{"id":25351,"date":"2016-11-11T12:37:04","date_gmt":"2016-11-11T11:37:04","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=25351"},"modified":"2016-11-11T12:37:04","modified_gmt":"2016-11-11T11:37:04","slug":"brancaccio-il-liberismo-xenofobo-di-trump-non-aiutera-i-lavoratori-americani","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=25351","title":{"rendered":"Brancaccio: \u201cIl liberismo xenofobo di Trump non aiuter\u00e0 i lavoratori americani\u201d"},"content":{"rendered":"<p>di <strong>EMILIANO BRANCACCIO (intervista di Giacomo Russo Spena)<\/strong><\/p>\n<p>Come interpretare la storica vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane? Per l\u2019economista Emiliano Brancaccio siamo di fronte alla prima, vera incarnazione di quella nuova onda egemonica che egli ha pi\u00f9 volte definito \u201cliberismo xenofobo\u201d, e sulla quale da tempo lancia l\u2019allarme. Con Brancaccio discutiamo dell\u2019esito delle elezioni statunitensi, della carta Sanders che i democratici non hanno voluto giocare, delle ricette economiche di Trump e dei loro possibili effetti sui rapporti tra gli Stati Uniti e il resto del mondo.<\/p>\n<p><strong>Professor Brancaccio, Hillary Clinton esce duramente sconfitta dalle presidenziali americane. Il risultato viene interpretato come una disfatta per il partito democratico statunitense, ma anche le forze democratiche e socialiste europee sembrano accusare il colpo. Possiamo parlare della fine di quel \u201cliberismo di sinistra\u201d che era stato inaugurato da Bill Clinton nel 1992 e al quale molti in Europa hanno cercato di ispirarsi?<\/p>\n<p><\/strong>Di certo siamo di fronte a una crisi di quel regime di riproduzione del consenso che ha retto in Occidente per circa un quarto di secolo e che, per dirla in modo un po\u2019 brutale, \u00e8 consistito nel mettere le macchine elettorali dei partiti democratici e socialisti al servizio di programmi che si conformavano agli interessi dei gruppi capitalistici pi\u00f9 grandi e con le maggiori ramificazioni internazionali. In questo modo si sono create le condizioni per sostenere politiche tese a comprimere la quota di reddito nazionale destinata ai lavoratori in cambio di qualche residua prebenda sociale e di poche concessioni sul versante delle libert\u00e0 civili. Con la grande recessione del 2008 questa macchina del consenso \u00e8 entrata in una crisi difficilmente reversibile. Gli interessi legati alla sua ripartenza sono ancora egemoni: proveranno a rimetterla in funzione ma lo scenario \u00e8 profondamente cambiato, sar\u00e0 un\u2019impresa complicata.<\/p>\n<p><strong>Sotto la presidenza di Obama la disoccupazione \u00e8 stata in gran parte assorbita e la crescita \u00e8 tornata a livelli normali. Come si spiega lo scarto tra i risultati economici dell\u2019amministrazione democratica e l\u2019esito delle elezioni?<br \/>\n<\/strong><br \/>\nIl modo in cui l\u2019amministrazione Obama ha gestito la grande recessione ha implicato mutamenti significativi nei rapporti tra apparati pubblici e capitale privato: la vecchia retorica liberista \u00e8 stata scalzata da un massiccio interventismo statale, nel settore bancario e nell\u2019industria. Ma la centralit\u00e0 economica e politica di Wall Street non \u00e8 mai stata messa in discussione e le riforme sociali sono state limitate. La conseguenza \u00e8 che per i lavoratori e per i soggetti sociali pi\u00f9 deboli le cose non sono andate benissimo. Stando ai dati della FED e dell\u2019OCSE, sotto l\u2019amministrazione democratica la quota salari sul Pil \u00e8 rimasta ben al di sotto dei livelli pre-crisi e non abbiamo assistito a una riduzione degli indici di povert\u00e0 e disuguaglianza.