{"id":18104,"date":"2016-09-29T00:05:24","date_gmt":"2016-09-28T22:05:24","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=18104"},"modified":"2016-09-29T00:05:24","modified_gmt":"2016-09-28T22:05:24","slug":"il-contributo-dei-patrioti-arberesh-al-risorgimento-2a-parte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=18104","title":{"rendered":"Il contributo dei patrioti Arb\u00ebresh al Risorgimento (2a parte)"},"content":{"rendered":"<p align=\"justify\">di <strong>GIUSEPPE FERRARI (storico e teologo)<\/strong><\/p>\n<p align=\"justify\">Nel primo parlamento partenopeo siedono vari deputati albanesi, tra i quali Domenico Mauro e Muzio Pace. Con questi partirono alla volta di Napoli un bel nucleo di loro amici di fiducia, una specie di guardia del corpo. Nella famosa rivolta della Capitale erano pi\u00f9 d&#8217;uno i nuclei albanesi di agitazione. Famoso si rese un prete albanese di Plataci: Angelo Basile, autore della tragedia <em>Ines de Castro<\/em>, composta in albanese quindi tradotta e pubblicata in italiano. Era il pi\u00f9 implacabile. A capo d&#8217;una lunga fila di studenti armati di bastoni, seguiti da gran folla, vestito da prete greco con il caratteristico copricapo, girava per la citt\u00e0 portando una bandiera tricolore e costringendo gli avversari a salutarla sotto la minaccia dei bastoni.<\/p>\n<p align=\"justify\">Non nutrendo pi\u00f9 alcuna fiducia nella guardia nazionale, si moltiplicavano, in ogni citt\u00e0 e villaggio, le sette segrete della Giovane Italia, dette anche \u00abchiese\u00bb. Celeberrima la loggia di Lungro, diretta da uomini dalla tempra di acciaio come Damis e Vincenzo Stratig\u00f2. A questa loggia, o a quella di S. Demetrio Corone, prendevano parte moltissimi del clero italo-albanese e quasi tutte le famiglie di rilievo dei vari villaggi. In quegli anni ancora, ogni villaggio albanese contava da dieci a quindici, fino a venti e pi\u00f9 sacerdoti, quasi tutti legittimamente coniugati, giusto costume dei Greci, sempre da noi in vigore. Ottimi padri di famiglia, tutti educati nel collegio Corsini in S. Demetrio Corone, in quegli anni vero faro di cultura, essi si presentavano alle masse con prestigio enorme, derivante dalla loro integrit\u00e0 morale e dalle loro capacit\u00e0 intellettuali. Il movimento voleva essere un atto di protesta contro il baronismo, contro i soprusi dei potenti, contro il malgoverno dei Borboni.<\/p>\n<p align=\"justify\">Ribellarsi ai potenti, tener fronte ai prepotenti, \u00e8 un vecchio istinto degli Albanesi, un&#8217;antichissima tradizione al cui fascino irresistibile nessuno sa sottrarsi. Questo il clero, che fu per molti secoli unica guida del popolo, doveva ben sapere e, certo, cercava di inculcare e di fomentare con ogni mezzo, per sopravvivere, avendo sperimentato che i villaggi erano circondati da nemici che miravano al loro annientamento, ammantati, assai spesso, di\u00a0 zelo religioso.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il 17 maggio a Cosenza si istituisce il comitato di salute pubblica. Lo stesso avviene a Castrovillari, sempre sotto la presidenza di Muzio Pace. Per tutelare l&#8217;ordine pubblico, scendono qui, dai villaggi circonvicini, 500 Albanesi che si schierano nel Corso. Il 2 giugno giunse a Cosenza il conte Giuseppe Ricciardi. Fuggito da Napoli, si era rifugiato a Malta; da qui pass\u00f2 in Sicilia, dove prese contatto con quel comitato e dalla Sicilia venne a Cosenza. Con lui si inaugura un governo provvisorio. La Calabria era cos\u00ec tutta in rivolta. A Castrovillari, il 5 giugno, si volle celebrare le vittime del 15 maggio, nella chiesa della Madonna del Castello. Giungeva intanto notizia che il generale Busacca [genrale borbonico, <em>ndr<\/em>]<em>,<\/em> con 2500 uomini, era sbarcato a Sapri. A Spezzano Albanese giungevano intanto, il 14 giugno, varie forze comandate da Domenico Mauro. Di l\u00ec, passando per Firmo e Lungro -tutti paesi albanesi -rinforzati via via, raggiunsero le alture di Campotenese, ove il 17 avevano gi\u00e0 occupato tutta la zona. Si trattava di oltre 3000 uomini, quasi tutti albanesi. Il circondario di Castrovillari era comandato dal Pace; Spezzano Albanese da Vincenzo Luci; Lungro, Firmo, Acquaformosa dal Damis; San Rasile dal Bellizzi; S. Sofia d&#8217;Epiro da Luigi Raffa; S. Demetrio Corone e Macchia dal sacerdote albanese Antonio Marchian\u00f2, vice-presidente del collegio Corsini, che, per la circostanza, aveva chiuso, portandosi volontari appresso tutti gli alunni. Non mancavano all&#8217;appello gli albanesi della Lucania, al comando di Vincenzo Smilari.