{"id":15288,"date":"2016-02-05T23:03:47","date_gmt":"2016-02-05T23:03:47","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=15288"},"modified":"2016-02-05T23:03:47","modified_gmt":"2016-02-05T23:03:47","slug":"euro-breve-sintesi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=15288","title":{"rendered":"Euro (breve sintesi)"},"content":{"rendered":"<p>(Proponiamo ai nostri lettori un breve testo riassuntivo che comparir\u00e0 in una futura pubblicazione a cura dell&#8217;ARS)<\/p>\n<p>Euro<\/p>\n<p>M.Badiale, F.Tringali<\/p>\n<p>Quando, nel 2011, abbiamo cominciato ad argomentare la necessit\u00e0 per il nostro paese di abbandonare l&#8217;euro[1], non era facile imbattersi, nel dibattito pubblico, in critiche esplicite alla moneta unica. Per fortuna abbiamo quasi subito incontrato persone che andavano nella stessa nostra direzione, a partire da Alberto Bagnai[2] e dagli amici che avrebbero poi dato vita all&#8217;ARS. Nel corso del tempo, i contenuti che diffondevamo hanno mostrato in pieno la loro correttezza, tanto che alcuni di essi sono entrati a far parte del mainstream economico.<br \/>\nRecentemente, un gruppo eterogeneo di economisti molto noti ha pubblicato una comune analisi, una \u201cconsensus narrative\u201d, della crisi che ha raccolto ampie adesioni[3]. Ci\u00f2 che ha messo d&#8217;accordo esperti appartenenti a orientamenti diversi, non diverge da quanto abbiamo cercato di diffondere gi\u00e0 diversi anni fa. Il punto fondamentale \u00e8 che la crisi dell&#8217;euro non \u00e8 una crisi di debito pubblico, bens\u00ec una crisi di debito estero (pubblico e privato), generata dai deficit delle partite correnti nei paesi della periferia dell&#8217;eurozona. Tali saldi negativi si sono perpetuati nel tempo a causa delle profonde differenze fra le diverse economie nazionali.<br \/>\n\u00c8 accaduto che con l&#8217;unificazione della moneta i paesi pi\u00f9 deboli si sono trovati in mano una valuta troppo forte, mentre quelli del centro hanno goduto di un cambio pi\u00f9 favorevole alle loro politiche economiche basate sulle esportazioni. Essi hanno colto la palla al balzo ed hanno realizzato riforme del lavoro che hanno diminuito la forza contrattuale dei lavoratori, e di conseguenza i loro salari. Perdita di potere di acquisto significa inflazione contenuta, e cos\u00ec proprio quei paesi che all&#8217;interno dell&#8217;unione monetaria erano economicamente pi\u00f9 forti, hanno visto un aumento della competitivit\u00e0 e, quindi, dei loro surplus commerciali. Il rovescio della medaglia, per\u00f2, \u00e8 stato il peggioramento della condizione dei paesi con inflazione pi\u00f9 alta, che ovviamente hanno perso competitivit\u00e0 rispetto ai primi. Gli squilibri fra le economie sono aumentati. Una volta scoppiata la crisi, ad essa non si \u00e8 saputo rispondere adeguatamente perch\u00e9 la moneta unica ha privato i paesi dell&#8217;eurozona degli strumenti tradizionali che fungono da meccanismi di riequilibrio, come una banca centrale che ricopra il ruolo di prestatore di ultima istanza e la flessibilit\u00e0 del cambio valutario. Sebbene le recenti mosse della BCE abbiano raffreddato il clima, la situazione resta ancora molto difficile, e la crisi \u00e8 ben lontana dall&#8217;essere risolta. Tutto ci\u00f2 ormai va considerato assodato.<br \/>\nUna volta comprese le cause della crisi, diventa relativamente semplice immaginare le soluzioni. Molti autori hanno descritto strade percorribili, che seppur per vie diverse, conducono tutte allo stesso approdo: un meccanismo automatico di riequilibrio fra le diverse economie nazionali dei paesi che condividono la moneta.