{"id":2052,"date":"2010-10-12T21:21:48","date_gmt":"2010-10-12T20:21:48","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=2052"},"modified":"2010-10-12T21:21:48","modified_gmt":"2010-10-12T20:21:48","slug":"i-beni-comuni-tra-realta-e-utopia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=2052","title":{"rendered":"I &#034;beni comuni&#034; tra realt\u00e0 e utopia"},"content":{"rendered":"<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">di <strong>Luigi Cavallaro<\/strong><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">fonte <a href=\"http:\/\/www.economiaepolitica.it\">economiaepolitica<\/a>*<\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">Bisogna essere grati a Toni Negri e Michael Hardt per aver dedicato quest&rsquo;ultima corposa loro fatica al tema del &laquo;comune&raquo;<b>[1]<\/b>. Negli ultimi tempi, infatti, abbiamo assistito al costituirsi di un cospicuo fronte di resistenza intellettuale e popolare intorno alla difesa di taluni &laquo;beni comuni&raquo;, come l&rsquo;acqua o l&rsquo;ambiente, che ha tentato di opporre un argine alla furia privatizzatrice che imperversa nelle societ&agrave; industrializzate da oltre tre decenni. &Egrave; un fronte assai composito per culture politiche d&rsquo;appartenenza, che per&ograve; si riconosce nella convinzione che i &laquo;beni comuni&raquo; rappresenterebbero un <i>tertium genus<\/i> capace di eludere la contrapposizione ritenuta ormai superata tra &laquo;pubblico&raquo; e &laquo;privato&raquo;. &Egrave; dunque benvenuto ogni tentativo di dare a queste rivendicazioni un&rsquo;adeguata sistemazione teorica: testarne la plausibilit&agrave; &egrave; infatti l&rsquo;unico modo per verificare le ragioni (o eventualmente i torti) di quanti sostengono che l&rsquo;opposizione tra pubblico e privato &egrave; ci&ograve; che oggi impedirebbe lo sviluppo di una gestione realmente cooperativa e condivisa dell&rsquo;acqua, del sapere, della salute, dell&rsquo;energia e del patrimonio culturale.<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">Vediamo allora in dettaglio. Con il termine &laquo;comune&raquo;, Negri e Hardt intendono, in primo luogo, &laquo;la ricchezza comune del mondo materiale &ndash; l&rsquo;aria, l&rsquo;acqua, i frutti della terra e tutti i doni della natura &ndash; che nei testi classici del pensiero politico del mondo occidentale &egrave; sovente caratterizzata come l&rsquo;eredit&agrave; di tutta l&rsquo;umanit&agrave; da condividere insieme&raquo;. In questo senso, leggiamo fin dalle prime pagine del ponderoso volume, &laquo;il linguaggio, gli affetti e le espressioni umane sono per la maggior parte comuni&raquo;. C&rsquo;&egrave; per&ograve; un altro significato che Negri e Hardt attribuiscono al &laquo;comune&raquo;: &laquo;Per &ldquo;comune&rdquo; &ndash; essi infatti dicono &ndash; si deve intendere, con maggior precisione, tutto ci&ograve; che si ricava dalla produzione sociale&raquo;.<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">&Egrave; bene precisare che nell&rsquo;equivalenza postulata tra questi due significati si colloca la vera e propria novit&agrave; della riflessione di Negri e Hardt. Tradizionalmente, infatti, con la prima accezione del termine &laquo;comune&raquo; si designano quei beni che i giuristi definiscono come &laquo;liberi&raquo;: non solo perch&eacute; non appartengono a nessuno, ma soprattutto perch&eacute; non sono &ndash; per loro essenza o per vincoli di legge &ndash; suscettibili di appropriazione. L&rsquo;aria che respiriamo o il linguaggio che ci permette di comunicare ne sono gli esempi pi&ugrave; classici.