<\/p>\n<p><strong>I sondaggi delle scorse settimane dicevano che mentre la candidatura della Clinton era debole, quella di Bernie Sanders sarebbe stata pi\u00f9 efficace contro Trump. In queste ore vari commentatori sostengono che Sanders avrebbe potuto conquistare la Casa Bianca. Lei che ne pensa?<br \/>\n<\/strong><br \/>\nLasciamo stare i sondaggi. Il dato certo \u00e8 che la vittoria della destra americana \u00e8 stata netta. In termini assoluti Trump ha raccolto meno voti di Clinton e a guardar bene si \u00e8 situato anche al di sotto del numero totale di consensi ottenuti da Romney nel 2012 e da McCain nel 2008. Ma il meccanismo di voto federale lo ha premiato in modo inequivocabile, e ha assegnato al partito repubblicano una quaterna di poteri impressionante: Presidenza, Camera, Senato e la possibilit\u00e0 di mantenere il controllo della Corte Suprema. Rispetto al 2008 il partito democratico ha perso circa dieci milioni di elettori, molti dei quali situati nei sobborghi pi\u00f9 poveri, che avevano dato fiducia a Obama ma che delusi dalla sua amministrazione si sono poi allontanati nuovamente dalla partecipazione politica. A differenza di Hillary Clinton, Sanders aveva l\u2019appeal per tentare di recuperare quei voti. Ma rimediare alle promesse mancate di Obama e alla disaffezione che ne \u00e8 seguita sarebbe stato difficilissimo.<\/p>\n<p><strong>Per\u00f2 la leadership di Sanders sarebbe stata percepita come un corpo estraneo rispetto all\u2019establishment. Almeno Trump non sarebbe stato l\u2019unico rappresentante di quell\u2019istinto di rivolta contro le \u00e9lites che sembra avere ispirato le scelte di molti elettori.<br \/>\n<\/strong><br \/>\nE\u2019 vero, ma in una democrazia sempre pi\u00f9 plebiscitaria, con i partiti ridotti a comitati elettorali, i sindacati dei lavoratori in ginocchio da anni e le associazioni che cercano di aggregare gli interessi dei soggetti pi\u00f9 deboli lasciate in uno stato di frammentazione, quell\u2019istinto di \u201crivolta\u201d si traduce nell\u2019astensione al voto o al limite finisce per assecondare soluzioni di estrema destra. La candidatura di Sanders sarebbe stata in ogni caso benefica, ma l\u2019onda schiacciante di Trump \u00e8 frutto di un ulteriore regresso democratico nella struttura della societ\u00e0 e delle istituzioni che la governano. Oggi pi\u00f9 che mai, negli Stati Uniti come anche in Europa, una sinistra che ambisse ad esser vincente dovrebbe partire dai problemi di \u201cstruttura\u201d, non dalla scelta della leadership.<\/p>\n<p><strong>In effetti l\u2019onda di Trump sembra avere conquistato anche pezzi di societ\u00e0 riconducibili al lavoro dipendente. Molti lavoratori hanno votato il candidato repubblicano per sostenere la sua politica di repressione dell\u2019immigrazione. \u00c8 stata una scelta razionale?<br \/>\n<\/strong><br \/>\nNon direi. Prendiamo George Borjas, l\u2019economista di Harvard favorevole ai programmi anti-immigrazione, che \u00e8 stato anche citato da Trump durante i suoi comizi. Stando a una delle pi\u00f9 note ricerche di Borjas, un aumento decennale del dieci percento della quota di immigrati sul totale dei lavoratori nazionali \u00e8 correlato a una riduzione decennale dei salari di appena il tre percento. Lo stesso Borjas oltretutto segnala che l\u2019impatto negativo sui salari sembra annullarsi in archi di tempo pi\u00f9 lunghi, e altri studi indicano che il nesso statistico tra immigrazione e retribuzioni \u00e8 pi\u00f9 instabile e meno significativo di quanto egli abbia suggerito. N\u00e9 in genere si rileva un grande impatto dell\u2019immigrazione sulla probabilit\u00e0 dei nativi di restare disoccupati. Che gli immigrati possano espandere quello che Marx definiva l\u2019esercito industriale di riserva dei lavoratori \u00e8 piuttosto ovvio, ma l\u2019effetto finale sulle condizioni dei nativi \u00e8 pi\u00f9 debole e incerto di quanto l\u2019opinione pubblica sia oggi indotta a credere. Non dovremmo mai smettere di ricordare che il peggioramento delle condizioni di vita della classe lavoratrice dipende molto pi\u00f9 dalla libera circolazione dei capitali che dalla libera circolazione delle persone.