{"id":16345,"date":"2016-08-26T00:04:26","date_gmt":"2016-08-25T22:04:26","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=16345"},"modified":"2016-08-26T00:04:26","modified_gmt":"2016-08-25T22:04:26","slug":"senza-una-classe-dirigente-il-sud-affonda","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=16345","title":{"rendered":"Senza una classe dirigente, il Sud affonda"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>di <strong>FRANCO CASSANO<\/strong> (sociologo; Universit\u00e0 di Bari)<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Da tempo l\u2019immagine del sud non sommava fotogrammi cos\u00ec inquietanti: la crisi dei rifiuti, il successo di un film aspro come <em>Gomorra,<\/em> l\u2019aumento del divario dalle altre regioni italiane, l\u2019impennata dell\u2019emigrazione giovanile qualificata. Anche studiosi seri sembrano aver gettato la spugna: la cultura del sud, affermano, con la sua bassissima capacit\u00e0 di formare capitale sociale e senso civico, \u00e8 irredimibile. E su questo quadro apocalittico arriva implacabile il cinismo degli editoriali che proclamano la necessit\u00e0 di riconoscere \u201ccoraggiosamente\u201d la realt\u00e0 ed emettono un verdetto scontato: federalismo fiscale e secessione dolce del nord dal sud.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Ci sarebbe molto da discutere sul manicheismo interessato di questo quadro, <span id=\"more-534\"><\/span>sulle sue omissioni e sulla sua capacit\u00e0 di ridurre il sud ad un\u2019immagine di maniera, in cui l\u2019esaltazione delle patologie e l\u2019irrilevanza delle pagine nuove tornano utili a chi ha puntato tutto sulla priorit\u00e0 della questione settentrionale. E sarebbe sicuramente utile discutere della gracilit\u00e0 culturale del meridionalismo della seconda met\u00e0 degli anni Novanta, di quel trionfalismo che vantava come una conquista la fine della questione meridionale. Ma il discorso sarebbe lungo, mentre il proposito di queste note \u00e8 quello pi\u00f9 limitato di mettere a fuoco un problema.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019impressione \u00e8 che al sud si sia avviato da tempo un processo di regionalizzazione della ragione e che il respiro delle <em>elites<\/em> politiche ed intellettuali si sia drammaticamente contratto. All\u2019inizio tale contrazione dello sguardo ha probabilmente rappresentato un progresso perch\u00e9 ha sostituito ad una narrazione di maniera l\u2019analisi concreta delle diversit\u00e0 e la costruzione di specifiche politiche territoriali. Ma la regionalizzazione dell\u2019orizzonte comporta anche il rischio che non ci s\u2019interroghi pi\u00f9 sulle connessioni tra un sud e l\u2019altro e sul rapporto tra il sud e il contesto nazionale e globale. Il risultato \u00e8 che oggi ogni regione vive questa crisi del Mezzogiorno chiusa in se stessa e, non riuscendo a vedere una via d\u2019uscita, sente crescere un sentimento di impotenza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Conviene allora approfittare di questo passaggio difficile per mettere a fuoco alcune delle sindromi che affliggono le diverse sezioni delle classi dirigenti del sud. Non si pu\u00f2 che partire da Napoli, <em>noblesse oblige<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Napoli \u00e8 affetta dalla sindrome della capitale, da un modo di pensare che la porta a vedere le proprie vicende come espressione dell\u2019intero Mezzogiorno e quindi a negare la reale policentricit\u00e0 di esso e la rilevanza e il valore di tutto ci\u00f2 che accade oltre i propri confini. Questa immagine tradizionale di Napoli come riassunto emblematico del sud \u00e8 cara non solo a molti napoletani, ma anche a molti opinionisti anche perch\u00e9 offre ad essi un\u2019innegabile economia di pensiero. Ma questa sindrome non aiuta Napoli, perch\u00e9 la tiene lontana dal suo problema: la necessit\u00e0 di prendere le distanze da una grandezza che \u00e8 all\u2019origine s\u00ec delle sue eccellenze, ma anche delle sue patologie, in primis dalla terribile conurbazione che la strozza molto di pi\u00f9 di quanto non la arricchisca. E\u2019 la stessa Napoli che ha bisogno di pensarsi in un altro modo, non pi\u00f9 capitale, ma nodo decisivo di un sud policentrico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La sindrome che affligge la Puglia \u00e8 invece, quella della regina di Biancaneve, la tentazione di sentirsi la pi\u00f9 bella del reame. Rispetto a Napoli la Puglia si sente pi\u00f9 vitale e concreta, meno raffinata, ma pi\u00f9 dinamica. Nel Salento questo orgoglio si trasforma nella sindrome dell\u2019assoluta specialit\u00e0, che affianca ad un\u2019innegabile vitalit\u00e0 creativa i rischi di un narcisismo acritico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Le ragioni di questo sentimento di diversit\u00e0 rispetto alle altre regioni del sud non sono immaginarie: la Puglia, negli anni Novanta, ha registrato alcuni successi nella lotta contro la malavita organizzata, ha dato alla prospettiva del Mediterraneo la concretezza delle politiche di prossimit\u00e0 con l\u2019altra sponda adriatica, ha conosciuto una vivacit\u00e0 civile che ha sparigliato i giochi di potere dei partiti e scritto delle pagine innovative. La valorizzazione di tale diversit\u00e0 \u00e8 un aspetto essenziale di qualsiasi prospettiva del futuro, ma occorre evitare ogni celebrazione. La Puglia rimane una regione in bilico, diversa s\u00ec dalle altre regioni, ma non quanto vorrebbe essere, eternamente sospesa tra gli slanci ideali e la prassi del trasformismo, tra l\u2019auto-assegnazione di grandi missioni e la paura di volare. La diversit\u00e0 della Puglia va custodita e curata, ma \u00e8 troppo fragile per andare da sola e deve imparare a fare squadra con le altre regioni, perch\u00e9 altrimenti i sogni svaniscono all\u2019alba.