<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">Discorso diverso vale invece per i beni (e naturalmente i servizi) prodotti. Ogni produzione presuppone infatti un processo lavorativo e quest&rsquo;ultimo &ndash; per dirla con Marx &ndash; implica necessariamente una &laquo;appropriazione degli elementi naturali per i bisogni umani&raquo;<b>[2]<\/b>, che a sua volta comporta una preventiva distribuzione dei <i>mezzi di produzione<\/i> secondo dati rapporti sociali e la sussunzione degli individui che lavorano entro specifici <i>rapporti di produzione<\/i>, che concernono sia gli agenti della produzione che i mezzi materiali ad essa occorrenti. E se &egrave; vero che ogni processo lavorativo si avvale di norma di beni che a stretto rigore non sono suscettibili di appropriazione (come l&rsquo;aria o il linguaggio, appunto), non &egrave; meno vero che residua una profonda differenza fra gli uni e gli altri: i beni che sono comuni in quanto &laquo;liberi&raquo; <i>non<\/i> sono infatti producibili mediante il lavoro, al punto che anche quelle trasformazioni che subiscono in dipendenza dell&rsquo;attivit&agrave; umana si inquadrano nella loro &laquo;storia naturale&raquo;; i beni producibili mediante lavoro sono invece oggetto di appropriazione entro specifici rapporti di produzione e possono essere &laquo;comuni&raquo; solo se la forma sociale consustanziale a questi ultimi li rende &laquo;non rivali&raquo; e &laquo;non esclusivi&raquo;, ossia tali che il loro godimento da parte di Tizio non impedisce un analogo godimento da parte di Caio.<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">Evocando Marx abbiamo inteso suggerire che la distinzione appena ricordata ha una lunga tradizione e solide ragioni teoretiche: suo obiettivo precipuo &egrave; di sfuggire a quelle concezioni <i>idealistiche<\/i> del lavoro sociale che ispirano non solo le illusioni umanistiche di quanti vedono il lavoro come &laquo;pura attivit&agrave; creativa&raquo;, ma anche le moderne trattazioni degli economisti neoclassici circa i beni supposti pubblici &laquo;per natura&raquo; (le quali, ben s&rsquo;intende, sono funzionali a sostenere che tutto ci&ograve; che non &egrave; &laquo;naturalmente pubblico&raquo; non deve nemmeno esserlo)<b>[3]<\/b>. Ma se ci&ograve; &egrave; vero, l&rsquo;equivalenza semantica postulata da Negri e Hardt tra i due significati del &laquo;comune&raquo; non pu&ograve; essere assunta in termini descrittivi: occorrerebbe piuttosto un&rsquo;analisi <i>normativa<\/i>, che cio&egrave; dimostrasse che, se cos&igrave; pure &egrave; stato finora, cos&igrave; non deve pi&ugrave; essere.<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">Invano per&ograve; il lettore la ricercherebbe nelle quattrocento e pi&ugrave; pagine del libro. Lungi dallo spiegarci entro quali nuovi rapporti di produzione bisognerebbe concepire l&rsquo;allocazione del processo lavorativo e dei suoi prodotti al fine di spingerci &laquo;oltre il privato e il pubblico&raquo;, Negri e Hardt si limitano infatti a dirci che il carattere &laquo;biopolitico&raquo; del processo lavorativo ha costituito il &laquo;comune&raquo; non solo in quanto forza produttiva, ma anche in quanto &laquo;forma in cui la ricchezza &egrave; prodotta&raquo;: posto che &laquo;il lavoro biopolitico &egrave; sempre pi&ugrave; autonomo&raquo; dal capitale e dallo stato, ci sarebbe solo bisogno di lottare in difesa della &laquo;libert&agrave; della forza lavoro biopolitica&raquo; (assicurandole &laquo;un reddito minimo garantito su scala nazionale o globale&raquo;) e di assicurare alle popolazioni mondiali &laquo;le infrastrutture materiali&raquo; di cui sono ancora prive, a cominciare da una &laquo;piattaforma fisica (che permetta l&rsquo;accesso alle reti comunicative in connessione cablata e senza fili)&raquo; per proseguire con quella &laquo;logica (protocolli e codici sorgente aperti)&raquo; e un&rsquo;altra &laquo;ricca di contenuti (le opere e le ricerche scientifiche, intellettuali e culturali)&raquo;.