{"id":1641,"date":"2010-05-21T06:36:09","date_gmt":"2010-05-21T05:36:09","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=1641"},"modified":"2010-05-21T06:36:09","modified_gmt":"2010-05-21T05:36:09","slug":"perche-lue-non-funziona","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=1641","title":{"rendered":"Perch\u00e9 l&#039;UE non funziona"},"content":{"rendered":"<p><span style=\"font-size: 12px\">di <strong>Wladimiro Giacch&eacute;<\/strong><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 12px\">fonte <a href=\"http:\/\/www.aurorainrete.org\">aurorainrete<\/a><\/span><\/p>\n<p><span style=\"font-size: 12px\"><span class=\"postbody\">Il caos intorno alla Grecia &egrave; la spia di un problema strutturale: si &egrave; impedito che l&rsquo;Europa potesse avere una politica fiscale comune nell&rsquo;illusione che fosse sufficiente il libero mercato <\/p>\n<p>\tIl conflitto scoppiato all&rsquo;interno dell&rsquo;Unione europea sul caso greco &egrave; soltanto l&rsquo;ultima e pi&ugrave; clamorosa dimostrazione dell&rsquo;assoluta incapacit&agrave; delle istituzioni europee di gestire la crisi economica in corso. I motivi di questo disastro non sono contingenti, ma affondano le loro radici nel processo di costruzione dell&rsquo;Europa e nella sua architettura istituzionale, di cui questa crisi sta mettendo in luce tutti i limiti. La crisi ha in effetti evidenziato, e aggravato, un&rsquo;accentuata divergenza tra le economie della zona euro: in termini di crescita, di inflazione e di incremento del debito pubblico. <br \/>\n\t&nbsp; <br \/>\n\tQuello che sta accadendo &egrave; l&rsquo;incubo dei fautori dell&rsquo;unit&agrave; economica dell&rsquo;Europa: il prodursi di choc asimmetrici, ossia di una crisi che colpisce in misura molto diversa i paesi dell&rsquo;Unione, con i pi&ugrave; deboli tra essi ormai impossibilitati ad adoperare la leva delle svalutazioni competitive per raddrizzare le loro economie. E che quindi rischiano di avvitarsi in una spirale drammatica: crisi economica, debito fuori controllo (anche per la riduzione delle entrate fiscali a causa della crisi) e necessit&agrave; di una terapia d&rsquo;urto contro il debito che ha l&rsquo;effetto di aggravare la crisi. <br \/>\n\t&nbsp; <br \/>\n\tL&rsquo;Unione europea non &egrave; in grado di impedire che si producano situazioni del genere. Questo perch&eacute; c&rsquo;&egrave; l&rsquo;Unione monetaria, ma non c&rsquo;&egrave; una politica economica integrata a livello europeo. E non pu&ograve; esserci, per un motivo ben preciso: perch&eacute; una politica economica comune &egrave; impossibile in assenza di una politica fiscale comune. Ma le politiche fiscali dei Paesi dell&rsquo;Unione sono tutt&rsquo;altro che omogenee. Anche perch&eacute; il Trattato di Lisbona prevede che sull&rsquo;armonizzazione delle politiche fiscali (come del resto sulle politiche sociali) l&rsquo;Unione possa decidere soltanto all&rsquo;unanimit&agrave; (vedi gli artt. 114, 192, 194). Conseguenza: &egrave; sufficiente che siano contrari Paesi come la Gran Bretagna o la Lettonia (che oltretutto non fanno parte neppure della zona dell&rsquo;euro) per impedire che l&rsquo;Unione europea armonizzi le diverse legislazioni fiscali. <br \/>\n\t&nbsp; <br \/>\n\tAll&rsquo;origine di questa situazione vi &egrave; un presupposto teorico, o meglio ideologico: la bizzarra idea secondo cui il &ldquo;libero agire delle forze di mercato&rdquo;, unito al coordinamento delle politiche monetaria e di bilancio, sarebbe la ricetta giusta per conseguire la crescita economica. Su questa idea sono stati costruiti tutti i trattati, almeno da Maastricht in poi. <br \/>\n\t&nbsp; <br \/>\n\tUn secondo motivo &egrave; pi&ugrave; concreto, ed &egrave; rappresentato dagli interessi delle imprese: che, in assenza di regole fiscali comuni (ossia di soglie minime di tassazione), hanno potuto fare arbitraggio fiscale, creando o spostando filiali operative nei Paesi in cui la fiscalit&agrave; era pi&ugrave; conveniente (vedi alla voce Irlanda). Questo a sua volta ha ingenerato una concorrenza al ribasso tra le fiscalit&agrave; e quindi una tendenziale riduzione delle tasse medie sulle imprese su scala europea. <br \/>\n\t&nbsp; <br \/>\n\tTutto questo ha avuto effetti perversi di breve e di lungo periodo. Quelli di breve &ndash; siccome i vincoli di Maastricht imponevano comunque soglie basse di deficit &ndash; sono consistiti in un aggravio del carico fiscale sulle persone fisiche (e in particolare sui lavoratori dipendenti) e in una riduzione delle prestazioni sociali erogate dagli Stati, indebolendo anche per questa via la domanda interna nei Paesi dell&rsquo;Unione. Quelli di lungo periodo, li stiamo vivendo adesso, e consistono appunto nell&rsquo;impossibilit&agrave; di una politica economica comune: anche per Paesi che hanno una moneta comune, e anche in presenza di una crisi devastante. <br \/>\n\t&nbsp; <br \/>\n\tPossiamo concludere che si &egrave; dimostrata sbagliata l&rsquo;idea che la formula per lo sviluppo economico consistesse nel lasciare briglia sciolta al mercato e alle imprese, chiedendo al tempo stesso ai cittadini europei di rinunciare a fette sempre pi&ugrave; consistenti del welfare e delle prestazioni sociali, quasi che fossero lussi di cui vergognarsi. <br \/>\n\t&nbsp; <br \/>\n\tPer intendere come gran parte della classe dirigente europea, anche nei suoi esponenti pi&ugrave; illuminati, abbia condiviso questa idea, baster&agrave; citare un articolo di Tommaso Padoa-Schioppa (allora nel board della Bce) pubblicato sul Corriere della Sera del 26 agosto 2003: &ldquo;Nell&rsquo;Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanit&agrave;, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev&rsquo;essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l&rsquo;individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualit&agrave;&rdquo;. <br \/>\n\t&nbsp; <br \/>\n\tRilette oggi, quando oltre il 10 per cento della popolazione europea &egrave; a diretto contatto con la &ldquo;durezza del vivere&rdquo; nella forma umiliante della disoccupazione, e certamente non a causa dei propri &ldquo;difetti&rdquo;, queste frasi fanno una certa impressione. Ma soprattutto consigliano di cambiare priorit&agrave; rispetto a quelle che hanno caratterizzato in questi anni la costruzione europea &ndash; e che oggi ne mettono in discussione la stabilit&agrave;, se non la stessa sopravvivenza. <br \/>\n\t<\/span><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Wladimiro Giacch&eacute; fonte aurorainrete Il caos intorno alla Grecia &egrave; la spia di un problema strutturale: si &egrave; impedito che l&rsquo;Europa potesse avere una politica fiscale comune nell&rsquo;illusione che fosse sufficiente il libero mercato Il conflitto scoppiato all&rsquo;interno dell&rsquo;Unione europea sul caso greco &egrave; soltanto l&rsquo;ultima e pi&ugrave; clamorosa dimostrazione dell&rsquo;assoluta incapacit&agrave; delle istituzioni europee di gestire la crisi economica in corso. 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