{"id":15565,"date":"2016-04-02T00:15:38","date_gmt":"2016-04-02T00:15:38","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=15565"},"modified":"2016-04-02T00:15:38","modified_gmt":"2016-04-02T00:15:38","slug":"per-una-pedagogia-sovranista","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=15565","title":{"rendered":"Per una pedagogia sovranista"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>di <strong>LUCIANO DEL VECCHIO<\/strong> (ARS Emilia-Romagna)<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Giuseppe Mazzini concepiva il principio fondante della Repubblica una, libera e indipendente come distintamente separato da qualsiasi calcolo utilitario, \u201crazionale\u201d dei vantaggi e degli svantaggi che un\u2019Italia unita avrebbe portato ai singoli. Coerente con questa idea, rigett\u00f2 ne <em>I doveri dell\u2019uomo<\/em> l\u2019individualismo illuministico della Rivoluzione francese e, implicitamente, quello possessivo della logica capitalistica: <em>\u201cL&#8217; educazione [\u2026] \u00e8 la gran parola che racchiude tutta quanta la nostra dottrina\u00bb. \u201cColla teoria dei diritti possiamo\u00a0 insorgere e rovesciare gli ostacoli; ma non fondare forte e durevole l\u2019armonia di tutti gli elementi che compongono la Nazione. Colla teoria della felicit\u00e0, del ben essere, dato come oggetto primo alla vita, noi formeremo uomini egoisti, adoratori della materia, che porteranno le vecchie passioni nell\u2019ordine nuovo, e lo corromperanno pochi mesi dopo\u201d<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Convinto che non fosse possibile educare il popolo senza un principio morale, aggiunge: <em>\u201cSi tratta dunque di trovare un principio superiore a siffatta teoria che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la <strong>costanza del sacrificio<\/strong>, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendenti dall\u2019idea d\u2019un solo o dalla forza di tutti. E questo principio \u00e8 il DOVERE\u201d<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Un altro grande italiano, poco considerato come teorico dell\u2019educazione, dissemin\u00f2 nei <em>Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio <\/em>elementi di una \u201cteoria dell\u2019educazione\u201d per aiutare chi governa a trarre insegnamento dagli episodi e dai personaggi dello storia. Gi\u00e0 nella dedica de <em>Il Principe<\/em>, Niccol\u00f2 Machiavelli dichiara di voler donare \u00abla cognizione delle azioni delli uomini grandi, imparata con una lunga esperienza delle cose moderne ed una continua lezione delle antique\u00bb. Colloquiando appunto con gli \u00abantiqui huomini\u00bb, lo scienziato della politica elabora una pedagogia elettivamente rivolta alla classe dirigente, basata sulla storia come fonte di modelli comportamentali da imitare da chi vuole ben governare la cosa pubblica.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nei <em>Discorsi <\/em>la tensione pedagogica e l\u2019acutezza analitica sviluppano una <em>teoria educativa dell\u2019esempio,<\/em> per il cui materiale documentario il patriota e il sovranista <em>ante litteram<\/em> attinge a piene mani in un periodo storico ben definito, da lui prediletto e da cui trasse ispirazione, quello della Repubblica dell\u2019antica Roma.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In questi ultimi decenni, il nostro sistema scolastico e le nostre istituzioni culturali in genere, influenzati pesantemente da storiografie straniere o egemonizzate da ideologie antinazionali, hanno diffuso il vezzo autolesionista di diffidare dell\u2019antica Roma repubblicana. \u00c8 invalso l\u2019andazzo di definire quella vicenda vecchia, ininfluente e insignificante, come periodo di storia non pi\u00f9 <em>magistra<\/em>, come materia sospetta perch\u00e9 presunta ispiratrice di derive nostalgiche, il timore delle quali ha spinto molti a ignorare i migliori patrimoni ideali, culturali e politici. Eppure, in questi momenti di confusione politica, di scompigli ideologici, di disgregazione sociale, di incrinature istituzionali, di rarefazione dei principi e valori costituzionali, di perdita dello spirito civile, di apatia e torpore politico, sarebbe bene tornare a studiare quella irripetibile grandezza, la quale, a conoscerla a fondo, potrebbe impartirci parecchie lezioncine su cosa e come nasce un popolo, su cosa e come matura un gruppo dirigente, su quali valori puntare e a cui aggrapparci.