{"id":17940,"date":"2016-09-20T10:42:20","date_gmt":"2016-09-20T08:42:20","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=17940"},"modified":"2016-09-20T10:42:20","modified_gmt":"2016-09-20T08:42:20","slug":"contro-la-theory-una-provocazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=17940","title":{"rendered":"Contro la Theory. Una provocazione"},"content":{"rendered":"<p><strong>di LA PAROLE E LE COSE (Barbara Carnevali)<\/strong><\/p>\n<p>Un simulacro di filosofia, la Theory, si aggira per i dipartimenti del mondo intero. Non stiamo parlando dell\u2019opera di un autore particolare, dal momento che molti acclamati theorist sono pensatori a tutti gli effetti, e nemmeno dell\u2019autorevole scuola filosofica che ha rivendicato l\u2019appellativo di Teoria Critica; ma di quella specie di scolastica postmoderna nota a chiunque insegni una materia umanistica all\u2019universit\u00e0: un amalgama di idee e formule di varia provenienza disciplinare (prevalentemente filosofia, psicanalisi e sociologia), estratte da un canone di autori disparati ma accumunabili in una generica postura radicale (Marx, Nietzsche, Lacan, Foucault, Deleuze, Bourdieu, Agamben, Said, Spivak, Butler, \u017di\u017eek, l\u2019onnipresente Benjamin, l\u2019uscente Derrida, la new entry Latour\u2026), fuse in un solo crogiolo e ridotte a un\u2019agenda tematica angusta: il potere, il bios, il genere, il desiderio e il godimento, il soggetto e le moltitudini, la coppia dominanti-dominati, il capitale e lo spettacolo, etc.<br \/>\nChe sia chiaro da subito. L\u2019obiettivo polemico di quest\u2019articolo non \u00e8 un autore, un libro e nemmeno una specifica corrente teorica. \u00c8 una modalit\u00e0 di pensiero, una scolastica, appunto, che nel corso degli ultimi decenni si \u00e8 declinata in combinatorie variabili conservando una forma costante. A partire dagli anni Sessanta e Settanta, la Theory ha attraversato diverse fasi, dall\u2019originaria sintesi di marxismo e psicanalisi, al mix di decostruzione, heideggerismo, cultural e post-colonial studies, fino alle metamorfosi pi\u00f9 recenti, nutrite di foucaultismo, gender e queer studies, biopolitica e lacanismo[1]. L\u2019invenzione recente di un\u2019\u00abItalian Theory\u00bb, come la Nottola di Minerva, ha segnato il passaggio in cui questo processo, prima latente e ricostruibile solo a posteriori, non solo \u00e8 venuto alla luce \u2013 il disvelamento si \u00e8 compiuto nell\u2019intelligente libro di Fran\u00e7ois Cusset[2] \u2013 ma \u00e8 diventato addirittura programmatico.<\/p>\n<p>Oltre che per la sua natura di bricolage di seconda mano, la Theory si riconosce e definisce pragmaticamente, per l\u2019uso che ne viene fatto. A coltivarla \u00e8 chi, spesso a partire da settori disciplinari attigui alla filosofia, come la letteratura comparata, la teoria e critica dell\u2019arte, gli studi culturali, cerca di giustificare le proprie ricerche all\u2019interno di un quadro problematico pi\u00f9 vasto del settore di specializzazione, e pi\u00f9 \u201cimpegnato\u201d, cio\u00e8 rivolto a una considerazione critica del presente. Gli insegnanti di estetica, ad esempio, si sono accorti da tempo che esiste una tipologia di studente che non viene a lezione per esaminare un problema, appropriarsi di un ragionamento filosofico o leggere approfonditamente un classico, ma per conquistare pezze di appoggio per il commento di un testo letterario o di un film (se non addirittura per la creazione in proprio di un\u2019opera d\u2019arte[3]); pu\u00f2 capitare che questi studenti protestino se il seminario non produce prontamente \u201cteorie\u201d spendibili, o se mette in dubbio il valore di quelle in voga. A differenza infatti della filosofia, che ha tempi lunghi e frustranti, e che di rado approda a qualche confortante certezza, la Theory \u00e8 rapida, vorace e tranciante \u2013 e anche per questo funziona bene come lingua comune e terreno di aggregazione transdisciplinare. La sua dimensione ideale \u00e8 quella del \u201creader\u201d, il libro fatto per citare libri che non si sono letti, e in cui l\u2019aspirante teorico digiuno di filosofia, che non ha mai scorso una pagina di Platone o di Hegel, e tantomeno intende farlo, pu\u00f2 trovare una silloge di idee pr\u00eat-\u00e0-porter con cui imbottire paper universitari velocemente e superficialmente.