la quale l&#8217;IPCC non fa ricerche autonome, ma \u201csemplicemente\u201d fornisce un sunto ragionato di tutto quanto viene prodotto sul tema del cambiamento climatico, nel campo scientifico della climatologia. In questo modo gli avvertimenti e gli allarmi dell&#8217;IPCC non possono essere facilmente smentiti dai risultati di una particolare ricerca, perch\u00e9 anzi essi hanno gi\u00e0 tenuto conto di tutte le ricerche prodotte, sia di quelle favorevoli alla tesi del cambiamento climatico, sia di quelle contrarie.<br \/>\nQuesti esempi possono forse dare qualche indicazione sui possibili saperi che potranno svilupparsi in una lotta di difesa di civilt\u00e0. Sul piano culturale questa lotta riguarder\u00e0 non solo l&#8217;elaborazione di tali nuovi saperi, ma anche la critica ai saperi dati. E questa critica, come ai tempi di Marx, avr\u00e0 al proprio centro un ambito specifico. Infatti c&#8217;\u00e8 una fondamentale eccezione allo schema, peraltro grossolano, che abbiamo sopra indicato, nel quale si contrapponeva il sapere accademico alla cultura popolare diffusa. Questa eccezione \u00e8 costituita dal discorso dell&#8217;economia. L&#8217;economia \u00e8 infatti un sapere accademico rigoroso (ambisce anzi ad essere modello di razionalit\u00e0 per le altre scienze sociali) ma contemporaneamente \u00e8 un discorso che \u00e8 entrato nella coscienza comune, nel sapere popolare (ovviamente non nelle sue versioni formalizzate). Quello dell&#8217;economia \u00e8 oggi davvero un discorso egemonico: i suoi principi, la sua antropologia, la sua agenda informano di s\u00e9 le scelte politiche, gli articoli dei giornali, il senso comune. Esso ha, nel sostegno all&#8217;attuale organizzazione sociale ed economica, lo stesso ruolo che aveva la religione nel sostegno al sistema feudale. Ogni critica all&#8217;attuale organizzazione deve quindi passare attraverso una rinnovata \u201ccritica dell&#8217;economia politica\u201d. Di una tale critica avranno bisogno i vari movimenti \u201canti-globalizzazione\u201d, e in particolare coloro che, come i sovranisti, intendono recuperare la sovranit\u00e0 popolare organizzata entro le strutture dello Stato-nazione democratico.<br \/>\nParlando di \u201ccritica dell&#8217;economia politica\u201d ho usato, come \u00e8 ben noto, una tipica espressione marxiana. Con questo non intendo dire che Marx debba essere l&#8217;unico, e forse neppure il principale, riferimento di una tale critica. Ritengo per\u00f2 che una tale impresa intellettuale, tutta da costruire, non possa prescindere dai contributi di Marx e della migliore tradizione marxista.<br \/>\nSe tiriamo le fila del discorso fin qui fatto, e teniamo presente il senso di quanto detto, possiamo forse concludere che una nuova cultura, capace di difendere contenuti di civilt\u00e0 dalla crisi globale incipiente, sorger\u00e0, in connessione con movimenti sociali e politici di tipo \u201cantisistemico\u201d e \u201canti-globalizzazione\u201d, da una rinnovata \u201ccritica dell&#8217;economia politica\u201d e dalla creazione di nuovi saperi capaci di superare la contrapposizione fra rigore e significato, e sfocer\u00e0, presumibilmente, in una nuova complessiva visione del mondo, in un rinnovato approccio filosofico alla realt\u00e0 umana.<\/p>\n<p>Questo intervento \u00e8 pubblicato anche sul blog &#8220;Badiale&amp;Tringali&#8221;: http:\/\/www.badiale-tringali.it\/2016\/01\/quale-cultura-nella-decadenza.html<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questo articolo parte dalla convinzione che la nostra organizzazione economica e sociale, ormai estesa all&#8217;intero pianeta, sia entrata in una fase di decadenza di civilt\u00e0, analoga a quella del tardo impero romano. 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