<br \/>\nSenza di esso, l&#8217;unica risposta possibile \u00e8 quella che effettivamente \u00e8 stata data fino ad oggi: la deflazione. Anche i paesi della periferia devono puntare al contenimento dei consumi interni. Diritti conquistati in decenni di lotte vengono sacrificati sull&#8217;altare della competitivit\u00e0. Le condizioni di vita della maggioranza della popolazione peggiorano, ma la bilancia commerciale, lentamente, migliora. Tuttavia la crisi tende comunque ad avvitarsi su s\u00e9 stessa, perch\u00e9 gli squilibri fra le economie non sono risolti e i paesi si trovano a competere in una gara che spinge continuamente al ribasso le condizioni di vita e di lavoro dei loro cittadini. Le riforme del lavoro hanno reso tutti i lavoratori facilmente licenziabili, cos\u00ec anche coloro che hanno un contratto a tempo indeterminato perdono la garanzia di avere un reddito nel prossimo futuro. Le banche chiudono i rubinetti del credito, stentano ad erogare mutui, lasciano le imprese senza liquidit\u00e0. Una volta sconquassato l&#8217;assetto economico-produttivo e spinto i lavoratori in una condizione di diffusa precariet\u00e0 diventa impossibile far ripartire l&#8217;economia.<br \/>\nDiventa chiaro, come si diceva poco sopra, che per poter resistere agli urti delle crisi, all&#8217;interno di un&#8217;unione monetaria, diventa imprescindibile inserire un meccanismo automatico di riequilibrio fra le economie. Fra le molte proposte emerse, vale la pena citare quella di Yanis Varoufakis, ex ministro delle finanze di Atene, dato che egli si \u00e8 trovato ad essere protagonista di uno dei momenti pi\u00f9 drammatici dell&#8217;ultimo periodo.<br \/>\nEgli aveva ben descritto, nel 2011[4], una via d&#8217;uscita dalla crisi, che possiamo riassumere in tre passaggi:<\/p>\n<p>a. La BCE deve subordinare l&#8217;assistenza alle banche alla condizione che queste ultime cancellino una quota consistente di crediti verso i paesi deficitari.<br \/>\nb. La BCE deve emettere propri bond e contestualmente incamerare una quota del debito pubblico di tutti gli Stati, pari al valore nominale del debito consentito dai trattati (cio\u00e8 fino al 60% del PIL). I bond dovrebbero essere garantiti direttamente dalla BCE e non dai singoli Stati.<br \/>\nc. La BEI (Banca Europea degli Investimenti), con l&#8217;assistenza della BCE, deve assumere il ruolo di riequilibratore fra i surplus e i deficit dei vari Stati. Varoufakis sottolinea che la BEI ha buone capacit\u00e0 di finanziare investimenti redditizi, ma le sue potenzialit\u00e0 non sono sfruttate. Il motivo \u00e8 che per attivare i finanziamenti, gli Stati devono anticiparne una parte, ma non hanno il denaro per farlo (soprattutto quelli che hanno pi\u00f9 bisogno dei finanziamenti). L&#8217;idea dell&#8217;ex ministro \u00e8 che gli Stati possano utilizzare a questo scopo risorse derivate dall&#8217;emissione di bond della BCE, la quale, in pratica, rastrellerebbe le eccedenze dei paesi in surplus (dando loro i bond) reinvestendole in quelli in deficit.<\/p>\n<p>In estrema sintesi, quindi, le tre mosse sono: la cancellazione di una parte del debito pubblico; la copertura della BCE su una ampia quota della restante parte (fino al 60% del PIL); l&#8217;introduzione di un meccanismo di riequilibro fra le economie, che trasformi le eccedenze dei paesi in surplus in investimenti nei paesi in deficit.<br \/>\n\u00c8 evidente che queste tipo proposte si inserisce dentro lo schema generale che vede il superamento della crisi dell&#8217;euro in un approfondimento del processo di unit\u00e0 europea, perch\u00e9 la loro realizzazione presuppone la trasformazione dell&#8217;UE in uno Stato federale, o comunque in una sorta di entit\u00e0 statale unitaria, dotata di un proprio bilancio e della capacit\u00e0 di indirizzare flussi finanziari da una regione ad un&#8217;altra. \u00c8 lo schema che si riassume nello slogan \u201cpi\u00f9 Europa\u201d. Assieme a proposte economiche anti-austerit\u00e0, questo tipo di approccio \u00e8 diventato la linea di un&#8217;ampia gamma di forze politiche, prevalentemente di sinistra (ma non solo), che si dicono critiche verso le politiche economiche attuali, ma favorevoli alla UE e all&#8217;euro.<br \/>\nPurtroppo questo tipo di impostazione \u00e8 politicamente fallimentare, come le vicende greche del 2015 hanno ampiamente dimostrato. Varoufakis \u00e8 stato messo da parte, e con lui le sue proposte. Mentre il governo greco si \u00e8 piegato ed ha accettato tutte le richieste tedesche.