{"id":25383,"date":"2016-11-13T19:25:22","date_gmt":"2016-11-13T18:25:22","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=25383"},"modified":"2016-11-15T18:06:27","modified_gmt":"2016-11-15T17:06:27","slug":"sapir-leuro-e-il-contesto-internazionale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=25383","title":{"rendered":"Sapir: l\u2019Euro e il contesto internazionale"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\"><em>Un importante articolo di Sapir disegna i processi mondiali ed europei verificatisi negli ultimi trent&#8217;anni: la fine dell&#8217;Unione Sovietica e la preoccupazione per lo strapotere degli Stati Uniti hanno spinto la Francia ad avviare una costruzione europea che per\u00f2 \u00e8 subito andata fuori dal suo controllo per diventare preda della globalizzazione e devastare le economie e le istituzioni del mezzogiorno europeo; l&#8217;impossibilit\u00e0 degli Stati Uniti di conservare il ruolo di iperpotenza ha infine messo in crisi la globalizzazione e sta ricreando la situazione normale di un mondo diviso in Stati sovrani che, si spera, cerchino e trovino la via della cooperazione.<\/em><br \/>\nTraduzione di <strong>Paolo Di Remigio<\/strong><br \/>\nL&#8217;articolo pu\u00f2 essere consultato al seguente indirizzo:<br \/>\nhttp:\/\/russeurope.hypotheses.org\/5425<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><span style=\"font-size: 18pt\"><strong>L\u2019euro e il contesto internazionale<\/strong><\/span><br \/>\ndi <strong>Jacques Sapir<\/strong> \u2022 12 novembre 2016<br \/>\nLa nascita dell&#8217;euro risale a un periodo in cui si poteva credere, o almeno avere l&#8217;illusione, della fine delle Nazioni. Se le possibilit\u00e0 di una moneta unica per i paesi della Comunit\u00e0 economica europea erano state evocate molto presto, dalla fine degli anni \u201960 all&#8217;inizio degli anni \u201970 e in particolare dal \u00abPiano Werner\u00bb[1], \u00e8 nel 1989 che sono state prese le decisioni che miravano a fare dell&#8217;Unione economica e monetaria (UEM), e dunque dell&#8217;Euro, uno dei pilastri della futura Unione europea generata dall&#8217;\u00abAtto unico\u00bb del 1984, e di cui il trattato di Maastricht avrebbe scritto il copione [2].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Il contesto della fine degli anni \u201980 e l&#8217;errore strategico delle \u00e9lite francesi<\/strong><br \/>\nL\u2019origine dell&#8217;euro e della UEM va cercata direttamente nel rapporto Delors, che fu pubblicato nell&#8217;aprile 1989[3]. Si era allora nel periodo segnato dalla <em>perestrojka <\/em>in URSS ed era divenuto evidente che essa avrebbe segnato la fine dell&#8217;Europa quale era stata generata dalla fine della seconda guerra mondiale. Si pu\u00f2 supporre che ci\u00f2 che guidava allora gli esperti riuniti sotto la bacchetta di Delors fosse il tentativo di costruire un porto di stabilit\u00e0 in Europa, attorno al quale avrebbero potuto aggregarsi i paesi dell&#8217;ex campo sovietico. Gli obiettivi geostrategici sono dunque stati probabilmente dominanti, anche se nel rapporto non sono stati esplicitati apertamente.<br \/>\nL&#8217;obiettivo principale della regolamentazione della UEM era di completare il mercato unico europeo con una moneta unica e una forte stabilit\u00e0 di prezzi. In un certo senso, la UEM e l&#8217;euro che ne discendeva derivavano direttamente dall&#8217;<em>Atto unico europeo<\/em>, entrato in vigore nel 1987[4]. Oggi si tende a dimenticarlo, ma l&#8217;<em>Atto unico<\/em> <em>europeo<\/em> fu il primo testo a includere dispositivi sovranazionali nei meccanismi istituzionali di quella che ancora all&#8217;epoca era la CEE. Tuttavia, in quanto prevedevano l&#8217;abolizione di tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra gli Stati membri, la UEM e l&#8217;euro erano prodotti caratteristici del periodo della fine degli