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Lo studio di quegli ordinamenti e di quelle epocali scelte politiche potrebbe rivelarci le doti e le qualit\u00e0 che trasformarono quei coriacei discendenti di contadini in eccellenti statisti. Dopo aver cacciato i re, respingendo non l\u2019etnia ma un ristretto ceto di parassiti stranieri (\u00e8 il caso di rileggersi la lezione), e ripreso il controllo della Citt\u00e0, i Quiriti si ispirarono a un complesso di valori, ereditati dagli antenati <em>(mos majorum)<\/em>, per praticare un insieme di costumi che oggi definiremmo anticonsumista. Si educarono alla frugalit\u00e0 e alla modestia delle esigenze. La moderazione dei consumi contrassegn\u00f2 la societ\u00e0 romana fino alla tarda repubblica, almeno fino a quando le citt\u00e0 magnogreche non fecero intravedere un tenore di vita meno severo e sobrio di quello a cui s\u2019erano educati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Non un re ma due consoli, non a vita ma per un solo anno, fu la carica che garant\u00ec la condivisione del potere, mirata non solo a controllarsi a vicenda, ma soprattutto a non fare del governo un appagamento di ambizioni e di interessi personali, ma un servizio da rendere allo Stato. I magistrati in pace, i generali in guerra, i patrizi e i plebei, tutti erano chiamati ad anteporre sempre il benessere e la salvezza dello Stato (<em>salus Rei Publicae)<\/em> agli interessi delle parti. La collaborazione di tutti gli ordini sociali (<em>concordia ordinum) <\/em>non fu sempre armoniosa e stabile, ma tutti la riconoscevano come presupposto per l\u2019esistenza dello Stato, equilibratore e garante della <em>Libertas<\/em>, la possibilit\u00e0 di accedere alle cariche pubbliche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">E cos\u00ec gli antichi Romani crearono la Repubblica e fecero di Roma il primo Stato della storia degno di definirsi tale: una creazione politica collettiva nata dall\u2019opera concorde di uomini e strutturatasi nel corso di molte generazioni in una lunga gestazione (<em>res publica constituenda), <\/em>che forgi\u00f2 la loro capacit\u00e0 di governo e la loro maturit\u00e0 politica. L\u2019atto fondativo dello Stato fu un mitico e leggendario solco tracciato dall\u2019aratro di un contadino italico, che rimase a simboleggiare l\u2019immenso valore storico e giuridico del <em>Limes<\/em>, la frontiera, al di qua della quale vige la <em>Lex<\/em>, cio\u00e8 la norma, la regola, la misura, l\u2019equilibrio giuridico e sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Oltre il limite, domina l\u2019arbitrio e la pirateria, l\u2019in-civile e l\u2019<em>a-politikon<\/em>, la rapina e l\u2019usura. Il senso del limite e della realt\u00e0, cos\u00ec concreto da sembrare a volte spietato e crudele, nasceva dall\u2019attaccamento alla terra e dalla convinzione che soltanto la terra pu\u00f2 assicurare la ricchezza e la sicurezza dello Stato. La terra non produce solo beni, ma uomini che, disciplinati e temprati dalla fatica durissima che l\u2019agricoltura impone, sviluppano le qualit\u00e0 fisiche e morali per diventare buoni soldati, pronti sempre a difendere la Repubblica dai nemici. Nella Roma repubblicana le qualit\u00e0 contadine furono trapiantate e innestate \u2013 un <em>unicum<\/em> nel mondo antico\u00a0 \u2013 anche nell\u2019arte di governare, dove i senatori per istinto primeggiarono su qualsiasi altro sovrano del tempo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo straordinario risultato deve essere attribuito alle indiscutibili qualit\u00e0 politiche e morali a cui gli antichi romani erano educati fin dall\u2019adolescenza: la fermezza dei propositi (<em>constantia<\/em>), il rigoroso senso del dovere <em>(officium)<\/em>, la lealt\u00e0 assoluta verso lo Stato <em>(fides). <\/em>Il romano antico sentiva la dedizione allo Stato cos\u00ec drammaticamente da ritenersi, nella sua mentalit\u00e0 arcaica e contadina, legittimato \u00a0in qualche misura a esercitare il potere di governo e il diritto di decidere sulle questioni dello Stato per conto di tutti quelli che facevano parte della Comunit\u00e0, senza riconoscere \u00a0titoli a chi, troppo dedito e condizionato a cercare l\u2019utile quotidiano, sarebbe stato incapace di concepire l\u2019interesse generale, il bene comune.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel periodo repubblicano, pi\u00f9 che in altri, i Romani, pur scannandosi in guerre civili e sociali quasi ininterrotte, posero le basi della civilt\u00e0 pi\u00f9 grande e pi\u00f9 duratura della storia occidentale. Come ci riuscirono ? Quale fu il \u201csegreto\u201d? Si \u00e8 soliti rispondere che i Romani avrebbero edificato la loro potenza sulla forza militare. Eppure non poche furono le sconfitte catastrofiche e le occupazioni, anche molto umilianti, che subirono dai nemici storici (Forche caudine, Brenno, Canne, Teutoburgo e un elenco non breve di battaglie perse).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Anche nei momenti pi\u00f9 drammatici, quando tutto sembrava congiurare per una totale distruzione, il cittadino di Roma non disperava mai del destino dell\u2019Urbe <em>(constantia)<\/em>. Dunque la legione non spiega tutto. Il segreto \u00e8 da rinvenire piuttosto nella straordinaria saldezza delle istituzioni repubblicane, frutto della <em>Virtus,<\/em> l\u2019eccezionale forza d\u2019animo al servizio dello Stato, di cui non solo il ceto dirigente senatoriale doveva dare massima prova nei momenti di estremo pericolo, ma anche ogni singolo cittadino,\u00a0 che alla <em>virtus<\/em> era stato educato e dalla <em>virtus<\/em> faceva dipendere l&#8217;onore personale e la dignit\u00e0 sociale.