<br \/>\nUn altro uso pragmatico della Theory permette di circoscrivere un secondo tipo di pubblico, la comunit\u00e0 politica che rilegge selettivamente i classici della storia della filosofia per aggiornare la vecchia agenda politica del marxismo. L\u2019intenzione con cui questa categoria di lettori radicalizza tempi e modi della filosofia politica \u00e8 ovviamente molto diversa, e del tutto rispettabile, ma l\u2019effetto sul piano della formazione di una scolastica di pensiero \u00e8 purtroppo simile: lo mostrano la corrente che si definisce biopolitica e quella del neo-spinozismo radicale, due esempi attuali di come la Theory militante tenda a confluire facilmente in quella prodotta in ambito accademico (e viceversa). Da entrambi i punti di vista, la produzione teorica nostrana sotto le etichette di \u00abItalian Theory\u00bb e di \u00abItalian Thought\u00bb sembra incarnare un\u2019abile mossa di anticipo: dal momento che Spinoza \u00e8 entrato nel canone dei theorist, perch\u00e9 non Dante, Machiavelli, o persino Leopardi e Leonardo da Vinci?, che vengono cos\u00ec proposti come prodotti da esportazione teorica nazionale in versioni interpretate ad hoc. Il rischio di questi ritratti preconfezionati \u00e8 che evitano al lettore la fatica di farsi domande fondamentali \u2013 ad esempio se il Principe non presenti tratti un po\u2019 autoritari, o se dall\u2019Etica di Spinoza e dallo Zibaldone di Leopardi non spuntino idee sulla natura e sulla vita umana difficilmente conciliabili con la critica del biopotere. Queste sono domande da filosofi, o, pi\u00f9 precisamente, da chi legge i testi con spirito filosofico. Ed \u00e8 proprio questo genere di questioni che la Theory permette di aggirare.<\/p>\n<p>Vorrei che queste prime considerazioni fossero accolte alla luce di altre precisazioni importanti. La prima riguarda le cause del dilagare della Theory, problema che mette in questione l\u2019ethos del lavoro intellettuale e della ricerca di verit\u00e0 \u2013 si perdoni la formula altisonante ma inaggirabile \u2013, su cui torneremo in chiusura; ma che non pu\u00f2 limitarsi a una polemica moralistica contro chi si accontenta di una cultura teorica scadente o la produce per opportunismo, interesse commerciale o semplice desiderio di riconoscimento. Il fatto \u00e8 che, come esistono gli habitus filosofici e le relative pratiche distintive (e non c\u2019\u00e8 differenza, in questo senso, tra la postura radicaleggiante del theorist e quella scientista del tipo \u201canalitico\u201d) cos\u00ec esistono anche le mode filosofiche, a cui \u00e8 sempre cos\u00ec difficile sottrarsi a titolo personale che diventa antipatico e ipocrita denunciarle negli altri: con l\u2019aggravante che, come ammoniva gi\u00e0 Georg Simmel, mentre siamo disposti ad ammettere la nostra sudditanza nei confronti della moda in dimensioni futili come l\u2019abbigliamento, quando si tratta dei valori seri della religione, della scienza, della politica e della filosofia, tutte sfere in cui dovrebbero imporsi considerazioni \u201coggettive\u201d e non sociali, prevale comprensibilmente un atteggiamento di diniego o di rimozione. Per ammettere di aver accolto una teoria solo per seguire un trend o per compiacere certe categorie di lettori e vendere libri bisognerebbe essere del tutto ingenui o del tutto cinici. In ogni caso, sono questioni di coscienza individuale, che attraversano la storia del pensiero almeno dai tempi del conflitto tra Socrate e i sofisti, e che non dicono nulla di significativo sull\u2019attualit\u00e0.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 interessante \u00e8 invece chiedersi cosa, nel successo contemporaneo della Theory, rimandi alla grammatica storica della societ\u00e0 in cui viviamo. Era inevitabile che anche la filosofia, il sapere elitario per eccellenza, vivesse secondo modalit\u00e0 proprie il processo di livellamento che nell\u2019ultimo secolo hanno subito tutte le altre forme culturali. La Theory, probabilmente, non \u00e8 altro che una delle incarnazioni possibili del midcult filosofico, una volgarizzazione della filosofia a misura di un pubblico medio, e delle sue, per molti versi legittime, aspettative e richieste. Ma se questo rischio \u00e8 sempre implicito in ogni produzione culturale, e destinato fatalmente ad aumentare in proporzione ai processi di democratizzazione della cultura, l\u2019aspetto in cui sembra consistere la specificit\u00e0 dei nostri tempi \u00e8 il salto tra quella che, in passato, era una lettura e reinterpretazione