anni \u201980. Si era in un periodo segnato dall&#8217;ascesa dell&#8217;ideologia neoliberale, che si traduceva in un disprezzo delle Nazioni e in un&#8217;importanza sempre maggiore delle strutture sovranazionali. Il trattato di Maastricht ne porta tracce incontestabili. [5]. Pi\u00f9 in generale, l&#8217;ideologia dell&#8217;epoca in Europa, e in particolare in Francia, \u00e8 segnata dall&#8217;idea della necessit\u00e0 di un superamento delle Nazioni e questo nel momento stesso in cui alcune nazioni ritrovavano la loro sovranit\u00e0. Non si poteva fare un controsenso storico pi\u00f9 grande rispetto periodo e al contesto.<br \/>\nConviene allora ricordare il contesto geopolitico dell&#8217;epoca. La fine dell&#8217;Unione Sovietica, che planava sulle relazioni internazionali dopo l&#8217;inverno 1990-1991, prima di diventare una realt\u00e0 nel dicembre 1991, aveva lasciato gli Stati Uniti come sola superpotenza esistente [6]. Si era persino forgiato su questa materia il vocabolo di <em>iperpotenza<\/em> [7]. Il XXI secolo si annunciava dunque, almeno in apparenza, come il secolo americano. Per i paesi europei questa situazione implicava degli aggiustamenti importanti. Alcuni, di cui Jacques Delors non fu l&#8217;unico, ne dedussero che era dunque tempo di <em>superare<\/em> gli Stati e di costituire, in Europa, un polo suscettibile di equilibrare questa \u00abiperpotenza\u00bb americana. Tuttavia questo progetto era profondamente viziato sin dall&#8217;inizio. La Francia era certo uno dei pochi paesi, se non il solo, a difendere l&#8217;idea di una \u00abEuro &#8211; potenza\u00bb. Per la maggioranza degli altri Stati europei, o almeno facenti parte all&#8217;epoca della CEE, l&#8217;idea dominante era invece di abbandonarsi alle delizie del grande mercato, restando ben sigillati sotto la potenza militare americana. Ma gli Stati Uniti hanno mostrato di non essere capaci di assumere le responsabilit\u00e0 che erano loro toccate. Tra fallimenti geopolitici e finanziari, sono loro stessi che \u2013 a loro insaputa \u2013 hanno messo fine a questo tentativo abortito di far nascere il secolo americano [8]. E qui ci sono alcuni punti di questo periodo importanti da ricordare. Infatti, il progetto geopolitico della moneta unica europea, dell&#8217;euro, \u00e8 stato costruito su un&#8217;analisi della situazione internazionale che si \u00e8 rivelata falsa. Il mondo non andava placidamente verso il superamento delle Nazioni, sotto l&#8217;egida della potenza americana. Quest&#8217;ultima si sarebbe mostrata incapace di organizzare il mondo durante il breve periodo, dal 1991 al 1997, in cui fu realmente onnipotente. Ne segue che i presupposti geopolitici dell&#8217;euro non furono mai riuniti che molto fuggevolmente per qualche anno. Quando l&#8217;euro fu realmente posto in essere, la situazione era gi\u00e0 cambiata radicalmente. L&#8217;euro si rivelava obsoleto prima ancora di esistere, e con esso una buona parte del progetto europeo mirante alla costruzione di un&#8217;Europa sovranazionale. In un certo senso, perfino un partigiano feroce dell&#8217;Europa come Michel Rocard l&#8217;ha riconosciuto qualche mese prima della morte [9].<br \/>\nSi pu\u00f2 considerare che le \u00e9lite francesi, e in particolare Fran\u00e7ois Mitterrand, abbiano visto nell&#8217;euro e nella rinuncia alla sovranit\u00e0 monetaria francese il prezzo da pagare perch\u00e9 potesse realizzarsi il progetto francese dell&#8217;Euro &#8211; potenza. Ma questo progetto implicava, in realt\u00e0, che l&#8217;insieme degli altri paesi fosse convinto delle posizioni francesi. Questo non poteva essere e non fu. Ne risulta che la Francia ha pagato un prezzo molto pesante, perch\u00e9 il prezzo economico dell&#8217;euro, ma anche il suo prezzo sociale con l&#8217;esplosione della disoccupazione, deve necessariamente sommarsi a quello della politica del \u00abfranco forte\u00bb condotta per consentire la creazione dell&#8217;euro, senza poter raggiungere le compensazioni politiche che i suoi dirigenti dell&#8217;epoca ne speravano. Il riconoscimento di questo smacco strategico oggi \u00e8 centrale nel cambiamento di politica in Francia. Ma \u00e8 impossibile a una data \u00e9lite ammettere di avere sbagliato strategia. Essa preferir\u00e0 infilzarsi sempre pi\u00f9 in profondit\u00e0 con il suo errore. Occorre dunque, per cambiare politica, cambiare radicalmente \u00e9lite.