{"id":24870,"date":"2016-10-31T11:21:31","date_gmt":"2016-10-31T10:21:31","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=24870"},"modified":"2016-10-31T11:21:31","modified_gmt":"2016-10-31T10:21:31","slug":"la-sinistra-sdentata-recensione-al-nuovo-libro-di-barba-e-pivetti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=24870","title":{"rendered":"La sinistra sdentata &#8211; Recensione al nuovo libro di Barba e Pivetti"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><strong>di SERGIO CESARATTO<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Il tradimento della sinistra<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il <a href=\"http:\/\/www.imprimatureditore.it\/index.php\/2016\/09\/13\/la-scomparsa-della-sinistra-in-europa\/\">volume<\/a> di Aldo Barba e Massimo Pivetti \u00e8 di gran lunga la pi\u00f9 importante provocazione intellettuale alla sinistra degli ultimi anni. Pivetti, il pi\u00f9 senior della coppia e ben noto economista eterodosso (con fondamentali contributi di analisi economica), non \u00e8 certo nuovo a queste provocazioni, tanto da meritarsi nel lontano 1976 l\u2019appellativo di \u201csimbionese\u201d (pi\u00f9 o meno sinonimo di \u201cterrorista\u201d) da parte di Giancarlo Pajetta. La sinistra avr\u00e0 tre possibilit\u00e0 di fronte a questo libro: ignorarlo del tutto; criticarlo sulla base degli aspetti pi\u00f9 \u201ccoloriti\u201d del volume &#8211; quelli in cui gli autori s\u2019indignano per certe posizioni della sinistra antagonista; discuterlo a fondo. E\u2019 facile pronosticare che gran parte della sinistra italiana, troppo intellettualmente pigra o troppo radical-chic per entrare seriamente nel merito, sceglier\u00e0 le prime due strade (ah, sono solo aridi economisti se non peggio). Ma il volume \u00e8 ora l\u00ec come un macigno a pesare su una sinistra che ha perso, in Italia ma non solo, ogni reale contatto con le classi che rappresentavano un tempo la propria ragione sociale. Una sinistra che non solo ha perduto questo contatto, ma che \u00e8 ormai da tempo considerata dai ceti popolari come propria nemica. Raccontano gli autori che pare che Fran\u00e7ois Hollande in privato si riferisca ai ceti popolari come agli \u201csdentati\u201d. Siamo anche convinti che, tuttavia, il volume rappresenter\u00e0 occasione di dibattito e un randello da usare in ogni occorrenza per quel che resta di una sinistra intellettualmente solida e che delle ragioni di ampi strati della popolazione fa la propria ragion d\u2019essere.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>La tesi<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La tesi centrale del libro \u00e8 cos\u00ec riassumibile: gli anni gloriosi del capitalismo (1949-1978) videro la centralit\u00e0 degli Stati nazionali nel perseguire politiche di pieno impiego e di sostegno della domanda aggregata attraverso elevati salari reali diretti e indiretti (stato sociale), godendo di significativi margini di autonomia nella conduzione delle proprie politiche economiche (nei soli Stati Uniti la spesa militare sostitu\u00ec in parte il sostegno al welfare state). Questi margini si esplicavano nel controllo dei movimenti di capitale e di merci, ma anche dei flussi migratori. La sinistra non ebbe una parte preminente nel disegno di questo modello, anche se talvolta lo gest\u00ec. Ruolo centrale ebbe piuttosto la risposta che il capitalismo fu costretto ad avanzare alla sfida del socialismo reale. Col successivo indebolimento di questa sfida, il capitalismo liberista riprese vigore. La sinistra, a quel punto, non solo si mostr\u00f2 nel complesso incapace di rispondere, ma si incaric\u00f2 di gestire il progressivo smantellamento delle istituzioni e degli avanzamenti conseguiti negli anni gloriosi. L\u2019ala pi\u00f9 anarcoide e anti-statuale della