{"id":17688,"date":"2016-09-16T09:24:08","date_gmt":"2016-09-16T07:24:08","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=17688"},"modified":"2016-09-16T09:24:08","modified_gmt":"2016-09-16T07:24:08","slug":"la-transizione-spagnola-dalla-dittatura-militare-alla-dittatura-dei-mercati","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=17688","title":{"rendered":"La transizione spagnola: dalla dittatura militare alla dittatura dei mercati"},"content":{"rendered":"<p><strong>di AZIONE CULTURALE (Andrea Virga)<\/strong><\/p>\n<p>L\u2019ultimo anno, trascorso in Spagna, mi ha naturalmente portato ad approfondire la storia di questo Paese e in particolare le radici dell\u2019attuale crisi economica e politica. Se analizziamo la transizione spagnola alla democrazia liberale possiamo vedere come questa, per come fu condotta, contenga gi\u00e0 in nuce questi problemi.<\/p>\n<p>Cominciamo dalla parte economica. Nel secondo dopoguerra la Spagna, gi\u00e0 arretrata rispetto al resto dell\u2019Europa occidentale, soffriva, oltre alle conseguenze di una feroce e distruttiva guerra civile costata pi\u00f9 di un milione tra morti e profughi, l\u2019isolamento sul piano internazionale dovuto al persistere di un regime nazionalconservatore e filofascista. D\u2019altra parte dagli anni \u201950, grazie ad un accordo con gli Stati Uniti che assicurava aiuti economici in cambio della base navale di Rota, e allo sviluppo dell\u2019industria turistica, l\u2019economia inizi\u00f2 a crescere, seppure rallentata da una macchinosa burocrazia. Solo verso la fine del decennio, Francisco Franco sottrasse il controllo dell\u2019economia ai falangisti, fautori di una politica autarchica, per affidarla ai tecnocrati dell\u2019Opus Dei.<\/p>\n<p>La loro politica di liberalizzazione dell\u2019economia e di apertura agli investimenti stranieri (soprattutto statunitensi, ma anche svizzeri, tedeschi, francesi e italiani) era per\u00f2 controllata e regolata da una forte presenza statale. L\u2019Instituto Nacional de Industria controllava praticamente tutta l\u2019industria pesante, le attivit\u00e0 estrattive e i servizi turistici, e pure ferrovie e telecomunicazioni appartenevano allo Stato. Inoltre una serie di dazi proteggevano il mercato interno, consentendo all\u2019industria nazionale di svilupparsi, tant\u2019\u00e8 che nel 1975, appena un ottavo dei capitali investiti erano stranieri.<\/p>\n<p>Un esempio da manuale fu l\u2019industria automobilistica Seat, azienda a maggioranza statale, fondata nel 1948 \u2013 con l\u2019aiuto della Fiat, che contava cos\u00ec di rientrare dei crediti bellici contratti durante la guerra civile \u2013, e divenuta uno dei motori della crescita. Se aggiungiamo l\u2019esodo di forza lavoro a basso costo dalle campagne alle citt\u00e0 industriali, il contributo delle rimesse dei numerosi emigranti e l\u2019esplosione del turismo (20 milioni di turisti gi\u00e0 nel 1960), si comprende come mai si parli di \u201cMiracolo Spagnolo\u201d per il periodo tra il 1959 e il 1974, quando la Spagna crebbe pi\u00f9 di ogni altro Paese, eccetto il Giappone.<\/p>\n<p>La morte di Franco nel 1975, con la conseguente instabilit\u00e0 data dal processo di transizione, coincise con la crisi economica mondiale dovuta all\u2019aumento dei prezzi del petrolio, di cui la Spagna era peraltro un forte importatore. Questo determin\u00f2 una forte inflazione, unita ad un calo della produttivit\u00e0 e ad un aumento della disoccupazione. Il primo ministro socialista Felipe Gonz\u00e1lez (1982-1996), a fianco di una riforma dello stato sociale su base avvi\u00f2 una serie di politiche liberiste di tagli alla spesa pubblica, flessibilizzazione del mercato del lavoro e privatizzazioni di aziende pubbliche. Queste ultime, a partire dall\u2019ingresso spagnolo nella CEE, furono in gran parte acquisite da multinazionali straniere. Ad esempio la Seat divent\u00f2 parte del gruppo Volkswagen e il gruppo siderurgico Aceralia fu assorbito dalla lussemburghese Arcelor.