{"id":24728,"date":"2016-10-29T10:03:42","date_gmt":"2016-10-29T08:03:42","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=24728"},"modified":"2016-10-28T14:31:15","modified_gmt":"2016-10-28T12:31:15","slug":"lindustria-italiana-e-il-capitalismo-globale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=24728","title":{"rendered":"L&#8217;industria italiana e il capitalismo globale"},"content":{"rendered":"<p><strong>di CONFLITTI E STRATEGIE (Mauro Tozzato)<\/strong><\/p>\n<p>Sul Sole 24 ore del 11.10.2016 Paolo Pombeni ha scritto un articolo che vorrebbe dire qualcosa sul tema dell\u2019\u201dinteresse nazionale\u201d. Nella seconda parte dell\u2019intervento il noto politologo introduce delle osservazioni forse non del tutto banali anche se non condivisibili:<\/p>\n<p>&lt;&lt; Max Weber per descrivere una nazione d\u00e0 una definizione che troviamo molto bella: \u00e8 una \u201ccomunit\u00e0 di destini\u201d. \u00c8 qui che ritroviamo le due parole chiave, per quanto usurate dalla retorica e troppo spesso strumentalizzate, con cui riassumere che cosa si intende in senso forte per interesse nazionale. Da un lato la nozione che deve crescere il senso di appartenenza a una comunit\u00e0, a dispetto di quelli che pensano di demistificare la cosa ricordando che \u00e8 arduo considerare tale un corpo dove stanno insieme soggetti che hanno posizioni personali, interessi e idee che non sono automaticamente coincidenti. Ma \u00e8 qui che si salda l\u2019altro termine della definizione, il \u201cdestino\u201d che inevitabilmente lega i membri della comunit\u00e0, i quali non dovrebbero illudersi che sia possibile che una parte si salvi a scapito delle altre. &gt;&gt;<\/p>\n<p>Ma se la \u201ccomunit\u00e0\u201d \u2013 intesa come condivisione di interessi per tutte le componenti del \u201cpopolo\u201d nel tipo di formazione sociale nella quale ci troviamo a vivere \u2013 risulta per forza del tutto illusoria, come viene riconosciuto anche dallo stesso professore, quale \u201cformula magica\u201d potrebbe mai evocare un problematico e vago \u201cdestino\u201d della \u201cnazione\u201d intesa, quest\u2019ultima, come un solo soggetto unitario e omogeneo ? L\u2019unica soluzione sarebbe quella di riproporre quella democrazia identitaria della quale parla Carl Schmitt e che \u00e8 stata analizzata, in un brillante saggio, da Gaetano Azzariti. Ma l\u2019editorialista, pi\u00f9 modestamente, specifica che in fondo si tratta di riconoscere che \u201csiamo tutti sulla stessa barca\u201d, nonostante che in fondo sia molto difficile rendersene conto, anche perch\u00e9 l\u2019elemento che pu\u00f2 portare veramente all\u2019aggregazione di pi\u00f9 gruppi e\/o persone rimane sempre quello che nasce dall\u2019identificazione di un \u201cnemico comune\u201d e che, per questo motivo, ci pu\u00f2 costringere a diventare, almeno momentaneamente, alleati.<\/p>\n<p>Secondo Pombeni \u00e8 necessario evitare assolutamente che si arrivi a uno \u201cscontro\u201d che \u201calla fine coinvolga e travolga tutto: l\u2019economia, la societ\u00e0, la cultura\u201d. Ma \u00e8 proprio un \u201ccampo di battaglia fra fazioni in lotta\u201d che \u00e8 destinato a diventare ogni sistema-paese il quale, con l\u2019avanzare e l\u2019accentuarsi della fase multipolare, non voglia rinunciare ad ogni tipo di politica autonoma e indipendente, all\u2019interno del conflitto tra le maggiori potenze. L\u2019altra alternativa \u00e8 quella che sta sempre pi\u00f9 prevalendo in Italia e che consiste nel perseguimento di una politica di sempre maggiore \u201cservilismo\u201d nei confronti della superpotenza egemone.