{"id":163,"date":"2009-07-16T07:37:58","date_gmt":"2009-07-16T07:37:58","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=163"},"modified":"2009-07-16T07:37:58","modified_gmt":"2009-07-16T07:37:58","slug":"le-ragioni-della-tendenziale-omogeneita-della-libera-stampa-e-della-libera-televisione-e-i-principi-politici-per-ovviare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=163","title":{"rendered":"E&#039; necessario sottrarre al grande capitale il potere di formare l&#039;opinione pubblica"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di Stefano D&rsquo;Andrea<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">C&rsquo;&egrave; qualcosa di ingenuo in alcune delle critiche che vengono rivolte quotidianamente ai mezzi di comunicazione di massa: che essi non sollevino alcuni problemi; che essi non trattino alcuni temi; che essi utilizzino un determinato linguaggio; che essi sostengano sistematicamente e all&rsquo;unisono determinati interessi; che essi oscurino giornalisti o politici che contrastino quegli interessi (ma invero, in questo momento storico, di simili politici non se ne vede nemmeno l&rsquo;ombra). Critiche ingenue, perch&eacute; hanno ad oggetto profili che non possono essere se non come sono. Sicch&eacute; si pretendono, diremmo quasi infantilmente, dalla &ldquo;libera stampa&rdquo; e dalla &ldquo;libera televisione&rdquo;, contegni, scelte, indirizzi e opzioni di valore che sono intrinsecamente in contrasto con gli interessi delle imprese, delle persone e delle banche che dominano i consigli di amministrazione delle societ&agrave; titolari dei <em>media<\/em>, nonch&eacute; delle imprese che pagano il corrispettivo dell&rsquo;attivit&agrave; economica realmente svolta dai grandi <em>media<\/em>: vendere pubblicit&agrave;. Pretese, evidentemente, ingenue al punto da rasentare l&rsquo;infantilismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Altre critiche sono soltanto apparentemente meno ingenue; per esempio quelle che lamentano la concentrazione dei grandi <em>media<\/em> nazionali nella titolarit&agrave; di un solo gruppo editoriale. E tuttavia, &egrave; necessario avere ben presente che, anche se in Italia avessimo dieci canali televisivi nazionali privati appartenenti a dieci gruppi editoriali diversi e dieci quotidiani nazionali di tiratura all&rsquo;incirca pari, appartenenti a dieci gruppi editoriali diversi tra loro e diversi dai gruppi editoriali titolari dei canali televisivi privati, i peggiori difetti e limiti della &ldquo;libera stampa&rdquo; e della &ldquo;libera televisione&rdquo; &ndash; limiti e difetti comuni ai grandi <em>media<\/em> e che rendono questi ultimi assolutamente omogenei, sotto notevoli profili &#8211;&nbsp;resterebbero del tutto inalterati.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Non bisogna mai dimenticare, infatti, che i grandi <em>media<\/em> nazionali sono <em>strumenti<\/em> delle societ&agrave; per azioni che ne sono titolari. Pi&ugrave; precisamente, la societ&agrave; per azioni &egrave; proprietaria del <em>medium<\/em>: lo strumento che &ldquo;informa&rdquo; i cittadini e cos&igrave; <em>forma<\/em> l&rsquo;opinione pubblica (dunque uno strumento di dominio); e alcune grandi imprese e banche sono titolari dei pacchetti di maggioranza che consentono di dirigere la societ&agrave; per azioni e quindi di disporre dello strumento di formazione dell&rsquo;opinione pubblica. Stando cos&igrave; le cose, ossia fino a quando la legge (e dunque i cittadini e i politici che li rappresentano) consentir&agrave; che le cose stiano cos&igrave;, la tendenziale omogeneit&agrave; dei grandi <em>media<\/em> nazionali (assoluta omogeneit&agrave; se si considerano esclusivamente i profili sui quali stiamo per portare l&rsquo;attenzione) non pu&ograve; essere considerata una distorsione grave e nemmeno, a rigore, una distorsione; perch&eacute; <em>&egrave; nel rispetto della loro intrinseca natura che i grandi media nazionali agiscono contro il popolo e lo ingannano dirigendone l&rsquo;attenzione<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Infatti &ndash; e introduciamo un primo profilo &#8211;&nbsp;&egrave; chiaro che i grandi gruppi editoriali, essendo gruppi composti anche da societ&agrave; quotate, hanno interesse a che