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La stabilit\u00e0 e la fermezza della Repubblica Romana metteva soggezione e incuteva timoroso rispetto nei re e nei capi degli eserciti nemici, i quali avvertivano di dover fronteggiare un Popolo e uno Stato, non soltanto legioni. Cicerone, nel descrivere questa realt\u00e0 storica, economica e sociale, identific\u00f2 la <em>Res Publica<\/em> con la <em>Res Populi<\/em>: quando entrambi si immedesimano l\u2019una nell\u2019altra, si realizza la forma ideale di Stato (<em>optimus status civitatis). <\/em>La sua secolare resistenza era dovuta all\u2019organizzazione della struttura istituzionale, all\u2019addestramento rigoroso che, prima ancora che il <em>miles<\/em>, selezionava il <em>civis<\/em> chiamato a dirigere; era dovuta in particolare alla disciplina ferrea, la dote morale richiesta non soltanto al soldato in guerra, ma al cittadino nella sua formazione civile, da praticare poi con rigidezza militare in tutti i campi della vita.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Eppure, in questa societ\u00e0, che oggi a torto definiremmo \u2018militarista\u2019, la distinzione tra il momento politico e quello militare era fondamentale al punto da condizionare l\u2019esistenza della stessa Repubblica. Quando infatti qualcuno (Mario, Silla) cominci\u00f2 a volersi imporre politicamente sfruttando la forza delle armi, l\u2019ordinamento repubblicano precipit\u00f2 in una crisi gravissima e fin\u00ec per soccombere a quello imperiale. Non diversamente succede oggi che, sotto i nostri occhi, altre forze dissolvono la politica, e la finanza e i mercati\u00a0 distruggono le costituzioni democratiche.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La societ\u00e0 della Repubblica romana si reggeva su un sistema di profondi valori morali, primari, semplici, univoci, chiari, assoluti e indiscussi, che i Romani sentivano pi\u00f9 come requisiti civili che come indicazioni educative. Il centro di trasmissione di questi valori era la famiglia, <em>principium urbis et quasi seminarium rei publicae <\/em>(Cicerone), uno Stato embrionale, un elemento dell\u2019organizzazione politico-militare, nella quale ogni <em>pater<\/em> sentiva il dovere di introdurre i figli.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Cardine di questo sistema era l\u2019assoluta preminenza dello Stato, della collettivit\u00e0 sul singolo cittadino, principio alla luce del quale la Repubblica rapportava e giudicava qualunque qualit\u00e0 e comportamento personale: non il coraggio in s\u00e9, ad esempio, era da apprezzare, ma il coraggio dimostrato nell\u2019interesse e per la salvezza dello Stato; non le libert\u00e0 personali (oggi finte e pseudo) ma la <em>Libertas <\/em>era il valore irrinunciabile, inteso come opportunit\u00e0 e diritto di ricoprire le cariche pubbliche e da magistrato mettersi al servizio dello Stato. Perfino la <em>pietas,<\/em> che per tradizione era il culto dovuto agli dei, fu declinata come rispetto dovuto allo Stato e in tale forma definita addirittura come <em>pietas maxima <\/em>(Cicerone nel <em>De Re Publica<\/em>)<em>.<\/em> Anche la m<em>aiestas, <\/em>che indicava la dignit\u00e0 dello Stato come rappresentante del popolo, si evolse in un sentimento, la fierezza di appartenere a un grande popolo, che oggi parecchi sdegnerebbero con sufficienza e ironia, ma che non guasterebbe coltivare come salutare antidoto contro l\u2019avvilimento e l\u2019autorazzismo dilaganti e indotti dagli apparati politici e massamediatici.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">In definitiva, era l\u2019antico <em>mos majorum<\/em> a mantenere compatto il ceto dirigente, unito il popolo e salda la Repubblica di fronte alle avversit\u00e0. I <em>mores<\/em> che all\u2019inizio identificavano i costumi e le usanze, pi\u00f9 tardi diventarono strumenti portatori di valori, un\u2019ideologia, un insieme di doti a cui addestrarsi per contribuire al bene comune. Essere fedeli a questi valori significava\u00a0 riconoscersi in un popolo, avvertire i vincoli di continuit\u00e0 con i padri e con i figli, incanalare le energie e lo slancio a fondare ed edificare entro l\u2019alveo della tradizione e in funzione della <em>salus<\/em> <em>publica<\/em>. Un tempo su questa Penisola ricercare il bene comune per farsi onore e rendersi degno della comunit\u00e0 patria perch\u00e9 la si desidera grande per civilt\u00e0, non era compito disdicevole.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LUCIANO DEL VECCHIO (ARS Emilia-Romagna) Giuseppe Mazzini concepiva il principio fondante della Repubblica una, libera e indipendente come distintamente separato da qualsiasi calcolo utilitario, \u201crazionale\u201d dei vantaggi e degli svantaggi che un\u2019Italia unita avrebbe portato ai singoli. 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