{"id":15378,"date":"2016-02-28T00:28:33","date_gmt":"2016-02-28T00:28:33","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=15378"},"modified":"2016-02-28T00:28:33","modified_gmt":"2016-02-28T00:28:33","slug":"150-anni-di-unita-nazionale-un-bilancio-linguistico","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=15378","title":{"rendered":"150 anni di unit\u00e0 nazionale: un bilancio linguistico"},"content":{"rendered":"<p><em>di <strong>LUCA SERIANNI<\/strong> (linguista e filologo; Universit\u00e0 &#8220;La Sapienza&#8221;)<\/em><\/p>\n<blockquote>\n<blockquote style=\"text-align: justify;\"><p><center><\/center>Su quattro possibili voci di un bilancio linguistico relativo ai centocinquant&#8217;anni postunitari, solo una, la terza, \u00e8 di segno negativo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La prima tocca il rapporto dialetto-lingua, un rapporto ineludibile nel caso dell&#8217;Italia in cui i dialetti hanno segnato per secoli l&#8217;interfaccia linguistica del pluricentrismo politico e pi\u00f9 latamente storico. \u00c8 notissima la valutazione di Tullio De Mauro, il quale nel 1963 calcol\u00f2 che appena il 2,5 per cento dei parlanti potevano considerarsi italofoni. La percentuale \u00e8 stata discussa, ma \u00e8 vero che i termini del problema non cambierebbero anche se quella quota dovesse essere moltiplicata di due o tre volte. Se nel 1861 erano pochi i cittadini in grado di parlare l&#8217;italiano, non \u00e8 per\u00f2 sostenibile un eventuale corollario, secondo il quale sarebbe esistito solo l&#8217;italiano scritto della tradizione letteraria, chiuso in una specie di teca museale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il linguista ticinese Sandro Bianconi ha dimostrato nel 1991, esplorando i ricchissimi carteggi dei cardinali Borromeo (circa 60.000 lettere), che l&#8217;italiano gi\u00e0 nel secondo Cinquecento era diventato anche nei centri minori &#8220;la lingua della comunicazione scritta ai diversi livelli della societ\u00e0&#8221;; Francesco Bruni ha accertato la circolazione di un italiano ampiamente usato nel Levante dal XVI al XIX secolo in funzione di lingua veicolare diplomatica. E non va sottovalutata, per la circolazione di un modello scritto o comunque italianizzato presso le masse, l&#8217;azione della Chiesa e l&#8217;abituale ricorso all&#8217;italiano, non al dialetto, nella predicazione: un canale a cui era esposta regolarmente la quasi totalit\u00e0 della popolazione dialettofona.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dall&#8217;ultimo sondaggio disponibile (Istat, 2006) ricaviamo un&#8217;evidente regressione della dialettofonia esclusiva: solo il 16 per cento parla abitualmente dialetto in famiglia, ossia in una situazione di massima informalit\u00e0, rispetto al 32 per cento di vent&#8217;anni prima; nei giovani (6-24 anni) la quota si riduce ulteriormente (8,1 per cento), in forte contrasto con la popolazione con pi\u00f9 di 65 anni in cui il dialetto \u00e8 usato abitualmente in famiglia dal 32,2 per cento.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Tra le ragioni che hanno favorito l&#8217;espansione dell&#8217;italofonia, ha un&#8217;importanza particolare la scuola, alla quale \u00e8 giusto dedicare la seconda riflessione. Nel 2007-2008 una giovane studiosa, Paola Chiesa, lavorando presso gli archivi del Comando Militare Esercito Lombardia per diversi mesi, ha trascritto una consistente mole di lettere di soldati dell&#8217;Oltrep\u00f2 pavese impegnati al fronte o internati nei campi di prigionia durante la seconda guerra mondiale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La massima parte dei soldati (muratori, calzolai, contadini) \u00e8 alfabetizzata: moltissimi sono arrivati alla licenza elementare, tutti hanno frequentato almeno le prime classi. L&#8217;impressione complessiva \u00e8 che la scuola del tempo sia stata in grado di fornire un dominio grafico e linguistico discreto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oggi la situazione non \u00e8 certo peggiore del 1940, nonostante certo diffuso catastrofismo. Non ci sono solo aspetti critici (doverosamente additati, ma anche amplificati, dai giornali); gli insegnanti italiani in genere sanno fare il loro mestiere e la lamentata &#8220;fuga dei cervelli&#8221; \u00e8 insieme una denuncia dell&#8217;universit\u00e0 italiana, che offre pochi sbocchi ai migliori, e un riconoscimento indiretto alla formazione che si pu\u00f2 tutt&#8217;oggi ricevere in un buon liceo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Terzo punto: la lingua italiana ha oggi una sua capitale? La risposta, in questo caso, \u00e8 negativa. Roma, talora discussa addirittura come capitale politica, non ha potuto o voluto essere il crogiolo in cui si fondesse la variet\u00e0 parlata di prestigio, a cui potessero guardare le mille citt\u00e0 della Penisola.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La variet\u00e0 alta dell&#8217;italiano parlato a Roma ebbe la sua grande occasione per affermarsi in societ\u00e0 negli anni dell&#8217;unificazione. Gli ultimi episodi significativi di amore settentrionale per la Roma linguistica sono molto pi\u00f9 recenti e si devono a due scrittori illustri, Pasolini e Gadda, che ancora negli anni Cinquanta scommettevano sulla variet\u00e0 romanesca come esempio di parlato italiano medio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ma la scommessa \u00e8 stata persa. A Roma non \u00e8 bastato essere centro del potere politico; godere tuttora di una posizione egemone nella produzione televisiva; veicolare, attraverso fortunati attori comici, modelli cinematografici cari al largo pubblico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eventuali ambizioni sovramunicipali sono state troncate dalla stessa, inattesa e imprevedibile, vitalit\u00e0 del dialetto plebeo: l&#8217;incapacit\u00e0 &#8220;della capitale politica di essere anche una credibile capitale linguistica, nella cui voce possa riconoscersi la maggioranza dei parlanti &#8211; ha scritto recentemente Pietro Trifone &#8211; rappresenta un ulteriore elemento di fragilit\u00e0 della coesione nazionale&#8221;.<\/p>\n<p><em>[&#8220;L&#8217;Osservatore romano&#8221;, 31 gennaio-1 febbraio 2011]<\/em><\/p><\/blockquote>\n<\/blockquote>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LUCA SERIANNI (linguista e filologo; Universit\u00e0 &#8220;La Sapienza&#8221;) Su quattro possibili voci di un bilancio linguistico relativo ai centocinquant&#8217;anni postunitari, solo una, la terza, \u00e8 di segno negativo. 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