<br \/>\nQuali sono le reali ragioni di un tale fallimento? E&#8217; chiaro che la crisi non \u00e8 un problema solo economico, e le sue soluzioni non vengono valutate esclusivamente sul piano economico. Su tale piano, infatti, le soluzioni esistono. Le proposte sopra riportate, se applicate integralmente, probabilmente funzionerebbero. Il problema \u00e8 se tutto ci\u00f2 sia realizzabile sul piano politico, ed a quali costi.<br \/>\nIl problema, cio\u00e8, \u00e8 se sia pensabile realizzare, e a quali costi, una forma di unit\u00e0 europea nella quale la Germania finanzia indefinitamente i deficit della Grecia, dell&#8217;Italia, della Spagna.<br \/>\nE&#8217; facile immaginare che i paesi del centro Europa non accetteranno mai una simile situazione, a meno che gli altri non cedano, integralmente, la loro sovranit\u00e0, diventando meri vassalli. L&#8217;Eurozona dunque, \u00e8 di fronte ad un bivio: frantumarsi o diventare un \u201csuperstato\u201d dominato dalla Germania e incentrato sulle sue politiche di austerit\u00e0 e deflazione.<br \/>\nL&#8217;idea che un eventuale \u201csuperstato\u201d europeo possa assumere connotati diversi da quelli esposti \u00e8 totalmente irrealistica.<br \/>\nLa costruzione di uno Stato europeo che adotti una politica economica radicalmente contraria alla vulgata neoliberista che \u00e8 dominante da circa trent&#8217;anni, presuppone l&#8217;esistenza di una forza politica europea che lo ponga come obiettivo e abbia ragionevoli speranze di conseguirlo. Una tale forza politica, per esistere, deve avere una base sociale effettiva. E chi potrebbe comporre una tale base sociale? Forse i ceti dominanti europei? Basta formularla, questa ipotesi, per capirne l&#8217;assurdit\u00e0. I ceti dominanti hanno costruito questa UE e questo euro esattamente perch\u00e9 essi servono al meglio i loro interessi. \u00c8 semplicemente insensato pensare che, di colpo, possano rovesciare completamente le politiche tenacemente perseguite da decenni, per impostarne altre, favorevoli alla riconquista di diritti e redditi da parte dei ceti subalterni.<br \/>\nL&#8217;alternativa \u00e8 pensare che la riscossa possa nascere dai ceti subalterni europei, uniti in una lotta comune contro austerit\u00e0, deflazione, neoliberismo. Si tratta di un&#8217;impostazione ampiamente diffusa nel mondo della sinistra radicale. Essa rappresenta la base per una possibile proposta di azione politica: organizzare i ceti popolari in una lotta unitaria a livello europeo, senza \u201ctornare indietro\u201d allo Stato-nazione, ormai superato, secondo i fautori di tale impostazione.<br \/>\nPer capire se questa impostazione rappresenti una possibilit\u00e0 reale o sia un mero flatus vocis \u00e8 sufficiente rendersi conto che questa idea campeggia da almeno cinquant&#8217;anni. Oltre mezzo secolo, durante il quale i ceti dominanti sono stati effettivamente capaci di costruire unit\u00e0, mentre le forze popolari non hanno potuto farlo (n\u00e9 ci sono motivi per pensare che lo potranno in futuro).<br \/>\nEra il 1964 quando, all&#8217;interno della sinistra, si affermava quanto segue[5]:<\/p>\n<p>\u201cC&#8217;\u00e8 stata una trasformazione dei rapporti di forza a vantaggio della borghesia e a spese dei lavoratori per tutto il periodo di avviamento del Mercato Comune.<br \/>\nQuesto cambiamento dei rapporti di forza deriva da tutta una serie di cause (\u2026). Non ci soffermeremo ad esaminarle una per una, ma ci limiteremo ad illustrare un fatto fondamentale: l&#8217;internazionalismo dei padroni e delle loro organizzazioni \u00e8 risultato molto pi\u00f9 concreto ed efficace di quello dei lavoratori e delle loro organizzazioni.<br \/>\nD&#8217;altra parte, era facile prevederlo, e chi, nel movimento operaio, ha cercato di tapparsi gli occhi e ha predetto che la realizzazione del Mercato Comune avrebbe favorito la lotta operaia e persino la lotta socialista contro il padronato non ha fatto che nutrire pie illusioni. Era inevitabile che la borghesia e il padronato, per la loro stessa tradizione, per il loro modo di vivere, per l&#8217;ambiente in cui si muovono e i mezzi di cui dispongono, fossero molto pi\u00f9 pronti ad un&#8217;azione su scala europea che non la classe operaia (\u2026).