{"id":18193,"date":"2016-09-25T10:19:42","date_gmt":"2016-09-25T08:19:42","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=18193"},"modified":"2016-09-25T10:19:42","modified_gmt":"2016-09-25T08:19:42","slug":"classe-lavoratrice-politiche-identitarie-e-neo-vittorianismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=18193","title":{"rendered":"Classe lavoratrice, politiche identitarie e Neo-Vittorianismo"},"content":{"rendered":"<p><strong>di VOCI DALL&#8217;ESTERO (Redazione)<\/strong><\/p>\n<p><em>Da Zero Anthropology (account twitter che vi suggeriamo di seguire) traduciamo l\u2019estratto di un saggio che traccia un parallelelismo tra l\u2019imperialismo attuale e quello dell\u2019era vittoriana. Nella prima parte l\u2019autore fa una sorta di tagliente antropologia del piddino, e scopriamo che l\u2019appiattimento e il conformismo della cosiddetta \u201csinistra\u201d verso le posizioni del potere capitalista era gi\u00e0 stato ben individuato e descritto negli anni \u201990 negli Stati Uniti (nota: il Partito Democratico di cui si parla \u00e8 quello americano). Nella seconda parte l\u2019autore interpreta la Storia attuale come una riedizione o una continuazione (in declino) dell\u2019imperialismo vittoriano ottocentesco.<\/em><\/p>\n<p><strong>Contro la classe lavoratrice: Le politiche identitarie nell\u2019era neo-vittoriana<\/strong><\/p>\n<p><strong>(di Maximilian C. Forte)<\/strong><\/p>\n<p>Il neo-vittorianismo non serve solo a distrarre la politica verso le questioni della moralit\u00e0 e dell\u2019identit\u00e0, ma anche a offuscare le basi della crescente disuguaglianza. Se ci concentriamo sul Partito Democratico e sul suo abbandono della classe lavoratrice nel corso degli ultimi quaranta anni, Adolph Reed Jr. (professore di scienze politiche all\u2019Universit\u00e0 di Pennsylvania) sembra aver inteso fin dall\u2019inizio come tutte queste questioni siano collegate tra loro \u2014 sebbene lui non usi l\u2019espressione \u201cneo-vittorianismo\u201d, lo descrive con altre parole. Parlando dei democratici e dei \u201cliberals\u201d i generale, scrive:<\/p>\n<p>\u201c<em>la loro capacit\u00e0 di dimostrare il pi\u00f9 sublime fervore per i pi\u00f9 vuoti e insipidi luoghi comuni, la loro tendenza a fare dei modi un feticcio trascurando la sostanza, a cercare le soluzioni tecniche ai problemi politici, la loro capacit\u00e0 di trascurare il crescente massacro sociale nelle stesse citt\u00e0 in cui vivono mentre cercano i locali migliori dove bersi un buon caff\u00e8 con le focaccine, la loro propensione ad estetizzare l\u2019oppressione delle altre persone chiamandolo attivismo, il loro riflesso di storcere il naso e accigliarsi di fronte a un conflitto e, pi\u00f9 di tutto, la loro inettitudine e inaffidabilit\u00e0 nel corso delle crisi<\/em>\u201d (Reed, 1996)<\/p>\n<p>Vent\u2019anni fa Reed criticava \u201cil loro rifiuto di affrontare le realt\u00e0 di classe nella politica americana\u201c, e il modo in cui i liberal \u201cevitando di fare qualsiasi collegamento tra le disuguaglianze e l\u2019uso che le grandi imprese [corporation] fanno del potere politico per abbassare gli standard di vita dei pi\u00f9 e accrescere il proprio bottino\u201c. Al contrario, rispetto al problema dell\u2019emarginazione sociale negli USA optano per una melliflua e sentimentale politica del \u201csalvate i bambini!