<br \/>\n<strong>Un contesto internazionale mal compreso dalle \u00e9lite francesi<\/strong><br \/>\nInfatti, non soltanto le \u00e9lite francesi di quest&#8217;epoca avevano commesso un errore strategico maggiore cercando di scambiare la sovranit\u00e0 francese con un controllo politico sull&#8217;Unione europea, ma avevano anche letto male la realt\u00e0 del contesto internazionale. Il \u00abnuovo secolo\u00bb, iniziato con la fine dell&#8217;URSS, non doveva essere il secolo americano ma, al contrario, quello del ritorno delle nazioni.<br \/>\nLa vera rottura si \u00e8 prodotta su pi\u00f9 terreni. In economia ha avuto luogo durante la crisi finanziaria internazionale del 1997-1998 e negli avvenimenti che sono seguiti. Questa crisi ha dimostrato che gli Stati Uniti e le istituzione che essi controllavano erano incapaci di dominare la liberalizzazione finanziaria internazionale che avevano suscitata e imposta a numerosi paesi. In modo significativo, fu la Cina che, con una politica responsabile, assicur\u00f2, in quella che si \u00e8 chiamata la \u00abcrisi asiatica\u00bb, la stabilit\u00e0 dell&#8217;Estremo Oriente, mentre le prescrizioni americane fallivano in Indonesia ed erano apertamente rigettate in Malesia. Questa crisi \u00e8 anche stata il tornante decisivo nella storia della Russia post-sovietica. L&#8217;effetto immediato del crac dell&#8217;agosto 1998 era sembrato devastante [10]. Il paese era stato costretto a dichiarare fallimento sul suo debito e il suo sistema bancario era sbriciolato. Tuttavia, lungi dal significare la fine della Russia, questa crisi \u00e8 stata il segnale di un rinnovamento del paese. Liberandosi progressivamente delle tesi neoliberali che avevano dominato gli anni \u201990, la Russia si \u00e8 ricostruita attorno a un progetto nazionale e industrialista. La messa a nudo dei limiti della potenza degli Stati Uniti e l&#8217;emergenza (o la ri-emergenza) di attori concorrenti (Cina, poi la Russia) sono state la parte visibile della scossa indotta da questi avvenimenti. La crisi ha anche portato numerosi paesi a modificare le loro strategie economiche, conducendoli a politiche commerciali molto aggressive, la cui somma provoca oggi una fragilizzazione generale dell&#8217;economia mondiale.<br \/>\nQuesta rottura ha avuto luogo anche nella geopolitica. La giravolta della politica americana era gi\u00e0 evidente con l&#8217;impegno crescente degli Stati Uniti nella crisi dei Balcani degli anni \u201990. Doveva tuttavia manifestarsi con forza in occasione dell&#8217;invasione dell&#8217;Iraq nel 2003. Questa invasione \u00e8 stata il punto supremo raggiunto da uno scompiglio politico che si pu\u00f2 identificare come interventismo provvidenzialista nella politica americana [11]. Questo interventismo ha aperto la via alle guerre settarie che si vedono sviluppare oggi e di cui il sedicente \u00abStato islamico\u00bb non \u00e8 che una forma particolarmente radicale. Infatti, \u00e8 noto che, per opporsi al dominio sciita sul governo irakeno, il governo americano ha suscitato una forma di opposizione armata, che ha fatto nascere l&#8217;organizzazione che si fa chiamare \u00abStato islamico\u00bb. Il generale Vincent Desportes l&#8217;ha riconosciuto nel 2014 davanti alla commissione parlamentare per gli affari esteri, della difesa e delle forze armate: \u00ab<em>Chi \u00e8 il dottor Frankenstein che ha creato questo mostro? Diciamolo chiaramente, perch\u00e9 questo ha delle conseguenze: sono gli Stati Uniti. Per interesse politico a breve termine, altri attori \u2013 di cui alcuni si atteggiano ad amici dell&#8217;Occidente \u2013, altri attori, dunque, per compiacenza o per volont\u00e0 deliberata, hanno contribuito a questa costruzione e al suo rafforzamento. Ma i primi responsabili sono gli Stati Uniti<\/em>\u00bb [12].