{"id":209,"date":"2009-08-07T11:43:17","date_gmt":"2009-08-07T09:43:17","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=209"},"modified":"2009-08-07T11:43:17","modified_gmt":"2009-08-07T09:43:17","slug":"la-scuola-ha-smesso-di-insegnare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=209","title":{"rendered":"La scuola ha smesso di insegnare"},"content":{"rendered":"<p>di Luca Ricolfi 23\/07\/2009<\/p>\n<p>Fonte <a href=\"http:\/\/www.Lastampa.it\">La stampa<\/a><\/p>\n<p>Sulla scuola e l&rsquo;universit&agrave; ognuno ha le sue idee, pi&ugrave; o meno progressiste, pi&ugrave; o meno laiche, pi&ugrave; o meno nostalgiche. C&rsquo;&egrave; un limite, per&ograve;, oltre il quale le ideologie e le convinzioni di ciascuno di noi dovrebbero fermarsi in rispettoso silenzio: quel limite &egrave; costituito dalla nuda realt&agrave; dei fatti, dalla constatazione del punto cui le cose sono arrivate. Quale che sia l&rsquo;utopia che ciascuno di noi pu&ograve; avere in testa, la realt&agrave; com&rsquo;&egrave; dovrebbe costituire un punto di partenza condiviso, da accettare o combattere certo, ma che dovremmo sforzarci di vedere per quello che &egrave;, anzich&eacute; ostinarci a travestire con i nostri sogni.<\/p>\n<p>Queste cose pensavo in questi giorni, assistendo all&rsquo;ennesimo dibattito pubblico su scuola e universit&agrave;, bocciature e cultura del &rsquo;68, un dibattito dove &#8211; nonostante alcune voci fuori dal coro &#8211; la nuda realt&agrave; stenta a farsi vedere per quella che &egrave;. La nuda realt&agrave; io la vedo scorrere da decenni nel mio lavoro di docente universitario, la ascolto nei racconti di colleghi e insegnanti, la constato nei giovani che laureiamo, la ritrovo nelle ricerche nazionali e internazionali sui livelli di apprendimento, negli studi sul mercato del lavoro. Eppure quella realt&agrave; non si pu&ograve; dire, &egrave; politicamente scorretta, appena la pronunci suscita un vespaio di proteste indignate, un coro di dotte precisazioni, una rivolta di sensibilit&agrave; offese.<\/p>\n<p>Io vorrei dirla lo stesso, per&ograve;. La realt&agrave; &egrave; che la maggior parte dei giovani che escono dalla scuola e dall&rsquo;universit&agrave; &egrave; sostanzialmente priva delle pi&ugrave; elementari conoscenze e capacit&agrave; che un tempo scuola e universit&agrave; fornivano.<\/p>\n<p>Non hanno perso solo la capacit&agrave; di esprimersi correttamente per iscritto. Hanno perso l&rsquo;arte della parola, ovvero la capacit&agrave; di fare un discorso articolato, comprensibile, che accresca le conoscenze di chi ascolta. Hanno perso la capacit&agrave; di concentrarsi, di soffrire su un problema difficile. Fanno continuamente errori logici e semantici, perch&eacute; credono che i concetti siano vaghi e intercambiabili, che un segmento sia un &laquo;bastoncino&raquo; (per usare un efficace esempio del matematico Lucio Russo). Banalizzano tutto quello che non riescono a capire.<\/p>\n<p>Sovente incapaci di autovalutazione, esprimono sincero stupore se un docente li mette di fronte alla loro ignoranza. Sono allenati a superare test ed eseguire istruzioni, ma non a padroneggiare una materia, una disciplina, un campo del sapere. Dimenticano in pochissimi anni tutto quello che hanno imparato in ambito matematico-scientifico (e infatti l&rsquo;universit&agrave; &egrave; costretta a fare corsi di &laquo;azzeramento&raquo; per rispiegare concetti matematici che si apprendono a 12 anni). A un anno da un esame, non ricordano praticamente nulla di quel che sapevano al momento di sostenerlo. Sono convinti che tutto si possa trovare su internet e quasi nulla debba essere conosciuto a memoria (una delle idee pi&ugrave; catastrofiche di questi anni, anche perch&eacute; &egrave; la nostra memoria, la nostra organizzazione mentale, il primo serbatoio della creativit&agrave;).