sinistra, frutto dell\u2019anti-autoritarismo studentesco del 1968, prevalse su un\u2019ispirazione pi\u00f9 statalista \u2013 operazione facilitata dal fatto che in fondo le istituzioni degli anni gloriosi non furono un frutto di un\u2019elaborazione della sinistra, lo statalismo di sinistra essendo pi\u00f9 collegato all\u2019esperienza sovietica in discredito presso la sinistra anti-autoritaria. Centrale nella capitolazione della sinistra al neo-liberismo fu l\u2019episodio della Presidenza Mitterrand. Eletto nel 1981, e dotato di una grande maggioranza parlamentare, Mitterrand cominci\u00f2 a eseguire il programma delle sinistre che comunisti e socialisti avevano elaborato sin dal 1972. Questo era un programma molto avanzato di nazionalizzazioni e misure redistributive, oltre che di riduzione dell\u2019orario di lavoro. Le nazionalizzazioni di banche e imprese dovevano essere funzionali a una politica industriale volta a rafforzare l\u2019apparato produttivo allo scopo di ridurre la dipendenza del paese dalle importazioni dall\u2019estero, e rendere perci\u00f2 possibili politiche espansive interne senza incorrere nel vincolo della bilancia dei pagamenti. Barba e Pivetti ritengono che gi\u00e0 nella preparazione del programma la sinistra comp\u00ec l\u2019errore esiziale di trascurare l\u2019impellenza del vincolo estero alla crescita tenuto conto sia di lentezza degli effetti della politica industriale, che del mutato clima internazionale segnato dall\u2019avvento delle politiche deflazionistiche di Reagan e Thatcher. N\u00e9 la sinistra francese fece tesoro del dibattito nel Labour inglese su come affrontare il vincolo esterno e di come l\u2019accettazione supina di quest\u2019ultimo avesse portato il governo laburista a misure deflazionistiche impopolari e alla successiva storica sconfitta del 1979. Invece, dal 1983 prevalsero nel Partito Socialista francese gli esponenti pi\u00f9 neoliberisti alla Rocard e soprattutto alla Delors che si incaricarono di disegnare la nuova Europa cosmopolita e anti-statalista come nuovo spazio entro cui la \u201csinistra\u201d si doveva muovere. L\u2019intellighenzia francese pi\u00f9 \u00e0 la page assecond\u00f2 l\u2019operazione, sin dalla riscoperta da parte di Michel Foucault delle virt\u00f9 dell\u2019ordoliberismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Questo complesso ragionamento si dipana su sette capitoli, gli ultimi due dei quali dedicati rispettivamente ai comunisti italiani e alla cosiddetta sinistra radicale o antagonista, come la chiamano gli autori.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Il ragionamento<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">I primi due capitoli del volume sono dedicati al progressivo smantellamento delle istituzioni statuali che avevano assicurato margini di indipendenza delle politiche economiche nazionali, in particolare il controllo dei movimenti di capitale, segnando cos\u00ec il passaggio dagli \u201canni gloriosi\u201d a quelli \u201cpietosi\u201d: \u201cLa liberalizzazione valutaria fu dunque in Europa la madre di tutte le riforme liberiste, in quanto min\u00f2 alla base la capacit\u00e0 dello Stato di esprimere un indirizzo di politica economica autonomo, sia al suo esterno (ossia nei confronti degli altri Stati), che al suo interno (ossia nei confronti degli interessi dominanti).