il mercato azionario salga. Potrebbero mai dedicare attenzione al dibattito scientifico, che &egrave; (o meglio dovrebbe essere) anche e soprattutto politico, relativo al problema se sia davvero conveniente per tutti che le azioni salgano? E in che senso, eventualmente, &egrave; &ldquo;conveniente&rdquo;? Tutti gli articoli di giornale che leggete e le trasmissioni televisive che seguite muovono dal presupposto, implicito, cio&egrave; tendenzialmente segreto, che convenga a tutti che le azioni salgano. Lo sapete dimostrare che conviene a tutti, anche a coloro che non sono titolari di azioni di societ&agrave; quotate? Lo sapete dimostrare che conviene anche a coloro che, essendo dotati di modesti risparmi, per lo pi&ugrave; gestiti dai grandi fondi di investimento, vivono, e vivranno in et&agrave; della pensione, con un tenore (di vita) che dipende in gran parte dal loro lavoro: dal valore che il lavoro assume nella societ&agrave;, sotto forma di corrispettivo monetario (per prestazioni professionali, artigiane, commerciali, per vendita dei prodotti della terra e per prestazioni di energie lavorative con il vincolo della subordinazione)?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ed &egrave; anche ovvio che i grandi gruppi editoriali, poich&eacute; sono gruppi di societ&agrave; &#8211; le quali, da un lato, hanno nei consigli di amministrazione numerosi rappresentanti delle banche&nbsp;titolari dei pacchetti azionari, dall&rsquo;altro, sono indebitate con le banche medesime &#8211; non affronteranno mai seriamente il problema se ai banchieri debbano essere tolti tutti o alcuni dei poteri giuridici dei quali oggi sono titolari. Perch&eacute; dovrebbero? Come possiamo, se non con estrema ingenuit&agrave;, pretenderlo? Perch&eacute; quei media dovrebbero porre il problema del <em>quantum<\/em> della riserva frazionaria o il problema del ritorno della manovra sulla riserva frazionaria al governo e al Parlamento se ora quella manovra appartiene alla BCE e quindi alle banche? Perch&eacute; quei media dovrebbero informare i cittadini che dopo la lunga battaglia condotta nelle aule giudiziarie contro l&rsquo;anatocismo bancario, quest&rsquo;ultimo &egrave; divenuto per legge principio generale dei contratti bancari? Come possiamo pretendere, se non del tutto velleitariamente, che i <em>media<\/em>, ossia gli strumenti, siano utilizzati, dai loro proprietari e gestori, per colpire gli interessi&nbsp;di quei medesimi proprietari e gestori?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">E siccome la titolarit&agrave; di molte delle azioni delle societ&agrave; che compongono i grandi gruppi editoriali appartiene alle banche &#8211; le quali sono proprietarie di innumerevoli beni immobili&nbsp;e titolari di altrettanto innumerevoli diritti di ipoteca su beni immobili ed hanno pertanto&nbsp;interesse a che gli immobili aumentino di valore &#8211; oppure a famiglie con enormi patrimoni immobiliari oppure addirittura a famiglie di costruttori, &egrave; chiaro che i <em>media<\/em> nazionali non sosterranno&nbsp;mai e poi mai che sia necessario reintrodurre l&rsquo;equo canone o comunque perseguire una politica di lento sgonfiamento della bolla immobiliare e, prima ancora, che impedisca le bolle immobiliari. Perch&eacute; quei <em>media<\/em> avrebbero dovuto indicare ai lettori e ai telespettatori che in Germania e in Giappone i prezzi degli immobili erano fermi rispettivamente dal 1993 e dal 1996? Perch&eacute; avrebbero dovuto mettere in guardia i cittadini dal contrarre mutui quarantennali assurdi, andando cos&igrave; contro gli interessi dei proprietari dei <em>media<\/em> medesimi? Perch&eacute; quei <em>media<\/em> avrebbero dovuto sollevare dubbi sulla opportunit&agrave; delle varie leggi (quelle emanate e quelle da emanare ma non emanate)&nbsp;che hanno provocato l&rsquo;enorme aumento del prezzo degli immobili, in relazione agli stipendi e ai redditi professionali?