<br \/>\nQuesta situazione di crisi permanente e di attentati dall&#8217;11 settembre ai tragici avvenimenti della Siria e dell&#8217;Iraq ha accelerato il ritorno delle Nazioni. Ma questo ritorno delle Nazioni si produce in un quadro che non \u00e8 stato pensato. L&#8217;accecamento delle \u00e9lite, e non soltanto francesi, ben inteso, ha fatto s\u00ec che questo ritorno delle Nazioni si verifichi in condizioni caotiche, nel mezzo di un ritorno di conflitti e contrasti internazionali. Qui la colpa incombe soprattutto sugli Stati Uniti.<br \/>\n<strong>L&#8217;impasse del neo-conservatorismo e l&#8217;incapacit\u00e0 di pensare il ritorno delle Nazioni<\/strong><br \/>\nInebriati da quella che considerano come una \u00abvittoria\u00bb nella guerra fredda, traendo conclusioni erronee dal consenso internazionale di cui godevano per la prima guerra del Golfo (1991), gli Stati Uniti sono stati vittime della <em>hybris<\/em> dell&#8217;ottimismo. La vittoria rapida e facile nella guerra del Golfo ha avuto immediatamente degli effetti sulle rappresentazioni americane. Il presidente dell&#8217;epoca, George H. Bush, lo ha ben compreso nel dichiarare: \u00abPer Giove, questa volta abbiamo compensato per sempre la sindrome del Vietnam [13]\u00bb. A questo sentimento di potenza ritrovata si aggiungeva rapidamente la constatazione del potere indiretto offerto dall&#8217;egemonia del Tesoro americano sulle organizzazioni finanziarie internazionali, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale, nel contesto della transizione delle economie ex-sovietiche. Ma questo sentimento di potenza non doveva durare che qualche anno ed estinguersi in seguito alla crisi finanziaria del 1997-1998.<br \/>\nLo scompiglio politico e ideologico si \u00e8 impadronito degli Stati Uniti in seguito a questa crisi del 1998 ed \u00e8 stato aggravato dalla presa di coscienza del progresso della proliferazione nucleare [14], con gli esperimenti pakistani e indiani. Questi esperimenti mostrano che dei paesi, considerati peraltro dagli Stati Uniti relativamente vicini, non sono direttamente controllabili e perseguono strategie proprie. L&#8217;iperpotenza si rivela incapace di controllare l&#8217;emergenza di potenze a vocazione regionale. La percezione americana del mondo si inverte allora brutalmente. Passa dal trionfalismo dell&#8217;inizio degli anni \u201990 a un sentimento di paura diffuso davanti a un mondo esterno percepito brutalmente come minaccia diretta al santuario nord-americano. La politica dei <em>neoconservatori<\/em> era in realt\u00e0 costruita su una serie di scorciatoie ideologiche [15]. Questa politica andava contro quello che avrebbe dovuto essere il potere di una vera iperpotenza desiderosa di esercitare la sua egemonia tramite il consenso che suscitano le sue azioni. Essa \u00e8 finita nei disastri politici, diplomatici, ma anche militari, che si possono osservare oggi in Libia e in Siria, come si sono potuti osservare ieri in Iraq e in Afganistan. Si impone ormai il bilancio. La \u00abpotenza dominante\u00bb del \u00abprimo\u00bb XXI secolo \u00e8 oggi contestata e ampiamente screditata. Una parte del suo discorso \u00e8 andata in pezzi, ci\u00f2 che, in un mondo superconnesso, \u00e8 una sconfitta non meno importante di quelle inflitte dalle armi.