<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">Sennonch&eacute;, ci&ograve; equivale a presupporre quel che invece bisognerebbe dimostrare. L&rsquo;&laquo;autonomia&raquo; attiene infatti alle <i>modalit&agrave;<\/i> dell&rsquo;attivit&agrave; lavorativa e di per s&eacute; non pu&ograve; dirci nulla in merito alla <i>forma<\/i> che assume il suo prodotto. L&rsquo;autonomia rilevantissima di cui gode ogni dirigente d&rsquo;impresa, ad esempio, non impedisce di qualificare il prodotto del suo lavoro come una <i>merce<\/i>, cos&igrave; come l&rsquo;autonomia di cui gode un dirigente pubblico non osta al riconoscimento della differente forma ch&rsquo;&egrave; propria del prodotto della sua attivit&agrave;. Lo stesso vale per il carattere &laquo;comune&raquo;, cio&egrave; <i>sociale<\/i>, del processo lavorativo, che non a caso Marx riconosceva come tipico dell&rsquo;industria capitalistica e noi possiamo ben riferire anche al lavoro alle dipendenze del settore pubblico. Del resto, se lo stesso Marx parlava di un &laquo;comunismo dei capitalisti&raquo; in relazione al processo che conduce alla spartizione della massa del plusvalore e alla genesi del profitto medio<b>[4]<\/b>, non potremmo noi analogamente evocare un &laquo;comunismo dei pubblici poteri&raquo; per riferirci al modo in cui questi ultimi hanno consentito effettivamente di rendere taluni beni e servizi non escludibili e non rivali? A cos&rsquo;altro dovremmo riferire quel che Negri e Hardt chiamano &laquo;il comune che funge da base della produzione biopolitica&raquo; e che denunciano essere oggetto delle strategie acquisitive del capitalismo? Lo &laquo;smantellamento delle istituzioni della pubblica istruzione&raquo;, la &laquo;privatizzazione dell&rsquo;educazione primaria e la drastica riduzione dei finanziamenti alla scuola secondaria&raquo; non rimandano forse alla distruzione di quella forma di &laquo;comunismo&raquo; che abbiamo sperimentato grazie all&rsquo;attivit&agrave; economica dei pubblici poteri?<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">Non crediamo di sbagliare se diciamo che l&rsquo;assimilazione tipicamente sessantottina tra capitalismo e socialismo faccia qui velo (ed &egrave; un velo assai spesso) alla riflessione di Negri e Hardt. Sostenere che &laquo;il &ldquo;socialismo reale&rdquo; &egrave; stato una straordinaria macchina dell&rsquo;accumulazione capitalistica&raquo;, che si sarebbe avvalso di &laquo;alcuni strumenti di ispirazione keynesiana che le potenze capitalistiche avevano adottato solo nei momenti delle crisi cicliche&raquo;, significa non solo ignorare che fu Keynes a ispirarsi all&rsquo;Urss nell&rsquo;elaborazione della <i>General Theory<\/i> (e non i bolscevichi a copiarlo)<b>[5]<\/b>, ma soprattutto fraintendere completamente il significato della &laquo;rivoluzione keynesiana&raquo;: la quale appunto muove dal convincimento che lo sviluppo delle nostre societ&agrave; ha fatto sorgere taluni bisogni (come la &laquo;programmazione urbanistica&raquo; o la &laquo;conservazione dell&rsquo;ambiente naturale&raquo;, per ripetere due suoi esempi) tali che &laquo;&egrave; impossibile per l&rsquo;individuo, anche se lo volesse, intraprendere le iniziative opportune&raquo; per soddisfarli: anzi, &laquo;anche se egli si imbarcasse in tali imprese, non sarebbe assolutamente in grado di raccoglierne i benefici&raquo;. Solo &laquo;se fossero adottati e impiegati forti poteri di direzione centrale, enormi vantaggi potrebbero riversarsi sull&rsquo;intera comunit&agrave;<b>&raquo;[6].