\u201d (p. 33; se non altrimenti specificato, i riferimenti di pagina sono al volume qui recensito). La verve polemica del lavoro entra nel vivo nel capitolo 3 in cui viene illustrata l\u2019esperienza del governo Mitterrand. Le realizzazioni sociali e le nazionalizzazioni attuate nel 1981-82 furono invero significative, ma l\u2019esperienza incontr\u00f2 presto il vincolo dei conti con l\u2019estero, portati in rosso dalle politiche di sostegno della domanda interna conseguenti all\u2019aumento dei salari e della spesa sociale. A quel punto, sostengono gli autori, si sarebbe dovuto mostrare adeguato coraggio politico:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201cNel breve-medio periodo \u2026 l\u2019allentamento dei vincoli di bilancia dei pagamenti alla realizzazione del programma della sinistra avrebbe richiesto il ricorso a restrizioni quantitative delle importazioni e restrizioni delle esportazioni di capitali, le une e le altre tanto pi\u00f9 estese e severe quanto maggiormente deflazionistico-recessivo si fosse rivelato l\u2019orientamento della politica economica perseguita dai principali partner della Francia. Il fatto \u00e8, per\u00f2, che la coalizione di sinistra era ben lungi dall\u2019essere unanime al suo interno circa il ruolo delle nazionalizzazioni, e, pi\u00f9 in generale, circa la gestione del vincolo esterno.\u201d (p. 97)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Gli autori non discutono della possibilit\u00e0 di svalutare il tasso di cambio a cui il governo francese apparentemente rinunci\u00f2. Il mancato approfondimento delle ragioni di questa scelta fa trasparire lo scetticismo degli autori verso questo strumento, convinti dell\u2019importanza di riuscire a preservare il valore esterno della moneta nell\u2019ambito del perseguimento di politiche di pieno impiego. E\u2019 quella del sostegno di cambi fissi una posizione tradizionalmente condivisa a sinistra, sia per gli effetti negativi delle svalutazioni sui salari reali, che per la connessa possibilit\u00e0 di effetti recessivi, laddove la caduta del potere d\u2019acquisto dei lavoratori abbia effetti negativi sulla domanda interna. Affidare tuttavia alla fissit\u00e0 del tasso di cambio un primario ruolo nello stabilizzare la distribuzione del reddito pu\u00f2 avere controindicazioni, se la perdita di competitivit\u00e0 dovuta a un tasso di cambio reale forte incide sulla bilancia commerciale e da ultimo, attraverso la necessit\u00e0 di contenere la domanda interna, su occupazione e salari reali diretti e indiretti. Inoltre, l\u2019esperienza storica suggerisce che sistemi di cambio fissi sono volti a contenere il conflitto distributivo \u2013 \u00e8 l\u2019esperienza italiana con lo SME e con l\u2019euro, mentre negli anni settanta la politica del cambio accomodava il conflitto. Ci\u00f2 detto, le forme di protezionismo proposte dagli autori fanno parte del bagaglio di strumenti noto agli economisti e sono solo superficialmente avverse al commercio internazionale. Anzi, combattendo la deflazione come modalit\u00e0 di aggiustamento dei conti nei paesi deficitari, o come strumento del mercantilismo economico per i paesi in avanzo, il protezionismo favorisce il mantenimento del commercio internazionale almeno sui livelli raggiunti. Gli eredi del perbenismo economico del PCI (che certamente ancora allignano nella sinistra PD) non mancheranno di attaccare il volume su questo. Ma basti qui ricordare che a dar man forte agli autori vi sono le esplicite prese di posizione di Federico Caff\u00e8 che introducendo un famoso studio sulle politiche di pieno impiego steso ad Oxford nel 1944 con al centro la figura di Michael Kalecki, scriveva:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201cnon pu\u00f2 escludersi che, tra le concause della diffusione dell\u2019odio che rattrista i tempi in cui viviamo, non rientri l\u2019aver, con ingiustificato ottimismo alimentato anche illusorie forme di collaborazione internazionale, trascurato a lungo il messaggio essenziale di questa raccolta di saggi: &lt;l\u2019alternativa ai controlli resi necessari dal pieno impiego non \u00e8 qualche situazione ideale di pieno impiego senza controlli, ma la disoccupazione e il succedersi di fluttuazioni economiche&gt;\u201d (Caff\u00e8 1979).