\u201c, che demonizza i genitori della classe lavoratrice nello stesso modo della destra. Reed conclude che le politiche dei liberal \u201csono motivate da un desiderio di vicinanza alla classe dirigente, e dalla credenza che quest\u2019ultima sia fondamentalmente legittimata ad avere proprio potere e le proprie prerogative. \u00c8 una politica che, a dispetto di tutte le sue iperboli idealiste e della sua affettata nobilt\u00e0, \u00e8 disposta a svendere qualsiasi alleato e qualsiasi obiettivo egualitario pur di giungere all\u2019orecchio del Principe\u201d (Reed, 1996).<\/p>\n<p>La critica fatta da Reed poi si amplia oltre i confini del Partito Democratico, per includere gli attivisti di sinistra e i movimenti laburisti, e solleva una questione che io stesso ho toccato recentemente quando scrivevo che \u201csembra ora chiaro che ogni settore e declinazione della sinistra statunitense ha fatto una sorta di pace con il neoliberismo, una pace con la struttura base dello status quo, da cui pende ogni loro speranza, incluso quel minimo di umanitarismo, cosmopolitismo e riformismo\u201c. Ecco come lo diceva Reed:<\/p>\n<p>\u201c<em>il movimento laburista \u00e8 stato largamente sottomesso, e gli attivisti sociali hanno fatto pace con il neoliberismo e hanno modificato di conseguenza i propri obiettivi. Nel movimento femminista gli obiettivi sono mutati da obiettivi pratici, come la parit\u00e0 di salario e l\u2019assistenza universale per l\u2019infanzia negli anni \u201980, alla celebrazione delle singole donne che riescono a raggiungere una funzione pubblica rilevante. Le figure dominanti nel movimento pacifista hanno da tempo accettato il frame dell\u2019interventismo militare americano. Il movimento per la giustizia razziale ha svoltato dall\u2019attenzione alla disuguaglianza a quella verso la \u2018disparit\u00e0\u2019, evitando in definitiva ogni critica alla struttura che produce la disuguaglianza<\/em>\u201d (Reed, 2014)<\/p>\n<p>Su Obama, Reed commenta come egli rappresenti ampiamente una finzione costruita dalla politica identitaria: \u201cObama \u00e8 il puro prodotto di questa politica svuotata. \u00c8 il trionfo dell\u2019immagine e dell\u2019identit\u00e0 rispetto al contenuto. Anzi, \u00e8 il trionfo dell\u2019identit\u00e0 stessa in quanto contenuto\u201d (Reed, 2014). Proprio come Obama, che come semplice immagine doveva svolgere una funzione anti-insurrezionale interna \u2014 una pacificazione \u2014, cos\u00ec le politiche identitarie dovevano soffocare la divisione di classe:<\/p>\n<p>\u201cL\u2019asserzione di una storia fondamentalmente antagonistica tra movimenti del lavoro e movimenti sociali, specialmente quelli fondati su una identit\u00e0 di base come razza, genere o orientamento sessuale, \u00e8 il riflesso del discorso che ci sia una sinistra identitaria, fomentato dagli stereotipi su una classe lavoratrice organizzata che \u00e8 bianca, maschile e conservatrice. Questa tradizione politica, sebbene abbia una qualche base nei fatti storici, si \u00e8 consolidata in una conoscenza mai esaminata a fondo da parte di molti attivisti\u201d (Dudzic &amp; Reed, 2015, p. 361)<\/p>\n<p>Siamo arrivati al punto incredibile in cui quelli che sostengono la classe lavoratrice sono visti come, nel migliore dei casi, degli ottusi razzisti. Questo non \u00e8 un trionfo del neo-vittorianismo, \u00e8 piuttosto il segno della loro disperata ostinazione nel momento in cui il loro progetto crolla sotto il peso del risentimento, della rivolta e perfino del ridicolo. Un segno del successo dei neo-vittoriani, piuttosto, \u00e8 la misura nella quale la \u201csinistra\u201d \u00e8 stata svuotata di significato o di forza pratica, arrivando praticamente a ridursi ad una fiction.