<\/b><o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">Si pu&ograve; aggiungere che attribuire al &laquo;lavoro biopolitico&raquo; la capacit&agrave; di produrre cooperazione in modo &laquo;autonomo&raquo; rischia di mettere capo ad un&rsquo;apologia di quelle collaborazioni coordinate e continuative che il ministro Sacconi ha assunto come archetipo per la riscrittura dello Statuto dei lavoratori. &Egrave; infatti evidente che codesta autonomia pu&ograve; essere facilmente declinata nell&rsquo;utopia di una societ&agrave; di &laquo;liberi produttori indipendenti&raquo;, che ricalcherebbe di fatto la visione walrasiana del perfetto mercato concorrenziale: non &egrave; certo un caso se Aldo Bonomi, che per primo ha scritto sul &laquo;trionfo della moltitudine&raquo;<b>[7]<\/b>, &egrave; approdato infine a vestire i panni dell&rsquo;aedo della piccola impresa e del lavoro autonomo sulle rosee pagine del quotidiano di Confindustria.<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">Specularmente, se volessimo prendere sul serio le &laquo;riforme&raquo; sollecitate da Negri e Hardt, &egrave; facile concludere che implicherebbero la nazionalizzazione di buona parte dell&rsquo;apparato produttivo<b>[8]<\/b>: si tratterebbe infatti o di piegare le dotazioni industriali gi&agrave; esistenti a logiche di funzionamento non capitalistiche, oppure di organizzare la produzione per l&rsquo;esportazione in modo da ottenere i necessari trasferimenti di tecnologia dall&rsquo;estero (giusto alla maniera del primo piano quinquennale sovietico).<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; text-align: justify\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">Va da s&eacute; che nell&rsquo;una come nell&rsquo;altra ipotesi non saremmo affatto &laquo;oltre il privato e il pubblico&raquo;, come pretendono Negri, Hardt e altri teorici dei &laquo;beni comuni&raquo;<b>[9]<\/b>, ma saldamente all&rsquo;interno dell&rsquo;uno o dell&rsquo;altro: del mercato o dello stato, per chiamare le cose col loro nome. Sovvengono al riguardo le lucide parole di P. J. D. Wiles: &laquo;quelli che desiderano de-stalinizzare un particolare tipo di attivit&agrave; economiche devono lasciarle al libero mercato, come hanno scoperto gli jugoslavi; cos&igrave; come coloro che disdegnano le leggi della domanda e dell&rsquo;offerta devono stalinizzare i settori che desiderano riformare. Non c&rsquo;&egrave; una terza via. L&rsquo;economia nel suo insieme pu&ograve; essere mista, ma ogni singola attivit&agrave; dev&rsquo;essere l&rsquo;una cosa o l&rsquo;altra. La funzione della vasta burocrazia economica staliniana &egrave; di fare amministrativamente ci&ograve; che il mercato fa automaticamente; o il consumatore e il profitto dicono al produttore cosa fare (con o senza l&rsquo;aiuto della concorrenza tra produttori) o glielo dice il pianificatore centrale. La ripartizione delle risorse &egrave; fatta alla periferia o al centro, col mercato o senza. Queste ultime (quattro) parole mostrano che la dicotomia, economia di comando o mercato, &egrave; da un punto di vista logico esauriente&raquo;<b>[10]<\/b>. E se il vero radicalismo stesse piuttosto nel riconoscere che sono ancora questi i termini dell&rsquo;alternativa?