<\/p>\n<p>Questo processo di svendita fu proseguito negli anni successivi dai conservatori del Partido Popular, andando a toccare molte aziende importanti come Endesa, Casa, Iberia, Repsol, Telef\u00f3nica. Tuttavia la crescita spagnola era rimasta abbastanza modesta per tutto questo periodo, dato anche il persistere di problemi strutturali come un\u2019alta disoccupazione. L\u2019integrazione europea, visti i rapporti di forza esistenti, aveva significato semplicemente una maggiore dipendenza dell\u2019economia spagnola dal capitalismo europeo, a discapito di quello statunitense. Nondimeno il governo acceler\u00f2 questo processo, sostenendo l\u2019entrata nell\u2019euro. Con la moneta unica avvenne una nuova espansione economica, grazie all\u2019ulteriore aumento del turismo (terzo Paese al mondo per arrivi internazionali dopo Francia e Stati Uniti) e al fatto che centinaia di migliaia di cittadini nordeuropei (in particolare inglesi e tedeschi), tendenzialmente pensionati, avevano deciso di stabilirsi nei pi\u00f9 ameni luoghi della Spagna. Entrambi i fattori diedero nuovo impulso al settore edile gi\u00e0 tendenzialmente saturo.<\/p>\n<p>A met\u00e0 degli anni 2000 si vagheggiava ormai addirittura il sorpasso dell\u2019Italia. Con la crisi globale del 2008 queste illusioni crollarono, insieme allo scoppio della bolla immobiliare che fece schizzare la disoccupazione alle stelle. Allo stesso tempo il Paese fu coinvolto nella crisi del debito sovrano, con la triplicazione del debito pubblico nell\u2019arco di pochi anni. Questo ha portato l\u2019Unione Europea a imporre misure di austerit\u00e0 che hanno impedito qualsiasi politica espansiva che potesse fronteggiare la crisi.<\/p>\n<p>Nonostante dal 2014 gli investitori abbiano mostrato nuova fiducia nella Spagna del primo ministro Mariano Rajoy (PP), la disoccupazione continua a superare il 20%, il 36% dei bambini spagnoli \u00e8 a rischio povert\u00e0, e le diseguaglianze economiche tra ricchi e poveri e tra regioni settentrionali e meridionali sono cresciute enormemente, causando gravi ripercussioni politiche, come l\u2019ascesa dei social-populisti di Podemos e delle formazioni regionaliste.<\/p>\n<p>In sintesi, nei quarant\u2019anni trascorsi da quando la borghesia spagnola si \u00e8 liberata della rigida sovrastruttura dittatoriale per aprirsi al libero mercato, all\u2019aumento nominale della ricchezza non ha corrisposto un concreto progresso della giustizia sociale. Inoltre l\u2019assorbimento del capitalismo nazionale spagnolo all\u2019interno di quello europeo ha portato ad una devastante perdita di sovranit\u00e0, non solo monetaria, ma anche produttiva, nel momento in cui le principali aziende sono in mano a privati spesso stranieri. \u00c8 un esempio vicino, da tenere ben presente, di come spesso le promesse di libert\u00e0 e democrazia per tutti, in bocca ai soliti noti, significhino potere e profitto per pochi.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.azioneculturale.eu\/2016\/09\/la-transizione-spagnola-dalla-dittatura-militare-alla-dittatura-dei-mercati\/\">http:\/\/www.azioneculturale.eu\/2016\/09\/la-transizione-spagnola-dalla-dittatura-militare-alla-dittatura-dei-mercati\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di AZIONE CULTURALE (Andrea Virga) L\u2019ultimo anno, trascorso in Spagna, mi ha naturalmente portato ad approfondire la storia di questo Paese e in particolare le radici dell\u2019attuale crisi economica e politica. 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