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il Busacca, a Castrovillari, accerchiato in questa maniera, non si trovava certo in posizione comoda. Accorgendosi inoltre che i due campi di Spezzano e di Campotenese ogni giorno pi\u00f9 si rinforzavano, ruppe ogni indugio e segretamente si mosse verso Spezzano Albanese. Giunse ai piedi della collina quando i volontari, presi dalla stanchezza, dormivano. Provvidero le donne del paese albanese a svegliarli in fretta, correndo a bussare di uscio in uscio, ove erano ospitati. Giunti nella cittadina, il 22 giugno, furono accolti in modo del tutto inaspettato. Si attacc\u00f2 una feroce battaglia nella quale il primo urto fu sostenuto dalle donne albanesi, che si gettarono sul nemico con gli spiedi e i coltelli da cucina, mentre gli stessi bambini colpivano duramente con una fitta sassaiuola. Vi furono morti sia tra le donne e i bambini che tra le file del Busacca.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il 30 i due fronti si scontrarono in una lotta assolutamente impari, che diede luogo ad una feroce battaglia. Gli albanesi di Mauro, senza vettovaglie, senza munizioni, si slanciarono come leoni, credendosi abbandonati e traditi, in un memorando corpo a corpo, scrivendo col sangue una vera pagina di gloria. Passarono il fiume \u00e8 non si ritirarono che a notte inoltrata. Ma erano gli ultimi sprazzi di una luce che si spegneva. I morti furono molti. Cadeva da prode Agesilao Mosciari e altri dei migliori. Una piccola pattuglia di Albanesi, guidati da due sacerdoti, Vincenzo Mauro (il fratello di Domenico), Domenico Chiodi, entrambi da San Demetrio e Francesco Maria Tocci da S. Cosmo, si erano inoltrati nel campo del Lanza, decisi a ucciderlo. Ma nella mischia essi rimasero feriti e furon fatti prigionieri. Invitati a gridare \u00abviva il re\u00bb, rifiutavano, gridando invece \u00abviva l&#8217;Italia\u00bb. Dopo molte sevizie, che durarono alcune ore, furono barbaramente trucidati.<\/p>\n<p align=\"justify\">Il 13 novembre Ferdinando II nuovamente convocava i comizi elettorali. In questo Parlamento vi erano quaranta albanesi dei 169 deputati. Contemporaneamente ebbe inizio una fiera persecuzione contro i rivoltosi e i processi politici furono senza fine. Le prigioni riboccarono di detenuti. Circa tremila albanesi furono arrestati in quei giorni. Troppo noto \u00e8 l&#8217;episodio di Agesilao Milano. Nativo di S. Benedetto Ullano, ove tuttora vive la famiglia, Agesilao fu educato, lui pure, nel collegio italo-albanese, come gli altri grandi patrioti dell&#8217;epoca, alunno di Mons. Bellusci. Di carattere chiuso, amico intimo di Atanasio Dramis da S. Giorgio Albanese, suo coetaneo e compagno di studi, erano visti assai spesso insieme; in quell&#8217;ambiente ove non si parlava che dell&#8217;unit\u00e0 della Patria e ognuno era spinto all&#8217;emulazione dell&#8217;altro, per compiere qualche gesto eroico, i due amici pensarono di uccidere il re Ferdinando. Forse si tratt\u00f2 allora soltanto di una idea, venuta su in quell&#8217;et\u00e0 giovanile. Ma venne una circostanza a dare corpo all&#8217;idea.<\/p>\n<p align=\"justify\">Tra i numerosissimi albanesi sospettati di attivit\u00e0 antiborboniche, vi era anche il padre di Agesilao Milano e contro di lui fu spiccato mandato di cattura. La polizia, recatasi in casa per arrestarlo, lo trov\u00f2 a letto con febbre altissima. A nulla valsero tutte le suppliche dei famigliari, perch\u00e9 si attendesse la guarigione per toglierlo di casa. Gli ordini erano tassativi e c&#8217;era niente da fare. In mezzo a violenze d&#8217;ogni sorta, l&#8217;ammalato fu strappato di casa per esser condotto in carcere. Ma lo sventurato mor\u00ec appena giunto al corpo di polizia. E&#8217; facile immaginare lo stato d&#8217;animo del figlio Agesilao. Le idee eroiche della sua giovinezza gli si presentano sotto nuova veste. All&#8217;odio mortale che aveva covato in collegio contro il Borbone, adesso si unisce un vivo desiderio di vendetta per la morte del padre.