{"id":25146,"date":"2016-11-06T00:10:28","date_gmt":"2016-11-05T23:10:28","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=25146"},"modified":"2016-11-06T03:28:13","modified_gmt":"2016-11-06T02:28:13","slug":"o-governabile-o-sovrano","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=25146","title":{"rendered":"O governabile o sovrano"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>LUCIANO DEL VECCHIO (FSI Bologna)<\/strong><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Nel secondo dopoguerra studiosi di varia ispirazione ideale e politica proposero interpretazioni del Risorgimento volte a rilevare le insufficienze della classe dirigente post-unitaria la quale, costituita da una ristretta <em>\u00e9lite <\/em><em>liberale<\/em>, \u00e8 parsa insensibile verso i problemi sociali. Lo stato unitario sarebbe stato contraddistinto \u2013 sottolinearono i cattolici \u2013 da questa indifferenza sociale che derivava dall&#8217;individualismo economico e politico dei liberali, i quali d\u2019altronde, avrebbero diffuso il culto esclusivo per la nazione e la dottrina dello stato etico. Ma gi\u00e0 negli anni Venti anche il movimento nazionalista ravvisava nell\u2019individualismo giusnaturalista il peggiore dei mali sociali, la matrice delle ideologie novecentesche come forze disgregatrici dello Stato. In campo marxista Gramsci sosteneva la tesi secondo la quale il limite fondamentale del processo unitario sarebbe stato la mancanza di una rivoluzione agraria. Infatti, n\u00e9 i moderati n\u00e9 i democratici sarebbero riusciti a rendere nazionale e popolare il Risorgimento, perch\u00e9 i primi erano contrari a coinvolgere nel moto unitario le classi rurali e i secondi ne erano politicamente incapaci per cui, non riuscendo a costituire una reale alternativa politica, lasciarono ai moderati la guida dell\u2019unificazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Il controllo esercitato dal ceto politico liberale e dalla monarchia sabauda non fu soltanto politico e militare ma anche sociale e non coinvolse il popolo nell\u2019azione unitaria. Nel corso dei decenni successivi la pubblicistica politica non manc\u00f2 di denunciare la scarsa rappresentativit\u00e0 dello Stato liberale e l\u2019opposizione tra paese legale e paese reale. Rimasero deluse le speranze di Mazzini che inseguiva l\u2019obiettivo di far partecipare i ceti operai e contadini al Risorgimento. Da questa rivoluzione meramente politica ma non sociale sarebbe nato uno stato il cui rapporto con la societ\u00e0 civile rimase formale e giuridico senza mai diventare intrinseco e strutturale, in sostanza uno Stato costituzionalmente fragile perch\u00e9 democraticamente non rappresentativo nelle sue istituzioni, che nascevano distanti e rimanevano quasi estranee ai ceti popolari.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Pi\u00f9 che rafforzare lo Stato il liberale Giolitti si pose il problema di far durare i suoi governi, risolvendolo con il trasformismo elevato a sistema, con il patto Gentiloni e con l\u2019allargamento del suffragio elettorale che fu definito universale anche se non esteso alle donne. I risultati non potevano essere risolutivi perch\u00e9 erano dovuti alle manovre discontinue di uno statista sia pur abile, ma non all\u2019azione costante di organizzazioni politiche popolari che, storicamente mature, stavano per candidarsi a tutori dell\u2019interesse nazionale e del progresso economico e sociale della Patria. Non poteva essere e non fu una soluzione la scelta autoritaria e antidemocratica di Mussolini perch\u00e9, nel ventennio, pi\u00f9 che il popolo, il consenso del quale era giocoforza conquistare con insistente propaganda, fu il regime e il partito a identificarsi con lo Stato.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Con la nascita della Repubblica i costituenti, reduci dal periodo di autoritarismo fascista, si posero il problema di come garantire un pi\u00f9 sicuro funzionamento democratico dell\u2019iter legislativo e adottarono il bicameralismo perfetto e il sistema elettorale proporzionale. In prima istanza i costituenti definirono le competenze del Parlamento e del Senato parificandole; con successivi provvedimenti il ceto politico del dopoguerra, sia pure per evitare o sciogliere i reciproci condizionamenti, rese le due assemblee ancora pi\u00f9 simili per eleggibilit\u00e0, sistema elettorale, durata e composizione. Forse che intendevano intralciare la produzione delle leggi e in tal modo indebolire il sistema democratico nella Repubblica che concorrevano a far nascere? In verit\u00e0, questa scelta, suggerita dal timore di un ritorno a un regime