<br \/>\nSi sono risollevate antiche potenze, come la Russia, mentre altre sono sul punto di affermasi, in India e in Cina. L&#8217;<em>imperium<\/em> agonizza prima ancora di essere nato. I disastri indotti dalla politica americana hanno prodotto i loro effetti. Senza la fase neoconservatrice della politica americana e il fallimento di quest&#8217;ultima, c&#8217;erano poche <em>chance<\/em> che i legami tra la Russia, la Cina e i paesi dell&#8217;Asia centrale si cristallizzassero nell&#8217;<em>Organizzazione di sicurezza di Shanghai<\/em>, la prima organizzazione di sicurezza internazionale dopo la guerra fredda [16]. C&#8217;erano anche poche chance che, sulla base dell&#8217;OSC, si costituisse il gruppo dei BRICS [17], gruppo che ha tenuto un nuovo vertice a Goa nei primi giorni d&#8217;ottobre 2016.<br \/>\nSi dice spesso che i BRICS sarebbero in declino, che li minerebbero le differenze di visioni e di interessi al loro interno. Ma non \u00e8 vero. Tutte le congetture che poggiano sulla loro eterogeneit\u00e0, si tratta, com&#8217;\u00e8 noto, di due potenze neo-comuniste e di tre potenze \u00abdemocratiche\u00bb, sono regolarmente sconfessate dai fatti. Si vede l&#8217;affermazione di quello che diventa un nuovo Forum mondiale, un Forum alternativo all&#8217;iperpotenza americana in declino, e questo mentre il tentativo degli altermondialisti di costruire un&#8217;alternativa \u00e8 completamente scomparso. La forza dei BRICS si conserva in quanto hanno trovato un comune denominatore. Li salda l&#8217;opposizione tanto agli Stati Uniti quanto al dominio occidentale sulle istituzioni del dopoguerra, quelle di Bretton Woods \u2013 FMI innanzitutto.<br \/>\nSi noter\u00e0 che la dichiarazione finale al vertice di Goa taglia nettamente sul piano geopolitico con quelle dei recenti vertici del G7 ma anche con quella dell&#8217;ultimo G20 che si \u00e8 tenuto in Cina in ottobre a Hangzhou [18]. Taglia, poi, sulla Siria, nel colpire chiaramente il \u00abterrorismo\u00bb e nel sottintendere che Daesh sia un&#8217;emanazione degli Stati Uniti e dell&#8217;Arabia Saudita. Si deve anche notare l&#8217;insistenza nel fare dell&#8217;ONU il solo arbitro legittimo dei conflitti internazionali con un sostegno in appoggio dell&#8217;India, del Brasile e del Sud-Africa perch\u00e9 ottengano un seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell&#8217;istituzione. Si noter\u00e0 anche la richiesta ormai esplicita che gli Europei cedano due seggi nel FMI. In breve, un bilancio importante sul piano politico, che accompagna misure altrettanto importanti in economia.<br \/>\nDi fatto, qui siamo rinviati alla fine del duopolio che strutturava il mondo della \u00abguerra fredda\u00bb e che appare oggi come un&#8217;anomalia storica. Dal trattato di Vestfalia, e perfino molto prima, il \u00abmondo\u00bb, che sia occidentale o che lo si consideri \u00abmondo\u00bb in un&#8217;ottica planetaria, \u00e8 sempre stato multipolare. Oggi torniamo a una situazione normale di relazioni internazionali, quelle che prevalevano negli anni \u201920 e \u201930. Ma perch\u00e9 un paese come la Francia possa ritirarsi da una situazione difficile in questo sistema di relazioni internazionali, \u00e8 importante che possa recuperare la sua sovranit\u00e0 monetaria. Questo implica necessariamente che si metta fine all&#8217;euro. Si misuri allora il carattere arcaico della moneta unica, che invece si credeva una forma di risposta alle sfide del XXI secolo.<br \/>\n<strong>Un nuovo contesto internazionale<\/strong><br \/>\nQuesto impantanamento americano ha conseguenze temibili e drammatiche nel dominio delle rappresentazioni. Per aver strumentalizzato per pi\u00f9 di dieci anni i valori universali, quelli che si chiamano, per farla breve, \u00abdiritti dell&#8217;uomo\u00bb, l&#8217;iperpotenza americana li sta trascinando nel suo declino. Non c&#8217;\u00e8 nulla di pi\u00f9 distruttivo per le nazioni come per la democrazia, per la libert\u00e0 o per i diritti dell&#8217;individuo che volerli imporre con le bombe a frammentazione e con il napalm.