<\/p>\n<p>In un altro articolo del Sole 24 ore, scritto da Paolo Bricco il 14.10.2016, si parla della situazione disastrosa della grande industria in Italia che rischierebbe ulteriori contraccolpi a causa di alcune tendenze in atto. I \u201ctre fuochi internazionali\u201d che potrebbero rimodellare ci\u00f2 che resta della grande industria italiana sarebbero<\/p>\n<p>&lt;&lt; il nuovo gigantismo del capitalismo internazionale (una tendenza che fa luce sulle ipotesi di accorpamento fra Leonardo-Finmeccanica e Airbus), le ibridazioni fra settori fino a pochi anni fa del tutto distinti (l\u2019ipotesi di Samsung per Magneti Marelli) e le asimmetrie fiscali che generano nomadismo societario (per esempio, la galassia Agnelli-Elkann). A tutto ci\u00f2 va aggiunto un fenotipo del nostro capitalismo, una caratteristica della sua natura: l\u2019identificazione dell\u2019impresa con il fondatore (1) \u2013 come Esselunga \u2013 che pone problemi non irrilevanti. Tutto questo sta accadendo al ritmo sincopato della recessione.&gt;&gt;<\/p>\n<p>Alcuni dati statistici danno l\u2019idea della difficile situazione delle grande imprese italiane anche confrontandole solo con la situazione europea:<\/p>\n<p>&lt;&lt; La dimensione media \u00e8 minore. Il valore medio della produzione \u2013 calcolato sui bilanci del 2014 \u2013 \u00e8 per le aziende italiane pari a circa 3 miliardi di euro, contro i 3,5 miliardi di euro del resto del campione. Considerando la sola manifattura, il valore medio italiano si avvicina ai 2,5 miliardi di euro, a fronte dei circa 3 miliardi di euro delle altre imprese europee. Dunque, siamo pi\u00f9 piccoli. Il grado di patrimonializzazione, calcolato come patrimonio netto in percentuale dell\u2019attivo, \u00e8 uguale al 30% nel caso italiano, a fronte del 35% delle altre realt\u00e0 europee. Nella sola manifattura, il divario si riduce: 31%, contro 33 per cento. In ogni caso, siamo meno patrimonializzati. &gt;&gt;<\/p>\n<p>Bricco ricorda ancora che la base manifatturiera italiana \u00e8 mutata profondamente rispetto al Novecento; un\u2019epoca, da lui evocata con evidente rimpianto, in cui la grande impresa aveva la \u201cgamba pubblica\u201d dell\u2019Iri di Alberto Beneduce e la \u201cgamba privata\u201d delle famiglie storiche del nostro capitalismo \u2013 dagli Agnelli ai Pirelli, dagli Olivetti ai Rivetti, dai Falck ai Marzotto \u2013 assistite dalle \u201cidee illuministiche\u201d di Raffaele Mattioli e guidate dalle \u201cvisioni mercuriali\u201d di Enrico Cuccia. Le statistiche dimostrerebbero anche la diminuzione del numero di imprese con pi\u00f9 di mille dipendenti, a partire dalla fine degli anni ottanta del novecento, con un conseguente forte calo dell\u2019occupazione nelle medesime. Tutto questo sarebbe stato preparato, nel periodo precedente, \u201cdalla ritirata del modello Iri-Mediobanca\u201d. Un punto sul quale l\u2019autore dell\u2019articolo insiste \u00e8, comunque, quello che, nella nostra prospettiva, potremmo definire come un salto nel processo di \u201ccentralizzazione\u201d capitalistico a livello globale il quale, come sempre, si accentua nei periodi di crisi. Si tratterebbe della<\/p>\n<p>&lt;&lt; tendenza internazionale a un nuovo gigantismo, spiegata da Adrian Wooldridge sul penultimo numero dell\u2019Economist. Questa tendenza delinea bene lo scenario in cui si collocano i ripetuti rumours su Leonardo-Finmeccanica e Airbus. La decostruzione e la ricostruzione del capitalismo internazionale sono basate su due fenomeni complementari: le Global Value Chains (2), le infrastrutture materiali e immateriali su cui corrono beni e servizi e attraverso cui sono state rimodulate e condivise le funzioni, e i Global Production Networks, che presiedono ai processi di spezzettamento e di condensazione delle fasi produttive. In un simile contesto, in alcuni settori a forte caratura oligopolistica si stanno raggiungendo nuovi equilibri che portano alla costruzione di nuovi aggregati, in grado di funzionare con un minore impiego di capitali. E\u2019 quello che, sotto il profilo strategico, sta dietro alle ipotesi su Leonardo Finmeccanica-Airbus.