autoritario, pu\u00f2 bene essere definita mazziniana perch\u00e9 apr\u00ec finalmente il nuovo Stato ai ceti sociali di tutto un popolo; aumentava, con il \u201cproporzionale\u201d, il tasso di partecipazione popolare come mai prima di allora nelle sedi istituzionali di rappresentanza democratica e, con il bicameralismo perfetto, in pratica la duplicava. In particolare, il sistema proporzionale, che venne poi progressivamente abbandonato dopo la stagione di tangentopoli, garantiva un radicamento vicendevole: quello dei ceti dirigenti nel popolo e quello del popolo nelle istituzioni del nuovo Stato, che ne sortiva rafforzato. In definitiva, non fu ripetuto l\u2019errore commesso &#8211; o la scelta voluta &#8211; dalla monarchia sabauda e dal ceto liberale ottocentesco di cercare nella dinastia e nel censo la forza dello Stato che invece risiedeva nel Popolo.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">La Prima Repubblica nasceva e progrediva con governi che duravano poco e mai per un\u2019intera legislatura, arrivando a registrare perfino alcuni governi definiti ironicamente dalla stampa \u201cbalneari\u201d, cio\u00e8 formati per il periodo estivo, senza altro compito che quello di gestire gli affari correnti e approvare la legge di bilancio. Era prassi corrente e accettata il concepire governi temporanei e destinati a durare pochi mesi, che consentivano alle forze politiche di incontrarsi sistematicamente e di scontrarsi duramente per chiarire, precisare indirizzi politici e definire al meglio programmi di lavoro. Da queste due Camere gli eletti, dopo aver discusso alla luce dei principi ispiratori, emanavano le leggi ordinarie forse a rilento ma, per merito del bicameralismo perfetto, costituzionalmente conformi e meditate e, per via del \u201cproporzionale\u201d essendo tutti i ceti politicamente rappresentati, anche socialmente equilibrate. In definitiva, la forte rappresentativit\u00e0 del Senato e del Parlamento consentiva la tutela della quasi totalit\u00e0 degli interessi presenti nella societ\u00e0 italiana.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Se, a onta della lentezza legislativa e della scarsa durata dei governi, proprio nei decenni successivi al dopoguerra l\u2019Italia della prima repubblica conosceva un grande e rapido sviluppo sociale e economico fino a diventare la quinta potenza industriale al mondo, \u00e8 sensato chiedersi quale fosse la sua vera forza morale e politica. A dispetto di tutte le apparenze, di tutte le ironie giornalistiche e i commenti autolesionistici, la neonata Repubblica aveva costruito, tramite la fortissima rappresentativit\u00e0 delle due sedi legislative, una nuova unit\u00e0 e una nuova solidariet\u00e0 nazionale, che consentiva di superare in breve tempo sfide che altri paesi pi\u00f9 ricchi di essa non riuscivano a vincere. In questa Repubblica apparentemente debole e su un territorio militarmente occupato, un popolo sconfitto e devastato da una dittatura e da una guerra si riscattava esercitando la sua vera sovranit\u00e0 nelle due Camere. La sovranit\u00e0 e la forza nazionale non era dunque riposta negli esecutivi precari, nella governabilit\u00e0, ma nella forte rappresentanza democratica garantita dal sistema elettorale e nella alta conformit\u00e0 costituzionale delle leggi ordinarie perseguita dal bicameralismo perfetto.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">I potentati stranieri che si annidano nell\u2019Unione europea, vogliono ora completare de iure l\u2019espropriazione della sovranit\u00e0 popolare, che de facto \u00e8 in corso da oltre venti anni, abolendo sostanzialmente le sedi istituzionali dove il popolo la esercita, o meglio la esercitava. La governabilit\u00e0 intesa dalla buro-tecnocrazia eurounionista non sembra la stabilit\u00e0 dei governi come gli apolidi nostrani si affannano a propagandare, ma una condizione di controllo e manovrabilit\u00e0 da imporre al popolo. Lasciarci docilmente pilotare da oligarchie straniere e rinunciare alla Costituzione accettando che in essa gli eurocollaborazionisti costituzionalizzino il vincolo esterno, far\u00e0 certamente di noi un popolo \u201cgovernabile\u201d, ma non governante di se stesso cio\u00e8 sovrano.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di LUCIANO DEL VECCHIO (FSI Bologna) Nel secondo dopoguerra studiosi di varia ispirazione ideale e politica proposero interpretazioni del Risorgimento volte a rilevare le insufficienze della classe dirigente post-unitaria la quale, costituita da una ristretta \u00e9lite liberale, \u00e8 parsa insensibile verso i problemi sociali. 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