<br \/>\nDa questo punto di vista, il discorso che fu pronunciato dal presidente Vladimir Putin nel febbraio 2007 a Monaco merita ancora di essere citato e analizzato con precisione [19]. Infatti Vladimir Putin \u00e8 il dirigente politico che con pi\u00f9 coerenza ha tratto insegnamento da quello che \u00e8 successo tra il 1991 e il 2005. In mancanza di una base morale ed etica che permetta di fare sparire la politica delle relazioni internazionali, queste ultime non possono essere gestite <em><strong>che<\/strong> <\/em>attraverso il principio fondamentale del diritto internazionale, ossia la regola dell&#8217;unanimit\u00e0 e il rispetto delle sovranit\u00e0 nazionali. Ora, constata il presidente russo, gli Stati Uniti tendono a trasformare il loro diritto interno in diritto internazionale alternativo. Conviene dunque leggere con attenzione questo testo, che costituisce una definizione precisa della rappresentazione russa delle relazioni internazionali e in rapporto al quale i dirigenti russi non hanno cambiato avviso, come mostra il discorso fatto da Vladimir Putin durante la conferenza del Club Valdai del 2016 [20]. Due punti importanti si evincono, la constatazione del fallimento di un mondo unipolare e la condanna del tentativo di sottomettere il diritto internazionale al diritto anglo-americano: \u00ab<em>Penso che il modello unipolare non soltanto sia inammissibile per il mondo contemporaneo, ma che sia affatto impossibile. Non soltanto perch\u00e9, nelle condizioni di un leader unico, il mondo contemporaneo (e sottolineo: contemporaneo) mancher\u00e0 di risorse politico-militari ed economiche. Ma, ed \u00e8 ancora pi\u00f9 importante, questo modello \u00e8 inefficace, perch\u00e9 non pu\u00f2 in nessun caso poggiare su una base morale ed etica della civilt\u00e0 contemporanea<\/em> [21] \u00bb.<br \/>\nQuesto passaggio mostra che la posizione russa articola due elementi distinti ma legati. Il primo \u00e8 un dubbio sulle capacit\u00e0 di un paese (qui si allude chiaramente agli Stati Uniti) di mettere insieme i mezzi per esercitare in maniera efficace la sua egemonia. \u00c8 un argomento realistico. Perfino il paese pi\u00f9 potente e pi\u00f9 ricco non pu\u00f2 da solo assicurare la stabilit\u00e0 del mondo. Il progetto americano sorpassa le forze americane.<br \/>\nMa c&#8217;\u00e8 un secondo argomento che non \u00e8 meno importante e si situa al livello dei principi del diritto. Non esistono norme che possano fondare l&#8217;unipolarit\u00e0. Nella sua opera del 2002 Evgenij Primakov diceva lo stesso [22]. Questo non vuol dire che i differenti paesi non possano definire interessi comuni, n\u00e9 che non vi siano valori comuni. Il discorso di Putin non \u00e8 \u00abrelativista\u00bb. Constata semplicemente che questi valori (la \u00abbase morale ed etica\u00bb) non possono fondare l&#8217;unipolarit\u00e0, perch\u00e9 l&#8217;esercizio del potere, politico ed economico, non pu\u00f2 essere definito in termini di valore, ma deve esserlo in termini di interessi. Il secondo punto segue nel discorso e si trova espresso nel paragrafo seguente: \u00ab<em>Siamo testimoni di un disprezzo sempre pi\u00f9 grande dei principi fondamentali del diritto internazionale. Di pi\u00f9, certe norme e, di fatto, quasi tutto il sistema del diritto di un solo Stato, innanzitutto, ben inteso, degli Stati Uniti, sono debordati dalle sue frontiere nazionali in tutti i domini, nell&#8217;economia, nella politica e nella sfera umanitaria, e sono imposti ad altri Stati<\/em> [23] \u00bb.