<\/p>\n<p align=\"justify\">Nonostante i rigori della legge e la condanna della Religione, sia Cattolica che Ortodossa, gli Albanesi hanno sempre mantenuta, da millenni, la consuetudine della vendetta, considerandolo azione da prodi. Al contrario il non vendicarsi \u00e8 considerato atto vile, che disonora l&#8217;uomo. I due giovani amici Agesilao e Attanasio Dramis fecero pertanto giuramento di eliminare il tiranno. Per raggiungere lo scopo si arruolarono come soldati al posto dei rispettivi fratelli che, proprio in quell&#8217;anno, erano entrambi di leva. L &#8216;intendenza di Cosenza non ebbe difficolt\u00e0 a concedere il cambio, per niente insospettito del progetto. Il Dramis fu assegnato a Salerno, mentre il Milano rimase a Napoli nel corpo dei cacciatori. Cos\u00ec l&#8217;8 dicembre 1856, mentre il re Ferdinando passava in rassegna le truppe al campo di Capodichino, il Milano gli si present\u00f2 fingendo di consegnargli una supplica e, nello stesso tempo, gli si avvent\u00f2 contro con tre colpi di baionetta, di cui per\u00f2 uno solo raggiunse il re alla coscia, portando egli sotto gli abiti la corazza, ci\u00f2 che Agesilao non aveva previsto. Avrebbe continuato a vibrargli altri colpi se il tenente colonnello La Tour non l&#8217;avesse impedito, saltandogli adosso con il cavallo. L&#8217;eroico giovane albanese sarebbe stato l\u00ec per l\u00ec ucciso se il re Ferdinando non avesse dato ordine di non farlo. Non certamente per generosit\u00e0, ma solo perch\u00e9 l&#8217;astuto e vile tiranno voleva da lui prima conoscere i suoi complici. Ma di complici non vi era l&#8217;ombra. Dopo alcuni giorni di inutili torture, condannato alla pena capitale, Agesilao Milano fu impiccato il 13 dicembre 1856, dando anche sul patibolo esempio di raro coraggio e dopo aver ricevuto tutti i conforti religiosi dal sacerdote greco residente in Napoli. Sembra che la paura e il colpo ricevuto alla coscia fossero stati la rovina di Ferdinando, da condurlo dopo qualche tempo alla tomba.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"justify\">Come giudicare il gesto di Agesilao Milano? Evidentemente il primo suo movente fu quello patriottico: liberare l&#8217;Italia da un tiranno e raggiungere l&#8217;unit\u00e0 della Patria. Come tale pertanto va giudicato ed egli trova posto tra gli eroi della Patria. In Italia gli Albanesi si considerarono ospiti, almeno fino all&#8217;unit\u00e0 nazionale, e, come tali, si credettero un nucleo a s\u00e9, sottoposti alle proprie leggi. Questa loro mentalit\u00e0 fu da essi considerata tanto pi\u00f9 valida quanto pi\u00f9 l&#8217;accoglienza dei baroni e dei vescovi era stata pessima.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"justify\">Con l&#8217;arresto di Agesilao Milano furono arrestati a Napoli tutti gli albanesi, per qualsiasi ragione si fossero trovati in quella citt\u00e0. Quanto agli albanesi arruolati nell&#8217;esercito, si ordin\u00f2 che fossero tutti spediti in Sicilia, mettendone uno in ciascuna compagnia e mai due insieme. Le persecuzioni si moltiplicavano ogni giorno. Il governo affront\u00f2 in varie sedute &#8220;l&#8217;affare degli albanesi&#8221; e, per qualche giorno, era prevalsa l&#8217;opinione di costringere tutti gli abitanti dei villaggi a ripassare l&#8217; Adriatico. Ma l&#8217;ipotesi dovette ben presto essere scartata, non solo perch\u00e9 troppo ridicola, ma perch\u00e9 la corte di Napoli ci teneva a far sapere all&#8217;Europa che, nel proprio regno, tutto filava placido come l&#8217;olio. Si pens\u00f2 allora ad un qualche provvedimento contro il collegio Corsini, considerato, ora pi\u00f9 che mai, &#8220;fucina del diavolo&#8221; e &#8220;semenzaio di ribelli&#8221;, come veniva comunemente chiamato. E si decise la chiusura. Ma a questa decisione fece viva opposizione la S. Sede. Il collegio era infatti di diritto pontificio e andava rispettato. Si ripieg\u00f2 allora sulla scelta dei dirigenti dell&#8217;istituto; nessun membro del clero albanese della Calabria avrebbe pi\u00f9 ricoperto cariche direttive.