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Comunque sia, nel 1982-83 il governo francese oper\u00f2 una svolta rigorista senza apparenti opposizioni, neppure dal Pcf, e nel 1986 la destra torn\u00f2 al potere. Il <em>j\u2019accuse<\/em> degli autori \u00e8 netto:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201cSi pu\u00f2 in definitiva affermare che la svolta rigorista del 1982-1983 non fu imposta a Mitterrand e al governo Mauroy n\u00e9 dall\u2019esterno della coalizione di sinistra n\u00e9 dall\u2019esterno della Francia. Si tratt\u00f2 di una scelta in senso liberista e filo-capitalista autonomamente compiuta in piena coscienza dalla maggioranza della sinistra francese \u2013 una scelta gradualmente maturata nel corso del precedente quindicennio, lasciata a covare sotto la cenere in vista delle contese elettorali del 1981 e che a partire dal 1983 non fu mai pi\u00f9 abbandonata.\u201d (p. 102)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La cenere che covava era, secondo gli autori, principalmente rappresentata da Jacques Delors, ispiratore e artefice della svolta \u201cliberista e filo-capitalista\u201d (ma altro eroe della sinistra che lo ritiene keynesiano). Il disegno di Delors era che:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201cla libert\u00e0 di circolazione dei capitali in Europa sarebbe stata il primo indispensabile passo di un percorso che avrebbe portato all\u2019unione monetaria; pi\u00f9 in generale, la libera circolazione internazionale dei capitali, proprio perch\u00e9 perseguita con determinazione da un Paese ad essa tradizionalmente ostile come la Francia, avrebbe contribuito a diffondere dappertutto la convinzione che il contesto nazionale non era pi\u00f9 quello rilevante per la politica economica, che il tempo delle soluzioni nazionali ai problemi economici era ormai tramontato.\u201d (p. 104).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Insomma:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201cL\u2019unificazione politica del continente \u2026 avrebbe alla fine compensato le singole nazioni della perdita della loro sovranit\u00e0 monetaria, fiscale, eccetera.\u201d (pp. 105-6)<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Le due sinistre<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In verit\u00e0, sostengono gli autori, a cavallo fra gli anni sessanta e settanta si delineano in Francia due sinistre: quella operaia, \u201cstatalista e sovranista\u201d (Pcf e la sinistra Ps rappresentata dal <em>Ceres<\/em> di Chev\u00e8nenment) e quella studentesca \u201cdell\u2019insofferenza verso ogni forma di autorit\u00e0 e di potere, dell\u2019individualismo anarcoide, dell\u2019autogestionismo antistatalista\u201d (e dell\u2019anti-sovietismo) (pp. 110-11). La prima sinistra riusc\u00ec effettivamente a influenzare la stesura del programma comune mentre la seconda si tenne \u201cin disparte, coltivando per\u00f2 con cura i suoi rapporti con l\u2019intellighenzia del Paese\u201d (p. 111).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">La seconda sinistra fu cos\u00ec pronta a balzar fuori alle prime difficolt\u00e0 economiche del programma comune, proponendo un progetto opposto basato sullo svuotamento dello Stato-nazionale sostituito col progetto europeo, un esito \u201csostanzialmente autoritario\u201d (p. 108). Del resto, sferzano gli autori citando un famoso passaggio di Gramsci, i figli della borghesia si fanno talvolta capi delle classi lavoratrici, pronti per\u00f2 a tornare all\u2019ovile alle prime difficolt\u00e0 &#8211; ma non senza aver lasciato macerie intellettuali nel movimento operaio sembrano far capire gli autori. L\u2019abbandono della tradizione interventista francese e la riscoperta del mercato diventa caratteristica dell\u2019intellighenzia