creativa, spregiudicata, imprevedibile, politica, di dottrine filosofiche nella forma di Theory, e l\u2019odierna produzione a tavolino, che palesemente sconfina nell\u2019operazione di marketing. Abbozzando un\u2019analisi sulla scia di Cusset, che ha ricostruito la storia della ricezione negli Stati Uniti della generazione classica di Foucault, Derrida, Deleuze, si potrebbe arrischiare un\u2019ipotesi sempre a partire dall\u2019esempio della biopolitica e del neo-spinozismo: mentre le teorie di Foucault, di Toni Negri, di Agamben, erano il prodotto di un originale percorso teorico, e almeno in un primo momento sono state assorbite dalla Theory con parziale indipendenza dalla strategia di posizionamento degli autori all\u2019interno del campo culturale, si ha l\u2019impressione che la nuova generazione scriva i propri libri in funzione di una tipologia di consumatore americano, e, per effetto di ritorno, del pubblico europeo che sempre pi\u00f9 somiglia a quello americano. La pratica degli inviti e delle visiting di filosofi europei nei dipartimenti statunitensi di comparative literature \u00e8 stata certamente decisiva, e a sua volta dipende da quello che va considerato il peccato originale a livello delle istituzioni: l\u2019espulsione del pensiero continentale dai dipartimenti anglo-americani di filosofia analitica, che ha relegato lo studio del canone filosofico occidentale in quelli di letteratura e di studi culturali. La conseguenza di questo d\u00e9tournement letterario della tradizione filosofica \u00e8 stata ambivalente: uscendo dalla clausura dello specialismo, l\u2019interpretazione dei testi e delle dottrine filosofiche ha riguadagnato in richieste di significato e in ambizione critica quello che ha perso in solidit\u00e0 e in forza argomentativa. Alla rinuncia alla ricerca del senso e della totalit\u00e0 spesso proclamata dal lato analitico, si \u00e8 risposto in chiave continentale con la produzione di sintesi superficiali e affrettate \u2013 una definizione ironica della Theory potrebbe essere quella di \u201cfilosofia sintetica low cost\u201d. Con il risultato di produrre l\u2019esatta reincarnazione postmoderna dell\u2019antinomia tra specialisti senz\u2019anima e profeti della cattedra che paventava Max Weber all\u2019inizio del secolo scorso.<\/p>\n<p>Il che introduce un\u2019altra precisazione. Suggerendo che la Theory sia una sorta di pseudo-filosofia per non filosofi, non intendo sollevare una polemica snobistica contro gli usi extra-disciplinari della filosofia e tantomeno una difesa della corporazione professionale. La \u201cfilosofia\u201d, come la intendo, non \u00e8 una disciplina accademica, non richiede diplomi e nemmeno una formazione specifica, ma \u00e8 un modo di pensare non scolastico e anticonvenzionale. La letteratura e l\u2019arte ne sono parte integrante, al punto che non esito a definire Proust pi\u00f9 \u201cfilosofo\u201d di tanti autori che figurano nei manuali di filosofia, come di tanti theorist. Allo stesso tempo, i tentativi di difesa delle frontiere disciplinari mi sembrano pericolosi e anodini: la filosofia universitaria \u00e8 sempre pi\u00f9 afflitta dai limiti che Schopenhauer e Nietzsche avevano denunciato ormai quasi due secoli fa, e avrebbe tutto da guadagnare da una fuga dai dipartimenti come da un dialogo aperto con le altre forme del sapere. Questo dialogo, per dirla ancora con Simmel (uno dei pensatori che hanno praticato con successo l\u2019ibridazione tra le varie forme del sapere senza mai rinunciare alla spregiudicatezza mentale) non solo rimedierebbe alla tragedia di una cultura frammentaria e parcellizzata, sempre pi\u00f9 autonoma e distante da quel mondo vitale che l\u2019ha prodotta per rispondere ai propri bisogni, e che solo pu\u00f2 restituirle una direzione e un fine; ma compirebbe anche l\u2019irrinunciabile vocazione della filosofia nell\u2019epoca della specializzazione scientifica, ossia la capacit\u00e0 di conservare memoria e nostalgia della totalit\u00e0. Certo, di questo bisogno di filosofia come ricerca di senso e come aspirazione al tutto sono sintomi proprio le esigenze complementari dello studente di materie umanistiche, e del militante politico, che con ragione ricercano nel \u201cgesto teorico\u201d la stessa cosa: un modo per riavvicinare la cultura alla vita, per costringere il pensiero a ricominciare a rispondere alle domande di significato e di giustizia. Se dunque non c\u2019\u00e8 nulla di sbagliato nel riproporre quell\u2019attitudine generalista di cui nessuna disciplina, nessun campo di studio e conoscenza pu\u00f2 fare a meno, dove sta l\u2019errore? Il passo falso \u00e8 nel sostituire l\u2019unico gesto teorico veramente radicale, quello filosofico, con il suo scimmiottamento.