<br \/>\nIn proposito, possiamo esprimere un moderato ottimismo. \u00c8 innegabile che, a lungo andare, la realt\u00e0 riuscir\u00e0 a spuntarla sul pregiudizio, la lezione dell&#8217;esperienza insegner\u00e0 a tutti i settori sindacali che ancora non lo capiscono, che \u00e8 indispensabile un&#8217;unit\u00e0 d&#8217;azione in seno al Mercato Comune.\u201d<\/p>\n<p>Dopo cinquant&#8217;anni, la sinistra radicale odierna continua a considerare valide queste idee nonostante tutta la storia recente abbia dimostrato inequivocabilmente che non vi \u00e8 nessuna solidariet\u00e0 fra i ceti subalterni europei, mentre l&#8217;unico soggetto sociale capace di agire sul piano europeo \u00e8 rappresentato dai ceti dominanti. Sono essi ad essere unificati dalla lingua (l&#8217;inglese internazionale), dalla cultura e dal modo di vita, mentre tutti gli altri sono divisi[6]. L&#8217;unico piano sul quale \u00e8 possibile lottare contro di loro \u00e8 quello nazionale. Non a caso, \u00e8 questo l&#8217;unico piano sul quale siano stati costretti a concedere qualcosa ai ceti subalterni.<br \/>\nNei prossimi decenni non \u00e8 realizzabile alcuna \u201caltra Europa\u201d che imposti un riequilibrio fra i diversi paesi e realizzi politiche favorevoli ai ceti popolari. I ceti dominanti, in particolare le loro frazioni egemoni concentrate nei paesi del Nord, non lo accetteranno mai. Probabilmente, per evitare di perdere l&#8217;euro, consentiranno un qualche tipo di finanziamento dei paesi in deficit, ma solo in cambio della totale espropriazione della loro sovranit\u00e0. E, come ovvio, useranno il potere cos\u00ec ottenuto per difendere interessi che, in parte, potranno anche accordarsi con quelli dei ceti dominanti dei paesi vassalli, i cui cittadini non avrebbero altra prospettiva che quella di diventare \u201cgli ultimi\u201d di una struttura di tipo neocoloniale.<br \/>\nLa lotta contro euro e UE, per la riconquista della sovranit\u00e0 popolare e per l&#8217;integrale applicazione della Costituzione Italiana del 1948, \u00e8 l&#8217;unica possibilit\u00e0 di sfuggire a questo destino.<\/p>\n<p>[1] Marino Badiale, Fabrizio Tringali, Liberiamoci dall&#8217;euro, Asterios, Trieste 2011. Si veda anche Id., La trappola dell&#8217;euro, Asterios, Trieste, 2012.<br \/>\n[2] Alberto Bagnai, Il tramonto dell&#8217;euro, Imprimatur, Reggio Emilia 2012. Id., L&#8217;Italia pu\u00f2 farcela, Il Saggiatore, Milano 2014. Si veda anche il blog http:\/\/goofynomics.blogspot.it\/<br \/>\n[3] Si vedano i documenti relativi all&#8217;URL http:\/\/www.voxeu.org\/article\/ez-crisis-consensus-narrative<br \/>\n(in traduzione italiana http:\/\/vocidallestero.it\/2015\/11\/23\/ce-consenso-su-crisi-delleuro-giavazzi-blanchard-de-grauwe-ecc-ovvero-la-crisi-delleuro-e-dovuta-alleuro\/ ).<br \/>\n[4] Yanis Varoufakis, Il Minotauro Globale, Asterios, Trieste 2012. L&#8217;edizione inglese originale \u00e8 dell&#8217;anno precedente.<br \/>\n[5] Ernest Mandel, Neocapitalismo e crisi del dollaro, Laterza, Roma-Bari 1973, pagg. 92-93. Mandel (1923-1995) \u00e8 stato un economista e uomo politico marxista, esponente di rilievo dell&#8217;indirizzo trotskista.<br \/>\n[6] Marino Badiale, Fabrizio Tringali, Liberiamoci dall&#8217;euro, cit., pagg.15 segg.<\/p>\n<p>Questo articolo esce anche sul blog &#8220;Badiale&#038;Tringali&#8221;: http:\/\/www.badiale-tringali.it\/2016\/02\/euro-breve-sintesi.html<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>(Proponiamo ai nostri lettori un breve testo riassuntivo che comparir\u00e0 in una futura pubblicazione a cura dell&#8217;ARS) Euro M.Badiale, F.Tringali Quando, nel 2011, abbiamo cominciato ad argomentare la necessit\u00e0 per il nostro paese di abbandonare l&#8217;euro[1], non era facile imbattersi, nel dibattito pubblico, in critiche esplicite alla moneta unica. 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