di sinistra francese, da Claude <em>L\u00e9vi<\/em>-Strauss, a Foucault, Deridda e Lacan. Foucault il pi\u00f9 influente, il quale conosce poco Marx e certamente ignora Keynes o Sraffa, viene per\u00f2 affascinato dall\u2019ordo-liberismo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">L\u2019accusa che gli autori muovono alla sinistra, con cui si apre il capitolo 4 \u00e8 di non aver subito il cambiamento politico, ma di averlo \u201cdeciso e gestito\u201d (p. 125). Sul punto pi\u00f9 dolente, quello dell\u2019immigrazione, essi sono molto espliciti: \u201cl\u2019ostilit\u00e0 del lavoro dipendente indigeno all\u2019immigrazione, la dimensione pi\u00f9 immediatamente e \u201cfisicamente\u201d percepita della mondializzazione, ha di fatto determinato il suo distacco definitivo dalla cosiddetta sinistra del continente.\u201d (p. 137). Barba e Pivetti ricordano l\u2019attacco mediatico mosso al Pcf nel 1981, quando quel partito cerc\u00f2 di evitare questo distacco &#8211; col risultato che la classe operaia francese fece poi armi e bagagli spostandosi stabilmente nel <em>Front National<\/em>. Naturalmente gli autori non mancano di denunciare le devastazioni del <em>Washington Consensus<\/em> come una delle cause dell\u2019esplosione dei flussi migratori &#8211; a cui si sono aggiunte le aggressioni militari ai regimi medio-orientali. E al fondo, chiosiamo, v\u2019\u00e8 sempre l\u2019intento di distruggere gli Stati nazionali e la possibilit\u00e0 di vie nazionali allo sviluppo, cosa che pu\u00f2 richiedere nei contesti di societ\u00e0 instabili e culturalmente disomogenee la presenza di regimi autoritari. Con lucidit\u00e0 gli autori riassumono quello che fin\u00ec per unire, nelle sue diverse sfaccettature, la <em>gauche plurielle<\/em>, come si pavoneggiava a definirla da noi il leader frivolo:<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\u201cNel corso dell\u2019ultimo trentennio, non solo per la sinistra modernista ma anche per la sinistra cosiddetta antagonista la difesa della sovranit\u00e0 nazionale in campo economico, pi\u00f9 in generale della sovranit\u00e0 popolare, ha cessato di essere bussola di azione politica. Essa rigetta con orgoglio ogni forma di nazionalismo. La sua ideologia \u00e8 ormai essenzialmente costituita da una miscela di antirazzismo e multiculturalismo, una sorta di cosmopolitismo intriso di marxismo volgare, visto cio\u00e8 come un aspetto ineluttabile di quella forza continuamente sovvertitrice del capitalismo che sarebbe reazionario oltre che insensato cercare di contrastare ed alla quale conviene invece adattarsi come ad un\u2019&lt;opportunit\u00e0&gt;\u201d. (p. 142).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il pericolo che gli autori paventano \u00e8 che la sostanziale paralisi della sinistra di fronte alla questione immigrazione, questione drammatica e lacerante\u2013 lasci il campo aperto a soluzioni di stampo fascista, che molti ritengono inevitabili (tralasciando gli antagonisti che ritengono di poter cavalcare la tigre, l\u2019\u201dopportunit\u00e0\u201d di cui parla il volume). In ogni caso, il mio invito al lettore \u00e8 di dare il giusto peso al tema dell\u2019immigrazione, per non farlo diventare un ulteriore elemento di lacerazione e impotenza a sinistra. Il tema chiave \u00e8 lo Stato, la riappropriazione della libert\u00e0 economica dei popoli. Con politiche nazionali diverse anche il problema dell\u2019immigrazione potrebbe essere affrontato con maggiori strumenti e risorse, da noi e nei paesi di provenienza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>I sinistrati<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Mentre il capito 5 descrive i mutamenti (peggiorativi) occorsi nel mercato del lavoro e nello stato sociale e i processi di privatizzazione dell\u2019industria