<\/p>\n<p>Certo, in mezzo a questa Caporetto cognitiva ci sono anche delle capacit&agrave; nuove: un ragazzo di oggi, forse proprio perch&eacute; non &egrave; capace di concentrazione, riesce a fare (quasi) contemporaneamente cinque o sei cose. Capisce al volo come far funzionare un nuovo oggetto tecnologico (ma non ha la minima idea di come sia fatto &laquo;dentro&raquo;). Si muove come un dio nel mare magnum della rete (ma spesso non riconosce le bufale, n&eacute; le informazioni-spazzatura). Usa il bancomat, manda messaggini, sa fare un biglietto elettronico, una prenotazione via internet. Scarica musica e masterizza cd. Gira il mondo, ha estrema facilit&agrave; nelle relazioni e nella vita di gruppo. &Egrave; rapido, collega e associa al volo. Impara in fretta, copia e incolla a velocit&agrave; vertiginosa.<\/p>\n<p>Per&ograve; il punto non &egrave; se siano pi&ugrave; le capacit&agrave; perse o quelle acquisite, il punto &egrave; se quel che si &egrave; perso sia tutto sommato poco importante come tanti pedagogisti ritengono, o sia invece un gravissimo handicap, che pesa come una zavorra e una condanna sulle giovani generazioni. Io penso che sia un tragico handicap, di cui per&ograve; non sono certo responsabili i giovani. I giovani possono essere rimproverati soltanto di essersi cos&igrave; facilmente lasciati ingannare (e adulare!) da una generazione di adulti che ha finto di aiutarli, di comprenderli, di amarli, ma in realt&agrave; ha preparato per loro una condizione di dipendenza e, spesso, di infelicit&agrave; e disorientamento.<\/p>\n<p>La generazione che ha oggi fra 50 e 70 anni ha la responsabilit&agrave; di aver allevato una generazione di ragazzi cui, nei limiti delle possibilit&agrave; economiche di ogni famiglia, nulla &egrave; stato negato, pochissimo &egrave; stato richiesto, nessuna vera frustrazione &egrave; mai stata inflitta. Una generazione cui, a forza di generosi aiuti e sostegni di ogni genere e specie, &egrave; stato fatto credere di possedere un&rsquo;istruzione, l&agrave; dove in troppi casi esisteva solo un&rsquo;allegra infarinatura. Ora la realt&agrave; presenta il conto. Chi ha avuto una buona istruzione spesso (non sempre) ce la fa, chi non l&rsquo;ha avuta ce la fa solo se figlio di genitori ricchi, potenti o ben introdotti. Per tutti gli altri si aprono solo due strade: accettare i lavori, per lo pi&ugrave; manuali, che oggi attirano solo gli immigrati, o iniziare un lungo percorso di lavoretti non manuali ma precari, sotto l&rsquo;ombrello protettivo di quegli stessi genitori che per decenni hanno festeggiato la fine della scuola di &eacute;lite.<\/p>\n<p>Un vero paradosso della storia. Partita con l&rsquo;idea di includere le masse fino allora escluse dall&rsquo;istruzione, la generazione del &rsquo;68 ha dato scacco matto proprio a coloro che diceva di voler aiutare. Gi&agrave;, perch&eacute; la scuola facile si &egrave; ritorta innanzitutto contro coloro cui doveva servire: un sottile razzismo di classe deve avere fatto pensare a tanti intellettuali e politici che le &laquo;masse popolari&raquo; non fossero all&rsquo;altezza di una formazione vera, senza rendersi conto che la scuola senza qualit&agrave; che i loro pregiudizi hanno contribuito ad edificare avrebbe punito innanzitutto i pi&ugrave; deboli, coloro per i quali una scuola che fa sul serio &egrave; una delle poche chance di promozione sociale.<\/p>\n<p>Forse, a questo punto, pi&ugrave; che dividerci sull&rsquo;opportunit&agrave; o meno di bocciare alla maturit&agrave;, quel che dovremmo chiederci &egrave; se non sia il caso di ricominciare &#8211; dalla prima elementare! &#8211; a insegnare qualcosa che a poco a poco, diciamo in una ventina d&rsquo;anni, risollevi i nostri figli dal baratro cognitivo in cui li abbiamo precipitati.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Luca Ricolfi 23\/07\/2009 Fonte La stampa Sulla scuola e l&rsquo;universit&agrave; ognuno ha le sue idee, pi&ugrave; o meno progressiste, pi&ugrave; o meno laiche, pi&ugrave; o meno nostalgiche. 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