<\/p>\n<p><strong>Comprendere la Storia e il neo-vittorianismo<\/strong><\/p>\n<p>Uno dei problemi persistenti quando si parla del vecchio e del nuovo vittorianismo \u00e8 comprendere la tempistica e l\u2019apice del fenomeno. La vecchia era vittoriana, quella britannica, seng\u00f2 un periodo di sicurezza, di espansione economica e territoriale. La nuova era vittoriana, quella americana, giunge anch\u2019essa in un periodo di espansione e di moltiplicazione delle guerre, ma anche con un senso di crisi in costante peggioramento e di insicurezza in casa propria. Per ora non so dire altro sul problema, posto che esso sia un problema.<\/p>\n<p>Ci sono altre differenze fondamentali: dai tempi della vecchia et\u00e0 vittoriana c\u2019\u00e8 stato un grande declino dell\u2019illusione sulla certezza dell\u2019ordine naturale. La nostra comprensione della natura \u00e8 tale che ne abbiamo una visione come qualcosa di caotico e imprevedibile (Hewitt, 2006, pp. 418-419). Un\u2019altra grande differenza \u00e8 che la cultura vittoriana non era una cultura consumistica \u2014 c\u2019era generalmente una consapevolezza della scarsit\u00e0, del limite nei lussi della vita, e c\u2019era una gamma pi\u00f9 ristretta di beni di consumo tra cui scegliere (Hewitt, 2006, pp. 415-416).<\/p>\n<p>D\u2019altra parte penso che il \u201cneo-vittorianismo\u201d nordamericano rappresenti un declino in s\u00e9 e per s\u00e9, e sia per questo alquanto distinguibile dal vittorianismo originale. Molti dei nostri politici, giornalisti e accademici non sopravviverebbero per cinque minuti a una intervista con un loro antenato della vecchia era vittoriana. A dirla francamente e per come la vedo, penso che il nostro neo-vittorianismo sia una versione degradata di quello originale: meno articolato, in difficolt\u00e0 sul vocabolario e la grammatica e, cosa pi\u00f9 importante, privo di capacit\u00e0 logiche e analitiche sufficientemente sviluppate. Sembra che siamo afflitti da un problema generale: l\u2019incapacit\u00e0 di capire che le pie illusioni non sono delle analisi, che ci\u00f2 che pensiamo che il mondo dovrebbe essere non pu\u00f2 descrivere come esso \u00e8.<\/p>\n<p>Uno degli altri problemi che mi mette in difficolt\u00e0 a fare parallelismi tra il secolo presente e il diciannovesimo secolo \u00e8 il rischio di rinforzare la tendenza a vedere il presente e il futuro come una semplice replica del passato. L\u2019errore storicista \u00e8 quello di pensare che non ci possa essere un proseguimento della Storia, che essa sia di fatto terminata nel diciannovesimo secolo, quel secolo nel quale Hegel proclamava proprio la fine della Storia. Il principale vantaggio nel concettualizzare il \u201cvittorianismo\u201d (vecchio e nuovo) non \u00e8 quello di suggerire che la cultura occidentale sia una eterna ripetizione di se stessa, ma di suggerire quanto due imperi culturalmente, ideologicamente e tecnologicamente vicini abbiano un declino simile, e quanto il neo-vittorianismo non segni l\u2019apice ma l\u2019inizio della dissoluzione del nuovo imperialismo. Ci\u00f2 sembra specialmente vero dato che quest\u2019ultimo sta iniziando a divorare se stesso in casa propria.<\/p>\n<p>Un\u2019altra questione ha a che vedere con il modo in cui misuriamo i periodi, e come trattiamo i periodi (che sono delle costruzioni arbitrarie degli analisti) come se fossero dei fatti reali. Rischiamo quindi di trattare le misure del tempo come se fossero delle realt\u00e0 sociali, e di trattare la cronologia come se fosse la Storia. Un modo di affrontare questo problema \u00e8 di vedere il diciannovesimo secolo come molto pi\u00f9 lungo di quanto pensassimo, con discontinuit\u00e0 e cambiamenti non abbastanza sostanziali da giustificare una demarcazione netta di inizio e fine. In questo caso il vecchio vittorianismo rappresenterebbe l\u2019apice dell\u2019egemonia, e il nuovo vittorianismo un punto sulla curva del declino, con delle contraddizioni irrisolte che ci gettano verso un mondo post-imperiale e post-occidentale. Dubito che questo significhi la fine della civilt\u00e0 occidentale e del capitalismo, ma solo che queste cose servano sempre meno come punto di riferimento per un ordine globale unitario. Anche in questo caso non si pu\u00f2 dire altro sul tema, per ora.