&gt;&gt;<\/p>\n<p>Riguardo concetti come quello di \u201ccatene globali di valore\u201d e di \u201creti di produzione globali\u201d non sono sufficientemente informato per parlarne in questa sede; posso solo osservare che si tratta, probabilmente, di problematiche che riguardano sempre la dimensione tecnico-organizzativa dell\u2019impresa. Naturalmente quando parliamo di \u201corganizzazione\u201d non intendiamo solo quella relativa ai processi di lavoro ma anche quella di tipo \u201caziendale\u201d \u2013 che concerne i rapporti tra i vari dipartimenti dell\u2019impresa e di questi con l\u2019ambiente socio-economico circostante (fornitori, clienti, concorrenti, ecc.) \u2013 che pu\u00f2 essere finalizzata, seppure limitatamente al livello economico-finanziario, anche a certi obiettivi di tipo \u201cstrategico\u201d.<\/p>\n<p>La Grassa, a questo proposito, ha comunque sempre messo in evidenza come le innovazioni tecnico-organizzative si trovino a essere collocate in una posizione subordinata rispetto a quelle di prodotto. Non si esce dalle grandi \u201ccrisi epocali\u201d che periodicamente colpiscono il sistema capitalistico solamente con un aumento dell\u2019intensit\u00e0 del lavoro (tempi, ritmi) e della forza produttiva del medesimo (innovazioni tecniche di processo) \u2013 seppure questi aspetti rivestano comunque una certa importanza \u2013 ma soltanto attraverso un coordinamento politico interstatale da parte di un \u201ccentro\u201d e lo sviluppo di nuovi rami di attivit\u00e0 delle imprese collegati a prodotti e a bisogni del tutto inediti. Per quanto riguarda il \u201cgigantismo\u201d di cui parla l\u2019editorialista possiamo qui fare riferimento ad un breve passo tratto da uno dei tanti saggi che La Grassa ha scritto su questi temi:<\/p>\n<p>&lt;&lt;In definitiva, lo sfruttamento \u2013 implicante esclusivamente, secondo l\u2019impostazione del marxismo, l\u2019appropriazione del tempo di pluslavoro da parte del capitalista \u2013 non riguarda n\u00e9 la circolazione mercantile n\u00e9 il processo di lavoro. Nella prima si possono sviluppare diversi rapporti di forza ma, in assenza di \u201cattriti\u201d, nella circolazione in se stessa considerata non \u00e8 implicato alcuno sfruttamento; il pluslavoro (in forma di valore) vi si realizza semplicemente, non si forma. Si \u00e8 cercato di fare indebiti ragionamenti in merito al regime di mono(oligo)polio, ma non funzionano. In ogni caso, si ha redistribuzione del plusvalore tra capitalisti, il mercato (in ogni suo \u201cregime\u201d) serve solo alla realizzazione.<\/p>\n<p>Ovviamente, lascio adesso correre le superficialit\u00e0 dette in merito al monopolio come affievolimento della concorrenza, come possibilit\u00e0 di accordo fra pochi a danno dell\u2019intera societ\u00e0 dei non monopolisti; tutte considerazioni in voga durante l\u2019epoca di monocentrismo nel campo detto capitalistico (in opposizione all\u2019altro polo pensato quale antagonista \u201csocialistico\u201d), ormai spazzate via nella nuova epoca storica in cui siamo entrati. Ricordo solo che Lenin aveva molto ben intuito come il monopolio fosse una concorrenza portata ad un ancora pi\u00f9 elevato grado di acutezza, con il pieno intervento degli Stati a trasformarla in conflitto tra potenze per le sfere d\u2019influenza nel mondo intero [corsivo mio. N.d.r.].&gt;&gt;<\/p>\n<p>Bricco conclude, infine, il suo articolo con un tono comprensibilmente pessimistico alludendo &lt;&lt;alla \u201cpiccola\u201d Italia. La quale, appunto, \u00e8 \u2013 al di l\u00e0 dei singoli casi aziendali e al di l\u00e0 delle molteplici ragioni strutturali \u2013 sempre pi\u00f9 piccola.