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Sicilia vive invece la sua sindrome dell\u2019autonomia nel regno incantato di un\u2019insularit\u00e0 assistita dallo Stato. In questi anni essa conosce una stabilit\u00e0 sospetta, che \u00e8 stata capace di mettersi alle spalle gli anni delle stragi, costruendo una pax mafiosa che ha continuato ad alimentare sotto traccia i vecchi circuiti di potere. Lo statuto speciale permette larghezza e mediazioni altrove impossibili e la bandiera dell\u2019autonomia sembra essere riuscita a presentare ogni tentativo di conflitto e di rinnovamento come un conato moralistico, minoritario e al fondo antisiciliano.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019autonomia espunge come estranei al senso comune tutti quelli che non stanno al gioco dei nuovi equilibri. Non a caso il leader emergente di questo autonomismo di Stato \u00e8 un democristiano esperto nel costruire alleanze con il cemento delle risorse pubbliche. E\u2019 una Sicilia ripiegata su se stessa e sempre pi\u00f9 separata dal resto del Mezzogiorno, lontana da quel ruolo nazionale recitato in altre occasioni della sua storia.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Calabria attraversa invece un momento molto difficile, e nel conflitto tra la sua parte settentrionale e quella meridionale la prima sembra aver perso la carica e l\u2019egemonia che aveva conquistato nella stagione dei sindaci. Le spinte innovative sono state lentamente riassorbite all\u2019interno di un immobilismo che sembra aver espunto la speranza stessa del cambiamento. Quest\u2019ultimo sembra anche qui condannato a giocare un ruolo sempre pi\u00f9 marginale: alcune elites intellettuali spesso incapaci di incontrarsi tra loro, i sussulti giovanili contro gli assassini malavitosi o la manipolazione delle istituzioni ad opera dei gruppi di potere, frammenti di societ\u00e0 civile che tentano generosamente di mutare il rapporto tra cittadini e politica, ma sono lampi di una tempesta che sta scemando all\u2019orizzonte, mentre torna il sereno del sempre uguale, di uno smottamento senza fine. E\u2019 la sindrome dell\u2019immobilismo, di un sentimento di impotenza che sembra dominare lo spirito pubblico.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Lucania, infine, che aveva sperato di aprire una nuova pagina della modernizzazione del sud con la Fiat di Melfi, non solo sembra essere rimasta al palo, ma anche aver perso quello statuto di isola felice che la voleva estranea alla penetrazione dei fenomeni malavitosi. La narrazione dell\u2019incrocio virtuoso di modernit\u00e0 e tradizione si scopre debole.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">A fronte di questo quadro frammentato e deprimente di un sud \u201csparpagliato\u201d sta la perdita di capacit\u00e0 di sintesi dei partiti, le cui classi dirigenti locali costituiscono ormai una sintesi di subalternit\u00e0 ai palazzi romani e di cartelli elettorali pi\u00f9 o meno solidi. Non c\u2019\u00e8 pi\u00f9 una classe dirigente meridionale capace di pensare il sud nel suo complesso, n\u00e9 luoghi dove si tenti di costruirla. E quest\u2019assenza \u00e8 insieme un sintomo e una causa del drammatico indebolimento del sud.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per invertire la tendenza occorrerebbe un\u2019immaginazione geopolitica coraggiosa capace di contrapporre a questa frammentazione un\u2019idea forte e unitaria del Mezzogiorno, occorrerebbe che le forze migliori del sud avessero voglia di aprire una pagina nuova. E occorrerebbero anche le risorse concrete per mettere in campo questo tentativo, risorse che invece, a partire da quelle finanziarie, sono finite, da tempo e per colpa degli stessi meridionali, in altre mani: se il sud ha, come sostiene qualcuno, poca voce, \u00e8 anche perch\u00e9 quando la voce c\u2019\u00e8, i microfoni sono lontani, a far da corolla come sempre ai poteri forti, che sono tutti altrove.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><em>fonte: politicaonline.it<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di FRANCO CASSANO (sociologo; Universit\u00e0 di Bari) Da tempo l\u2019immagine del sud non sommava fotogrammi cos\u00ec inquietanti: la crisi dei rifiuti, il successo di un film aspro come Gomorra, l\u2019aumento del divario dalle altre regioni italiane, l\u2019impennata dell\u2019emigrazione giovanile qualificata. 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