pubblica, la verve polemica del volume si riaccende negli ultimi due capitoli dedicati, rispettivamente al PCI e alla sinistra radicale. Quello che ne esce \u00e8 il tremendo vuoto culturale della sinistra italiana accompagnato dalla condivisione da parte del Pci delle scelte liberiste. A rileggere i passi degli esponenti comunisti nel corso degli anni settanta, pur concedendo loro l\u2019attenuante di circostanze come la strategia della tensione e il golpe cileno, o lo shock petrolifero, si \u00e8 colti da un fremito di indignazione. Il <em>leitmotive <\/em>dei vari Peggio, Lama, Napolitano, Berlinguer, Trentin e compagnia cantando \u00e8 uno e uno solo: il riequilibrio dei conti con l\u2019estero deve ricadere sulle spalle dei lavoratori: \u201cOra bisogna battersi per i sacrifici!\u201d dichiara nel 1976 un presunto eroe della sinistra, Bruno Trentin, che a un famoso convegno del Cespe (una sorta di ufficio studi economico del Pci), in maniera \u201csurreale\u201d chiosano gli autori, precisa che la contropartita consister\u00e0 \u201cnella possibilit\u00e0 offerta alla classe operaia di partecipare alla gestione dei suoi sacrifici\u201d. Cornuti e mazziati, insomma. Il sentimento che suscitano quei passi \u00e8 che costoro fossero oggettivi avversari del popolo, altro che loro rappresentanti. Da notare come a quel convegno Lama attacc\u00f2 per nome Massimo Pivetti, reo di aver proposto la strada alternativa dei controlli \u2013 strada difesa invece, l\u2019anno successivo, da Federico Caff\u00e8 (1977). La Troika era peraltro rappresentata in quegli anni dall\u2019economista, naturalizzato americano, Franco Modigliani che nella sua visita annuale in Italia non mancava di impartire lezioni di liberismo a destra e a manca, presenziando come star al convegno del Cespe. Gli altri due dissenzienti a quel convegno, accanto a Pivetti, furono Domenico Mario Nuti e <a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/c%E2%80%99e-vita-a-sinistra-un-inizio-di-riflessione-su-sinistra-e-socialismo\/\">Bob Rowthorn<\/a>. Nuti ha da poco firmato con noi pi\u00f9 \u201cgiovani\u201d la <a href=\"http:\/\/politicaeconomiablog.blogspot.it\/2016\/09\/i-puntini-sulle-risposta-lunghini-piu.html\">risposta a Lunghini<\/a> su <em>il manifesto<\/em>.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Il Pci e i sindacati mai pi\u00f9 si ripresero da tale distacco dalle masse popolari, concludono gli autori, e il Pci era gi\u00e0 finito ben dieci anni prima della Bolognina. (Forse uno scatto di reni si ebbe sull\u2019adesione allo SME nel 1979, ma si tratt\u00f2 di un gesto presto dimenticato).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Ma cosa ci fu dietro tanta pochezza del Pci? L\u2019unico punto di riferimento solido del togliattismo, sostengono gli autori, era l\u2019esperienza sovietica che aveva assicurato in un paese retrogrado, insieme alla piena occupazione, \u201cun alloggio caldo \u2026 una buona istruzione\u2026 una distribuzione molto ugualitaria \u2026una marcata parit\u00e0 effettiva tra uomini e donne\u201d (p. 201). Il riferimento al socialismo reale fu frettolosamente cancellato da Berlinguer, il quale fu invece in continuit\u00e0 con il secondo aspetto del togliattismo, la subalternit\u00e0 alla cultura economica laico-liberale. L\u2019intellighenzia organica del Pci brill\u00f2, infatti, per l\u2019assenza della principale scienza sociale, rispetto a discipline pi\u00f9 umanistiche, un partito crociano verrebbe da dire. L\u2019unica eccezione fu il Piano del lavoro presentato dalla CGIL nel 1951, di chiara impronta keynesiana. Le sole parole di apprezzamento nel libro per un esponente comunista sono infatti per Di Vittorio. Fu quella una proposta riformista in linea con quanto accadeva al di sopra delle Alpi, che rimase per\u00f2 