<\/p>\n<p><strong>Ma allora, nel complesso, quali saranno gli effetti della Trumpnomics sui lavoratori?<br \/>\n<\/strong><br \/>\nSe anche dessimo per buone le discusse evidenze empiriche di Borjas, i presunti benefici del muro di Trump contro l\u2019immigrazione saranno insignificanti rispetto ai danni che i lavoratori americani subiranno dalle altre ricette che lui ha annunciato, tra cui l\u2019abolizione della riforma sanitaria. Per non parlare dell\u2019aumento delle disuguaglianze: la riforma fiscale segner\u00e0 un imponente trasferimento di reddito a favore dei ceti pi\u00f9 abbienti. A questo porta il \u201cliberismo xenofobo\u201d di Trump e dei suoi epigoni.<\/p>\n<p><strong>Che sia liberista sul versante fiscale e della spesa sociale \u00e8 innegabile, per\u00f2 Trump vuole anche ridiscutere gli accordi internazionali sugli scambi. Lui dice che in questo modo le industrie e i posti di lavoro torneranno in patria e il deficit commerciale statunitense torner\u00e0 sotto controllo. La svolta protezionista di Trump \u00e8 una novit\u00e0 positiva?<br \/>\n<\/strong><br \/>\nA ben guardare non si tratta di una novit\u00e0. Stando ai dati della Commissione UE, gi\u00e0 nel periodo del doppio mandato di Obama gli Stati Uniti hanno adottato oltre venti misure di restrizione degli scambi internazionali. Inoltre, il \u201cTrade Facilitation and Trade Enforcement Act\u201d approvato dal Congresso USA nel 2015 ha ammesso la possibilit\u00e0 di introdurre misure di controllo degli scambi verso quei paesi che accumulino surplus commerciali nei confronti degli Stati Uniti. Da diversi anni assistiamo, a livello mondiale, a un\u2019accentuazione delle politiche protezioniste. Trump lo grida ai quattro venti mentre Obama magari preferiva sussurrarlo, ma la politica americana asseconda gi\u00e0 da tempo questa tendenza.<\/p>\n<p><strong>Possiamo prevedere che Trump provocher\u00e0 un\u2019accelerazione del protezionismo americano?<br \/>\n<\/strong><br \/>\nE\u2019 possibile. Io per\u00f2 su questo punto vedo contraddizioni, perch\u00e9 a volte Trump sembra volersi affidare ai controlli amministrativi sugli scambi, mentre altre volte sembra voler puntare sull\u2019abbattimento della pressione fiscale per favorire le imprese nazionali e attirare capitali. Si tratta di linee d\u2019azione diverse, la prima per cos\u00ec dire interventista e l\u2019altra tipicamente liberista. Ho il sospetto che alla fine il nuovo presidente e il suo partito faranno pi\u00f9 dumping fiscale che protezionismo.<\/p>\n<p><strong>Il nuovo inquilino della Casa Bianca si \u00e8 anche distinto per avere attaccato pi\u00f9 volte Janet Yellen, la presidente della Federal Reserve. Trump ritiene che la banca centrale americana stia tenendo i tassi d\u2019interesse artificialmente bassi. Lei come giudica questa presa di posizione?<br \/>\n<\/strong><br \/>\nQuesto sar\u00e0 un aspetto decisivo della nuova presidenza. Se Trump continuer\u00e0 ad attaccare la politica monetaria della FED, la banca centrale sar\u00e0 costretta presto o tardi a inaugurare una nuova fase, fondata su un significativo rialzo dei tassi d\u2019interesse rispetto alla crescita del Pil. Le ricadute sarebbero pesanti, a livello nazionale e internazionale.<\/p>\n<p><strong>Ma perch\u00e9 Trump dovrebbe desiderare un rialzo dei tassi d\u2019interesse? Non corre il rischio di bloccare la ripresa americana?