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"justify\">Nel 1859 si fecero collette in tutti i villaggi albanesi e le somme raccolte furono consegnate all&#8217;ambasciatore del Piemonte a Napoli. I giornali dell&#8217;alta Italia si diffondevano sempre pi\u00f9; i comitati si moltiplicavano e si riorganizzavano meglio. Lo spirito pubblico si rianim\u00f2; si sentiva aria di primavera. Damis, Luci, Pace, Stratig\u00f2 e altri premevano che si svolgesse qualche azione. L&#8217;insurrezione era ormai nell&#8217;animo di tutti i villaggi. Si attendeva il segnale e questo venne l&#8217;11 maggio, con lo sbarco di Garibaldi a Marsala. Tra i Mille figurano vari albanesi. Oltre al Crispi, Damis, Raffaele e Domenico Mauro. Quando l&#8217;eroe nazionale pose piede in Calabria, l&#8217;entusiasmo fu indescrivibile. A Cosenza corsero due legioni di albanesi, guidate dal Sarri e dal Pace e con essi una folla variopinta da tutti i paesi, per accogliere il dittatore, che giungeva il 1\u00b0 settembre. Da Cosenza, il 2 settembre, si rec\u00f2 a Castrovillari, passando tra fitte ali di albanesi, che lo acclamavano. Qui nomin\u00f2 governatore Muzio Pace e a tutti raccomand\u00f2 moderazione e concordia.<\/p>\n<p align=\"justify\">L&#8217;esercito garibaldino s&#8217;ingross\u00f2 molto attraversando questa larga fascia di villaggi alloglotti. Il colonnello Pace, il Sarri, lo Stratig\u00f2 con i loro soldati (lo Stratig\u00f2 ne aveva 500 dalla sola Lungro) seguirono Garibaldi e il 13 settembre fecero il loro ingresso in Napoli, sotto una pioggia di fiori. Lo stesso eroe si affacci\u00f2 dal palazzo d&#8217;Angri per salutarli. L&#8217;1 e il 2 ottobre presero parte alla battaglia del Volturno comandati da Damis, compiendo prodigi di valore. Fu allora che Garibaldi, pieno di ammirazione, voltosi al condottiere albanese esclam\u00f2: \u00abDamis, questi tuoi albanesi sono leoni!\u00bb. Al Parlamento italiano, tra gli albanesi sedettero Crispi, Mauro, l&#8217;eminente finanziere Federico Seismet Doda, Giovanni Mosciaro, Giuseppe Pace, Vincenzo Pace, Domenico Damis, Raffaele Majer\u00e0, Guglielmo Tocci. Il primo Ministero italiano ebbe tre ministri albanesi: il Crispi, il Giura e lo Scura; quest&#8217;ultimo con il portafoglio di grazia e giustizia e dei culti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"center\">Il 20 ottobre, da Caserta, Garibaldi emanava un decreto, con cui provvedeva al collegio Orsini. In esso \u00e8 detto: \u00abIl Dittatore dell&#8217;Italia meridionale in considerazione dei segnalati servizi resi alla causa nazionale dai prodi e generosi albanesi, decreta: cessati i bisogni della guerra e costituita l&#8217;Italia con Vittorio Emanuele dovr\u00e0 il tesoro di Napoli somministrare immediatamente la somma di 12 mila ducati per l&#8217;ingrandimento del collegio italo-greco di S. Adriano. Ilo pongo sotto la garanzia della Nazione e del suo magnanimo Sovrano la esecuzione di giustizia del presente decreto. (f.to: Giuseppe Garibaldi)\u00bb.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"center\">\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0\u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0 \u00a0\u00a0<em> \u00a0\u00a0\u00a0 [fine]<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"center\"><em>[&#8220;Rassegna di studi albanesi&#8221;, novembre-dicembre 1960, n. 1]<\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\" align=\"center\"><a href=\"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=17206\">Qui<\/a> la prima parte dell&#8217;articolo<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di GIUSEPPE FERRARI (storico e teologo) Nel primo parlamento partenopeo siedono vari deputati albanesi, tra i quali Domenico Mauro e Muzio Pace. 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