isolata, mentre la cultura del Pci rest\u00f2 profondamente succube di idee mutuate da Einaudi o dalla borghesia laico-liberale, come l\u2019ossessione della lotta ai monopoli (un mantra simile a quello odierno della lotta alla corruzione). Del resto Togliatti si disinteressava di economia e gi\u00e0 nell\u2019elaborazione gramsciana la cultura economica appare come un dente dolente dei comunisti italiani \u2013 nonostante qualche sforzo di Sraffa di indirizzare Gramsci su sentieri pi\u00f9 solidi. Croce ed Einaudi (o Ernesto Rossi e pi\u00f9 tardi Spinelli) furono le stelle polari del Pci, pi\u00f9 che Marx o Keynes o Sraffa. Al riguardo mi sembra doveroso notare come il volume \u00e8 forse ingiusto nei confronti delle socialdemocrazie nordiche che non subirono passivamente l\u2019esperienza degli anni gloriosi in quanto risposta capitalistica alla sfida sovietica, ma la disegnarono anche sulla base di una propria elaborazione teorica. Con Myrdal, questa muoveva dalla negazione di una distribuzione \u201cdi equilibrio\u201d (o naturale) del reddito e dunque di \u201cinteressi nazionali\u201d che sovrastassero quelli di classe \u2013 \u201cinteressi\u201d che il Pci considerava invece sovversivo toccare &#8211; promuovendo il controllo dello Stato nazionale da parte dei partiti operai, con uno spostamento stabile delle quote distributive e la creazione di uno spazio \u201cdemercificato\u201d coincidente con lo stato sociale. (Fu proprio Myrdal a proporre la medaglia speciale della Corte di Svezia per l\u2019economia a Sraffa, onore che questi condivide con Keynes e assimilabile a un genuino premio Nobel).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Della sinistra antagonista Barba e Pivetti denunciano \u201clo spostamento della sua attenzione dalla sfera dei diritti sociali a quella dei diritti civili\u201d (p. 225). Temi come la decrescita, il femminismo della differenza biologica, il multiculturalismo, i beni comuni (visti in funzione anti-statalista), l\u2019altra economia e altre amenit\u00e0 (fino alla difesa fascista dell\u2019utero in affitto da parte di una macchietta, ex leader di una formazione di sinistra &#8211; gli aggettivi sono miei) diventano i temi centrali di questa \u201csinistra\u201d, a cui nulla perdonano gli autori. In particolare non le perdonano l\u2019istigazione \u201call\u2019odio verso se stessi\u201d, inteso come odio per la cultura occidentale e il benessere conseguito da milioni di lavoratori. Al fondo v\u2019\u00e8 l\u2019idea che questi avanzamenti culturali e materiali siano il frutto di uno sfruttamento verso il terzo mondo di cui si deve ora pagare pegno. E\u2019 quest\u2019ultima una tesi molto diffusa \u201ca sinistra\u201d sui cui gli autori avrebbero potuto spendere qualche parola di pi\u00f9, ci auguriamo lo facciano in successivi interventi. Personalmente credo che non ci si possa colpevolizzare per processi storici di sfruttamento, accaduti nel nord come nel sud del mondo, lasciando demolire ci\u00f2 che pu\u00f2 essere di guida per i mezzogiorno del mondo, ovvero la difesa di politiche pubbliche progressiste e i valori di tolleranza democratica &#8211; come \u00e8 stato almeno in certa misura negli anni cinquanta e sessanta sino a che la furia economica e militare liberista (con al seguito il flagello connivente delle ONG) non si abbattesse su quei paesi distruggendo le vie nazionali e socialiste allo sviluppo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Il futuro<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">In questo quadro sconfortante gli autori chiudono con una nota di ottimismo, indicando l\u2019occasione storica offerta alla sinistra dalla diffusa protesta popolare contro banche e finanza, per la difesa del lavoro e dello stato sociale, contro una classe politica asservita agli interessi dei pochi, della riconquista degli spazi nazionali di democrazia e di intervento pubblico, quello che noi abbiamo altrove definito \u201c<a href=\"http:\/\/politicaeconomiablog.blogspot.it\/2016\/09\/che-fare-obiettivi-e-contenuti-della.html\">Polany moment<\/a>\u201d, mentre solo la parte \u201cpi\u00f9 disorientata della giovent\u00f9\u201d difende i temi del cosmopolitismo (p. 246). Un <em>Polany moment<\/em> pu\u00f2 avere, com\u2019\u00e8 noto, anche un connotato di destra, come le vicende della Brexit per esempio suggeriscono.