<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">&nbsp;<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal\"><span style=\"mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font size=\"3\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">&nbsp;<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/font><\/span><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 6pt; line-height: normal; mso-outline-level: 6\"><b><span style=\"font-size: 9pt; mso-bidi-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-font-family: 'times new roman'; mso-fareast-language: it\"><font color=\"#000000\"><font face=\"Calibri\">*Une versione ridotta di questo articolo &egrave; apparsa su <i>Alias<\/i> del 9 ottobre 2010.<br \/>\n\t[1]Michael Hardt, Antonio Negri, <i>Comune. Oltre il privato e il pubblico<\/i>, Milano, Rizzoli, 2010.<br \/>\n\t[2] Karl Marx, <i>Il capitale. Critica dell&rsquo;economia politica<\/i>, libro I, Roma, Editori Riuniti, 1989, p. 218.<br \/>\n\t[3] Per la verit&agrave;, i neoclassici pi&ugrave; consequenziali giungono perfino a negare che vi siano beni pubblici di tal fatta: si veda sul punto Ronald H. Coase, <i>Il faro nell&rsquo;economia<\/i>, in Id., <i>Impresa, mercato e diritto<\/i>, Bologna, il Mulino, 2006, pp. 291-317 (dove anche una rassegna critica della posizione tradizionale).<br \/>\n\t[4] Si veda la lettera a Engels del 30 aprile 1868, in <i>Carteggio Marx-Engels<\/i>, V, Roma, Edizioni Rinascita, 1951, p. 184. Considerazioni analoghe in K. Marx, <i>Storia dell&rsquo;economia politica. Teorie sul plusvalore<\/i> III, Roma, Editori Riuniti, 1993, p. 82.<br \/>\n\t[5] Sia consentito sul punto il rinvio a Giorgio Lunghini, Luigi Cavallaro, <i>Prefazione<\/i> a John Maynard Keynes, <i>Laissez faire e comunismo<\/i>, Roma, DeriveApprodi, 2010.<br \/>\n\t[6] J. M. Keynes, <i>La pianificazione statale<\/i>, in Id., <i>Come uscire dalla crisi<\/i>, a cura di P. Sabbatini, Roma-Bari, Laterza, 2001, p. 64.<br \/>\n\t[7] Aldo Bonomi, <i>Il trionfo della moltitudine. Forme e conflitti della societ&agrave; che viene<\/i>, Torino, Bollati Boringhieri, 1996. In effetti, quando si legge che i comportamenti della moltitudine obbediscono alla &laquo;logica delle associazioni corpuscolari&raquo; (M. Hardt, A. Negri, <i>Comune<\/i>, cit., p. 53), riesce davvero difficile non pensare a Walras.<br \/>\n\t[8] Del resto, anche Walras sostenne posizioni eterodosse in materia di propriet&agrave; dei mezzi di produzione: cfr. L&eacute;on Walras, <i>Studi di economia sociale<\/i>, a cura di A. Salsano, Roma, Archivio Guido Izzi, vol. II, 1993.<br \/>\n\t[9] Emblematico, al riguardo, l&rsquo;impasse cui pervengono le ricerche pi&ugrave; recenti di Elinor Ostrom, insignita lo scorso anno del premio Nobel per l&rsquo;economia. Si veda sul punto Emiliano Brancaccio, <i>La crisi del pensiero unico<\/i>, Milano, Franco Angeli, 2010, pp. 194-197.<br \/>\n\t[10] P. J. D. Wiles, <i>Economia politica del comunismo<\/i>, Torino, UTET, 1969, p. 22.<o:p><\/o:p><\/font><\/font><\/span><\/b><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\" style=\"margin: 0cm 0cm 10pt\"><span style=\"font-size: 9pt; line-height: 115%\"><o:p><font color=\"#000000\" face=\"Calibri\">&nbsp;<\/font><\/o:p><\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Luigi Cavallaro fonte economiaepolitica* Bisogna essere grati a Toni Negri e Michael Hardt per aver dedicato quest&rsquo;ultima corposa loro fatica al tema del &laquo;comune&raquo;[1]. 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