<\/p>\n<p>La debolezza principale della Theory, infatti, \u00e8 la perdita di tutti gli attribuiti specifici che hanno fatto la grandezza e la potenza critica della filosofia nelle sue diverse scuole e tradizioni: non ha il rigore, la chiarezza, la solidit\u00e0 definitoria e argomentativa che definisce la pratica dal punto di vista formale; non sa porre domande davvero originali e spiazzanti, e non ha n\u00e9 la voglia n\u00e9 la pazienza di andare a fondo di una questione, perch\u00e9 antepone sempre risposte veloci e pronte all\u2019uso alla fatica del dubbio e del concetto; e ancora \u2013 forse il suo limite pi\u00f9 imperdonabile \u2013 non conosce il gusto di una spassionata ricerca della verit\u00e0: invece di interrogarsi sulle cose ricercando quella che Marx, seguendo Aristotele, chiamava la \u00ablogica specifica dell\u2019oggetto specifico\u00bb, la Theory compie il gesto inverso: schiaccia la specificit\u00e0 del suo oggetto sulle solite, risapute \u201cteorie\u201d. Restringendo a priori il campo del pensabile e del dicibile (l\u2019essenza della scolastica consiste nell\u2019incapacit\u00e0 di immaginare oltre l\u2019orizzonte del gi\u00e0 noto) non solo non oltrepassa la doxa, ma ne produce una di secondo livello. Malgrado la sua proclamata intenzione critica, e anzi, forse proprio per effetto di un desiderio di posizionamento eccentrico e di totalizzazione frettolosa, la sua verit\u00e0 \u00e8 sempre pre-giudicata, vicina al noto, subliminalmente ideologica: da cui il paradosso di un gesto \u201cradical\u201d che diventa prevedibilmente conformistico. Si sa gi\u00e0 come un libro di Theory andr\u00e0 a finire prima di aprirlo; ed \u00e8 proprio questo senso di riconoscimento, di conferma morale delle proprie certezze e delle proprie migliori intenzioni, che garantisce il successo della pseudo-teoria. La Theory ci fa sentire a casa nella nostra falsa buona coscienza.<\/p>\n<p>Ora, chi almeno una volta nella vita ha fatto l\u2019esperienza di leggere un libro di filosofia, anche e soprattutto con un interesse non professionale, sa che si tratta di un esercizio tutt\u2019altro che rassicurante ed edificante. Le teorie di Kant, di Nietzsche, di Wittgenstein, non ci fanno sentire a casa, ma perturbano. E ci\u00f2 che disturba \u00e8 proprio il crollo, davanti alla nuda e inquietante verit\u00e0, delle sicurezze intellettuali e morali, di ci\u00f2 che si vorrebbe fosse vero o che si \u00e8 sempre ritenuto tale, di ci\u00f2 che ci permetterebbe di riconoscerci e sentirci confermati nelle nostre convinzioni e nei nostri impegni. Certo, non si pu\u00f2 chiedere a ogni lettore di filosofia di vivere lo sconvolgimento di Heinrich von Kleist, che, dopo aver terminato la prima critica kantiana, scriveva alla fidanzata di avere perso ogni motivo per vivere, o di Thomas Buddenbrook, annichilito dal Mondo come volont\u00e0 e rappresentazione. Ed \u00e8 altrettanto certo che non solo esistono filosofie meno pessimistiche e pi\u00f9 ispirate dal principio speranza, ma che \u00e8 la natura stessa del gesto filosofico autentico a riattivare la creazione dei possibili, grazie alla sua volont\u00e0 di epoch\u00e8 contro pregiudizi e luoghi comuni, e alla sua capacit\u00e0 di considerare le cose con quello stupore \u2013 o saper guardare il mondo con sguardo straniante \u2013 da cui nasce ogni grande teoria.<br \/>\nInsomma: la mia preoccupazione in questo sfogo contro la Theory, che propongo di leggere pi\u00f9 come un invito provocatorio alla discussione che come un atto di accusa, \u00e8 che il pensiero perda la sua ragione di essere riducendosi a un supermercato di idee prefabbricate e modulari da comprare in stock e poi assemblare a casa come i mobili dell\u2019Ikea. Chi cerca la teoria, provi a pensare in modo libero, e solo in quanto tale veramente critico.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=24320\">http:\/\/www.leparoleelecose.it\/?p=24320<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LA PAROLE E LE COSE (Barbara Carnevali) Un simulacro di filosofia, la Theory, si aggira per i dipartimenti del mondo intero. 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