<br \/>\n<\/strong><br \/>\nLa politica monetaria della banca centrale non contribuisce solo a determinare l\u2019andamento dell\u2019economia. Manovrando la liquidit\u00e0 e i tassi d\u2019interesse, il banchiere centrale fissa le condizioni di solvibilit\u00e0 del sistema e in questo modo funge da regolatore di un conflitto tra capitali forti in posizione di credito e capitali deboli che hanno accumulato debiti. Trump si \u00e8 definito un paladino dei piccoli proprietari depauperati e delle imprese minori che versano in cattive acque, ma la verit\u00e0 \u00e8 che lui e il suo partito rappresentano soprattutto gli interessi dei possessori di grandi capitali, che detengono crediti e rendite. Questi da tempo esercitano pressioni per cambiare gli indirizzi della FED: un aumento dei tassi d\u2019interesse sposterebbe ingenti quote di reddito a loro favore.<\/p>\n<p><strong>Se Trump spingesse la FED verso il rialzo dei tassi, quali sarebbero le ripercussioni internazionali?<br \/>\n<\/strong><br \/>\nPer certi versi potremmo assistere a una riedizione dello sconvolgimento macroeconomico globale che si verific\u00f2 durante i primi anni della presidenza Reagan. Allora il rialzo dei tassi d\u2019interesse americani determin\u00f2 fughe di capitali verso gli Stati Uniti, scatenando crisi finanziarie in America latina e in varie altre parti del mondo. Questa volta potrebbe essere il turno dell\u2019Eurozona: se i tassi americani cresceranno troppo rispetto ai tassi europei, difficilmente Draghi riuscir\u00e0 a convincere il direttorio BCE a proseguire la politica del denaro a buon mercato.<\/p>\n<p><strong>E con la Russia le cose come si metterebbero? Dopotutto Trump ha insistito su una politica di distensione con i russi, e sembra voler chiudere con l\u2019interventismo militare americano.<br \/>\n<\/strong><br \/>\nSul terreno strettamente militare per Trump non deve esser stato difficile dare pi\u00f9 garanzie della Clinton, che si presentava con un curriculum alquanto bellicista. Se per\u00f2 la Trumpnomics sar\u00e0 fondata sul tentativo di finanziare il deficit commerciale americano a colpi di aumenti dei tassi d\u2019interesse e afflussi di capitale dall\u2019estero, in condizioni di libera circolazione dei capitali l\u2019economia russa potrebbe risentirne in modo significativo.<\/p>\n<p><strong>Se questo sar\u00e0 l\u2019orientamento della Trumpnomics, come evolveranno i rapporti con la Cina?<br \/>\n<\/strong><br \/>\nIl governo cinese non mancher\u00e0 di sottolineare che se gli Stati Uniti pretenderanno ancora una volta di finanziare il loro deficit commerciale tramite ingenti prestiti dall\u2019estero, difficilmente potranno mantenere un ruolo egemone nei rapporti monetari con il resto del mondo. Se Trump chieder\u00e0 alla FED una politica aggressiva sui tassi d\u2019interesse, in futuro la sua epoca politica potrebbe essere ricordata come uno degli ultimi fuochi del dollaro sullo scacchiere monetario globale.<\/p>\n<p><strong>fonte<\/strong>: <a href=\"http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/brancaccio-il-liberismo-xenofobo-di-trump-non-aiutera-i-lavoratori-americani\/\">http:\/\/temi.repubblica.it\/micromega-online\/brancaccio-il-liberismo-xenofobo-di-trump-non-aiutera-i-lavoratori-americani\/<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di EMILIANO BRANCACCIO (intervista di Giacomo Russo Spena) Come interpretare la storica vittoria di Donald Trump alle presidenziali americane? Per l\u2019economista Emiliano Brancaccio siamo di fronte alla prima, vera incarnazione di quella nuova onda egemonica che egli ha pi\u00f9 volte definito \u201cliberismo xenofobo\u201d, e sulla quale da tempo lancia l\u2019allarme. 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