<\/p>\n<p>Siamo anche ostacolati da quelli che hanno scritto sugli imperi e sull\u2019imperialismo. Molti di coloro che hanno scritto sull\u2019impero britannico non vedono come ci possa essere un imperialismo che continua anche dopo la fine del colonialismo britannico \u2014 perch\u00e9 confondono l\u2019imperialismo con il colonialismo, quando il colonialismo potrebbe semmai essere una delle modalit\u00e0 con cui si costruisce un impero. Dall\u2019altra parte ci sono quelli che vedono l\u2019imperialismo attuale come una trasformazione netta rispetto a quello britannico, e riducono quello britannico a una modalit\u00e0 singolare e stereotipica di colonizzazione.<\/p>\n<p>Un\u2019altra cosa di cui non ci occupiamo qui \u00e8 perch\u00e9 il vittorianismo sia emerso come tale. Perch\u00e9 l\u2019enfasi sul commercio, sulla filantropia e sulla buona governance? Penso che abbia in larga parte a che vedere con la necessit\u00e0 del capitale di espandersi. Il perseguimento del libero commercio richiede la standardizzazione, richiede di sbarazzarsi dei rivali con campagne di propaganda e politiche di emancipazione (anti-schiavit\u00f9 allora, anti-omofobia ora). Queste campagne imperiali \u201cper la liber\u00e0\u201d, che sono al servizio della crescita capitalista, si portano dietro come surrogati anche il \u201csoft power\u201d [potere di persuasione] e l\u2019incantamento, anche se nel contempo viene scatenata la pi\u00f9 orribile violenza. Comunque, qui un rischio \u00e8 quello di argomentare che tutto ci\u00f2 sia, in definitiva, esclusivamente il prodotto delle determinazioni del capitale. Il capitale, di per s\u00e9, \u00e8 un cumulo di spazzatura inanimata (per parafrasare un collega). Il capitale ha bisogno di interagire con le idee, le motivazioni, le compulsioni e la pratica. Ma quando, come e perch\u00e9 le idee liberiste si siano formate e siano ascese cos\u00ec, \u00e8 una domanda pi\u00f9 ambiziosa che richiede pi\u00f9 ricerca da parte mia.<\/p>\n<p>Nonostante queste difficolt\u00e0 e problemi sul vittorianismo, \u00e8 utile fare quanto segue:<\/p>\n<p>1. comprendere come parti disparate di una formazione sociale e culturale si ritrovino assieme, come formino un insieme durevole e come si rinforzino a vicenda;<\/p>\n<p>2. fornire una base storica per percepire l\u2019attuale cultura dell\u2019imperialismo;<\/p>\n<p>3. sollevare la questione sulla ciclicit\u00e0 della storia e su come possiamo anticipare \u201cci\u00f2 che verr\u00e0\u201d;<\/p>\n<p>4. gettare una luce sulle origini storiche e culturali delle idee che plasmano il dibattito politico attuale.<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/vocidallestero.it\/2016\/09\/15\/classe-lavoratrice-politiche-identitarie-e-neo-vittorianismo\/\">http:\/\/vocidallestero.it\/2016\/09\/15\/classe-lavoratrice-politiche-identitarie-e-neo-vittorianismo\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di VOCI DALL&#8217;ESTERO (Redazione) Da Zero Anthropology (account twitter che vi suggeriamo di seguire) traduciamo l\u2019estratto di un saggio che traccia un parallelelismo tra l\u2019imperialismo attuale e quello dell\u2019era vittoriana. 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