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Inoltre, poich&eacute; giornali e reti televisive si arricchiscono o sopravvivono grazie alla pubblicit&agrave;, mai e poi mai sentirete dibattere su quei <em>media<\/em> il tema del possibile divieto della pubblicit&agrave; sugli organi di informazione: quali interessi tutelerebbe? chi si avvantaggerebbe? chi ci perderebbe? quali conseguenze avrebbe la introduzione del divieto? Avremmo pi&ugrave; giornali? Meno giornali? Pi&ugrave; riviste ma meno giornali? Una informazione pi&ugrave; settimanale che quotidiana? Scomparirebbero i giornali gratuiti? Scomparirebbero molti giornali a pagamento (perch&eacute; in realt&agrave; gran parte del prezzo &egrave; pagata dalla pubblicit&agrave;)? Scomparirebbero le reti televisive generaliste? Trasmetterebbero quattro ore al giorno anzich&eacute; ventiquattro? E che male ci sarebbe?<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Infine, i grandi gruppi editoriali sono titolari di &ldquo;marchi&rdquo;&nbsp;oltre a vivere&nbsp;di pubblicizzazione dei marchi. <em>I grandi gruppi editoriali<\/em>, sotto il profilo economico, <em>svolgono l&rsquo;attivit&agrave; di venditori di pubblicit&agrave;<\/em>. I ricavi dalle vendite di altri prodotti (giornali, film e altro) sono minimi e non coprono mai i costi. <em>La diffusione della conoscenza dei marchi &egrave; la principale funzione economico-sociale svolta dai grandi media nazionali<\/em>. Figuriamoci, quindi, se su di essi possa mai sorgere un dibattito relativo alla disciplina dei marchi. Un dibattito nel quale una delle voci in campo sostenga la necessit&agrave; di limitare l&rsquo;uso dei marchi e, quindi, di ridurne il valore a favore dei lavori, autonomi o subordinati, implicati nel processo di produzione e distribuzione dei prodotti marchiati e dei prodotti concorrenti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Insomma niente di ci&ograve; che &egrave; utile al popolo potr&agrave; mai essere sostenuto spontaneamente dai grandi <em>media<\/em> nazionali, i quali, <em>secondo la loro natura<\/em>, si guardano bene anche soltanto dal prospettare possibili alternative di disciplina in ordine ai temi economici e politici pi&ugrave; rilevanti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Perci&ograve; smettiamo di rivolgere ai grandi <em>media<\/em> nazionali critiche prive di senso. E rammentiamo che, se &egrave; vero che quella parte di &ldquo;societ&agrave; civile&rdquo;, costituita dalla &ldquo;libera stampa&rdquo; e dalla &ldquo;libera televisione&rdquo; deve informare i cittadini sul comportamento dei politici, &egrave; anche vero che <em>le strutture proprietarie e i canali di finanziamento della libera stampa e della libera televisione devono essere disciplinati dai politici, per limitare il &ldquo;potere&rdquo; del capitale di formare l&rsquo;opinione pubblica, a favore della libert&agrave; di manifestazione del pensiero dei cittadini e del principio di uguaglianza sostanziale tra i cittadini medesimi<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">&Egrave; necessario, perci&ograve;, che i nuovi partiti &#8211; i quali, prima o poi, dovranno necessariamente formarsi per andare a contendere il potere al &ldquo;partito unico delle due coalizioni&rdquo; &#8211; inseriscano nel programma principi come quelli che ipotizziamo: <em>i)<\/em> le attivit&agrave; economiche di intrattenimento e di informazione non possono in alcun modo essere finanziate tramite il pagamento di corrispettivi in cambio di pubblicit&agrave;, salvo la misura massima pari al 20% dei costi&nbsp;di produzione;&nbsp;<em>ii)<\/em> nessun cittadino italiano pu&ograve; essere titolare, nemmeno per interposta persona, fisica o giuridica, di una quota superiore ad un millesimo del capitale sociale di una qualsiasi societ&agrave; proprietaria di un canale televisivo privato nazionale ovvero di un quotidiano o rivista che venda pi&ugrave; di settecentomila copie a settimana.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Stefano D&rsquo;Andrea C&rsquo;&egrave; qualcosa di ingenuo in alcune delle critiche che vengono rivolte quotidianamente ai mezzi di comunicazione di massa: che essi non sollevino alcuni problemi; che essi non trattino alcuni temi; che essi utilizzino un determinato linguaggio; che essi sostengano sistematicamente e all&rsquo;unisono determinati interessi; che essi oscurino giornalisti o politici che contrastino quegli interessi (ma invero, in questo momento storico, di simili politici non se ne vede nemmeno l&rsquo;ombra). 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