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Come abbiamo detto all\u2019inizio, la sinistra potr\u00e0 ignorare questo volume, o potr\u00e0 entrare in polemica solo sui temi pi\u00f9 caldi dell\u2019immigrazione o del multiculturalismo, dimostrando in questo precisamente i limiti culturali denunciati nel libro. Potr\u00e0 invece discutere la tesi centrale del volume: il necessario recupero delle politiche nazionali d\u2019intervento pubblico come asse della sinistra. Ci aspettiamo che qualche grillo saccente contrapponga questa prospettiva alla presunta tradizione internazionalista della sinistra. Non avrebbe capito nulla, naturalmente. Lo spazio delle politiche di sinistra \u00e8, nelle circostanze storiche date, lo Stato nazionale, e solo una sinistra che operi in questa direzione potr\u00e0 essere stimolo per l\u2019emulazione a livello internazionale s\u00ec da costruire un<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">internazionalismo dei fatti e non delle parole. Chi ha letto <a href=\"http:\/\/www.imprimatureditore.it\/index.php\/2016\/08\/25\/sei-lezioni-di-economia\/\">il mio libro<\/a> (numerosi a quanto pare!) riconoscer\u00e0 l\u2019influenza che l\u2019insegnamento teorico e politico di Pivetti, accanto a quello di Sraffa e Garegnani, ha avuto sulla mia formazione. Mi piace pensare che i due volumi giochino di squadra nel contribuire a una seria rifondazione della sinistra.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Riferimenti<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Aldo Barba, Massimo Pivetti, <em>La scomparsa della sinistra<\/em>, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Federico Caff\u00e8, Introduzione a AAVV., <em>L&#8217;economia della piena occupazione<\/em>, a cura di F. <em>Caff\u00e8<\/em>, Torino, Rosenberg e Sellier, 1979<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Federico Caff\u00e8, E\u2019 consentito discutere di protezionismo economico?, in ID, <em>La solitudine del riformista<\/em> (a cura di N.Acocella e M.Franzini), Torino, Boringhieri, 1990 (originariamente pubblicato in: <em>L\u2019astrolabio<\/em>, vol. 15 (12), 1977).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Sergio Cesaratto, <em>Sei lezioni di economia &#8211; Conoscenze necessarie per capire la crisi pi\u00f9 lunga (e come uscirne)<\/em>, Reggio Emilia, Imprimatur, 2016.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">Fonte: <a href=\"http:\/\/politicaeconomiablog.blogspot.it\/2016\/10\/la-sinistra-sdentata-recensione-al.html#more\">http:\/\/politicaeconomiablog.blogspot.it\/2016\/10\/la-sinistra-sdentata-recensione-al.html#more<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di SERGIO CESARATTO Il tradimento della sinistra Il volume di Aldo Barba e Massimo Pivetti \u00e8 di gran lunga la pi\u00f9 importante provocazione intellettuale alla sinistra degli ultimi anni. Pivetti, il pi\u00f9 senior della coppia e ben noto economista eterodosso (con fondamentali contributi di analisi economica), non \u00e8 certo nuovo a queste provocazioni, tanto da meritarsi nel lontano 1976 l\u2019appellativo di \u201csimbionese\u201d (pi\u00f9 o meno sinonimo di \u201cterrorista\u201d) da parte di Giancarlo Pajetta. 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