&gt;&gt;<\/p>\n<p>(1)Si fa qui riferimento a Bernardo Caprotti, scomparso lo scorso 30 settembre, e riguardo al quale riportiamo questo brano da internet scritto subito dopo la sua morte:<\/p>\n<p>&lt;&lt;Con Caprotti se ne va il pioniere della grande distribuzione in Italia. Nato nel 1925 (avrebbe compiuto gli anni il prossimo 7 ottobre), era figlio di un imprenditore del settore tessile. Terminati gli studi in legge, nel 1951 il padre lo manda negli Stati Uniti per fare esperienza nell\u2019industria del cotone e della meccanica tessile. Ma al ritorno, dopo un periodo passato alla guida dell\u2019azienda familiare per la morte del genitore, nel 1957 ha l\u2019occasione che gli cambier\u00e0 la vita: investe nella prima societ\u00e0 fondata in Italia con l\u2019obiettivo di realizzare supermercati, che vede come socio principale il miliardario americano Nelson Rockfeller. Fino al 1965, rimane alla guida della sua azienda tessile, ma con l\u2019uscita di scena dell\u2019impreditore statunitense rileva l\u2019intero pacchetto azionario e si dedica a tempo pieno alla nuova attivit\u00e0. Da allora, lo sviluppo di Esselunga non si \u00e8 mai fermato. Se Milano rimane il suo quartier generale, la societ\u00e0 si aspande fino agli attuali 150 punti vendita, presenti soprattutto nel nord e centro Italia, e 22mila dipendenti. Con una quota di mercato attorno al 9,7 per cento, a fine 2015 il fatturato complessivo ha superato i 7 miliardi di euro.<\/p>\n<p>Oltre a una grande capacit\u00e0 di lavoro, Caprotti ha sempre messo una cura maniacale nell\u2019organizzazione dei suoi supermercati fino a controllare personalmente la disposizione dei prodotti sugli scaffali. Con tanto di ispezioni a sorpresa, regolarmente il sabato mattina, il momento in cui si concentra il maggior numero di clienti. Dotato di una forte personalit\u00e0, Caprotti passer\u00e0 alla storia non solo per i suoi successi imprenditoriali, ma anche per i suoi scontri sia all\u2019interno della sua famiglia sia con i rivali storici della Coop. In entrambi i casi, la vicenda \u00e8 finita nella aule di giustizia. I figli del primo matrimonio, Giuseppe e Violetta, hanno fatto causa per riavere le quote di Esselunga che il padre aveva prima loro assegnato e poi revocato.<\/p>\n<p>Il figli hanno perso in Cassazione, ma hanno presentato un nuovo ricorso. Contro la Coop, Caprotti scrisse un libro \u201cFalce e Carrello\u201d, in cui accusava il colosso delle cooperative \u201crosse\u201d di aver ostacolato il suo sviluppo commerciale in alcune regioni italiane. Querelato, fu condannato a sei mesi per diffamazione, ma almeno in un caso l\u2019Antitrust gli ha dato ragione. Solo negli ultimi mesi, \u00e8 stato avviato un progetto di cessione di Esselunga: due settimane fa la banca americana Citigroup \u00e8 stata incaricata di svolgere un ruolo di consulenza per scegliere il compratore. I funerali si terranno luned\u00ec, in forma strettamente privata.&gt;&gt;<\/p>\n<p>(2) \u201c\u00c8 il processo organizzativo del lavoro \u2013 figlio della globalizzazione e della riduzione \u201cfisica\u201d e \u201cvirtuale\u201d delle distanze geografiche \u2013 in base al quale le singole fasi della filiera di produzione vengono parcellizzate e svolte da fornitori e reti di imprese sparse in diversi Paesi in base alla convenienza economica e al grado di competenza e specializzazione delle diverse aziende coinvolte. Dalla concezione del prodotto alla vendita diretta al consumatore, tutte le fasi intermedie si possono coinvolgere in un network di imprese dislocate in diversi paesi\u201d [dal Sole 24 ore online]. Oppure, senza la parola \u201cglobal\u201d: \u00abprocesso tramite il quale la tecnologia \u00e8 unita con le risorse materiali e con il lavoro, i semilavorati sono trattati, assemblati, portati sul mercato e distribuiti. Una singola impresa pu\u00f2 svolgere soltanto un anello in questo processo o pu\u00f2 essere integrata verticalmente\u00bb (Kogut, 1985 p.15).<\/p>\n<p><strong>Fonte<\/strong>:<a href=\"http:\/\/www.conflittiestrategie.it\/lindustria-italiana-e-il-capitalismo-globale\">http:\/\/www.conflittiestrategie.it\/lindustria-italiana-e-il-capitalismo-globale<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di CONFLITTI E STRATEGIE (Mauro Tozzato) Sul Sole 24 ore del 11.10.2016 Paolo Pombeni ha scritto un articolo che vorrebbe dire qualcosa sul tema dell\u2019\u201dinteresse nazionale\u201d. 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