<br \/>\nIn mancanza di una base morale ed etica che permetta di fare sparire <em>la<\/em> politica delle relazioni internazionali, ossia l&#8217;opposizione amico-nemico, queste ultime non possono essere gestite che con il principio fondamentale del diritto internazionale, ossia la regola dell&#8217;unanimit\u00e0 e il rispetto delle sovranit\u00e0 nazionali [24]. Ora, il presidente russo constata che gli Stati Uniti tendono a trasformare il loro diritto interno in diritto internazionale alternativo. Ne segue che la visione politica della situazione internazionale che caratterizza Vladimir Putin e i suoi consiglieri \u00e8 nettamente pi\u00f9 pessimista di quella dei loro predecessori. Questo pessimismo incita dunque il potere russo ad auspicare una ripresa rapida delle capacit\u00e0 del settore delle industrie ad alto contenuto tecnologico e dell&#8217;armamento. La politica economica diviene allora in parte determinata dall&#8217;analisi della situazione internazionale [25]. \u00c8 la constatazione che si era potuta fare sulla nascita dell&#8217;euro nelle istituzioni europee. Ora, la situazione internazionale non si \u00e8 evoluta come pensavano i padri dell&#8217;euro. Ci\u00f2 implica che l&#8217;euro sia divenuto ampiamente obsoleto nel nuovo contesto internazionale [26].<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Quale cooperazione nel mondo multipolare?<\/strong><br \/>\nTale \u00e8 dunque il mondo nel quale viviamo. \u00c8 un mondo sicuramente multipolare, ma dove i dirigenti di molti paesi, che siano gli Stati Uniti o la Francia, rifiutano di ammettere le conseguenze di questa multipolarit\u00e0. \u00c8 anche il mondo del BREXIT, che ha visto la Gran Bretagna votare per l&#8217;uscita dall&#8217;Unione europea, e che ha visto infine, l&#8217;8 novembre, l&#8217;elezione di Donald Trump come 45\u00b0 presidente degli Stati Uniti. Questo mondo \u00e8 proprio quello del ritorno delle Nazioni. Ci\u00f2 non implica la \u00abguerra di tutti contro tutti\u00bb. La cooperazione internazionale rester\u00e0 una necessit\u00e0. Ma questo ritorno delle Nazioni invalida radicalmente il quadro geopolitico nel quale l&#8217;euro era stato concepito. Questo mondo significa in realt\u00e0 la fine delle forme di organizzazione sovranazionale che venticinque anni fa sono state presentate come il <em>nec plus ultra<\/em> della coordinazione. Le conseguenze di tutto questo sono importanti. Bisogna pensare la coordinazione tra le nazioni sovrane e pensare questa coordinazione non come prodotto della somma delle \u00abbuone volont\u00e0\u00bb da parte dell&#8217;uno e dell&#8217;altro, ma come la considerazione realista degli interessi di ciascuno. In un senso, questo implica l&#8217;uscita dal mondo dei cartoni animati che si cerca di presentarci e che molto spesso era solo la copertura ideologica della pi\u00f9 nuda violenza esercitata da un gruppo di paesi su un altro, come si \u00e8 potuto vedere nella natura delle relazioni della Germania e dei suoi alleati (tra i quali occorre annoverare, ahim\u00e8, la Francia) con la Grecia nel 2015. Ma questa cooperazione internazionale oggi \u00e8 ancora possibile?<br \/>\nSi pu\u00f2 considerare, come ha fatto Francis Fukuyama, che la sicurezza internazionale sia un bene pubblico [27]. Ma non se ne pu\u00f2 dedurre la superiorit\u00e0 di una istanza sovranazionale. Dedurne anzi una legittimazione dell&#8217;interventismo unilaterale americano presuppone che nello stesso momento sia dimostrato che questo interventismo sia creatore di sicurezza (e se ne pu\u00f2 dubitare dopo l&#8217;esperienza in Afganistan e in Iraq e le sue trasformazioni per procura in Libia) e che la nozione di \u00absicurezza internazionale\u00bb sia realmente comune a tutti gli attori del gioco mondiale. Lo stesso vale per la \u00abglobalizzazione \u00bb o \u00abmondializzazione\u00bb. La parola ricopre realt\u00e0 differenti, addirittura contraddittorie secondo i paesi [28]. Lungi dall&#8217;essere un \u00abmovimento\u00bb che sorgerebbe da un ordine naturale, essa \u00e8 stata una politica seguito da certi Stati, innanzitutto dagli Stati Uniti. Essa era molto contestabile all&#8217;inizio del 2000 [29]. Essa \u00e8 oggi apertamente contestata, come si pu\u00f2 vedere nella contestazione importante che sale contro i differenti trattati di libero scambio, sia quello tra l&#8217;Unione europea e il Canada (il CETA) che quello tra gli Stati Uniti e l&#8217;Unione europea (il TAFTA). \u00c8 d&#8217;altra parte interessante constatare che i lavori sedicenti scientifici utilizzati per legittimare i precedenti accordi sono stato contestati quanto alle basi stessi sulle quali erano stati realizzati [30]. Il capitalismo non si \u00e8 sviluppato in un giorno sull&#8217;insieme del globo. Ha conquistato progressivamente una parte dell&#8217;Europa, poi, prima ancora di estendersi all&#8217;insieme del continente, \u00e8 salpato, portato dai cargo e dalle flotte da guerra, per aprirsi nuovi mercati. Lo sviluppo mondiale del capitalismo \u00e8 la storia di ondate successive di entrate nel mondo mercantile e salariale e nell&#8217;industria. Alexandre Gerschenkron ha mostrato in maniera definitiva come questo processo per ondate abbia indotto rapporti di forza specifici tra i paesi \u00abprimi\u00bb e i paesi \u00absecondi\u00bb e come questi rapporti di forza specifici abbiano incitato i \u00absecondi\u00bb ad adottare forme di capitalismo differenti da quelle dei \u00abprimi\u00bb [31]. \u00c8 la reazione degli Stati nazione, alcuni minacciati nella loro potenza e altri nella loro esistenza stessa dai paesi \u00abprimi\u00bb, che ha ingrandito lo sviluppo mondiale del capitalismo. Qui non occorre cercare nessuna razionalit\u00e0 economica.<br \/>\nNon che l&#8217;euro sia privo di <em>ogni<\/em> razionalit\u00e0 economica. Poggia sull&#8217;idea che il grande mercato europeo abbia effetti integratori, tanto economicamente che politicamente. Ma questa idea \u00e8 molto discutibile. In un libro recente si \u00e8 mostrato come sui benefici dell&#8217;euro sia stato costruito un discorso che non poggiava su alcuna realt\u00e0 [32]. Inoltre, bisogna sapere che \u00e8 proprio l&#8217;accettazione da parte del governo francese della regola della libera circolazione dei capitali che ha portato a fare dei tassi di interesse tedeschi i padroni dei tassi francesi. Questo ha offerto un argomento a quelli che vorrebbero affondare la sovranit\u00e0 monetaria francese, permettendo loro di argomentare che non possiamo fare uso di questa sovranit\u00e0. Ma dicendo questo dimenticano \u2013 o fingono di dimenticare \u2013 che accettando la regola della libera circolazione dei capitali abbiamo messo noi stessi la nostra testa sul ceppo. L&#8217;introduzione di un controllo dei capitali, ci\u00f2 che oggi \u00e8 raccomandato dal FMI in un certo numero di casi [33], avrebbe evitato le fluttuazioni instabili. Questo non vuol dire che non sia auspicabile una coordinazione dei tassi di interesse. Ma questa coordinazione deve poter tenere conto degli interessi di tutti e non deve essere incompatibile con gli interessi di una delle parti che prendono parte a questo \u00abgioco\u00bb di coordinazione. Ci\u00f2 implica che le regole sovrane siano rispettate e che deve potersi instaurare un gioco di dissuasione.<br \/>\n<strong>L\u2019integrazione tramite il commercio \u00e8 un mito<\/strong><br \/>\nFondamentalmente, l&#8217;idea che negli anni \u201980 avremmo ritrovato una tendenza a un&#8217;integrazione tramite il commercio si rivela cos\u00ec un mito. Questo \u00e8 stato mostrato da Paul Bairoch e da Richard Kozul-Wright in uno studio sistematico di questi flussi realizzato nel 1996 per la <em>Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo<\/em> (CNUCED) [34]. Non c&#8217;\u00e8 stata mai dunque un&#8217;\u00abet\u00e0 dell&#8217;oro\u00bb della globalizzazione, che sarebbe terminata con la prima guerra mondiale e che sarebbe stata seguita da un lungo periodo di arretramento, prima di conoscere un rinnovamento dopo gli anni \u201970. \u00c8 proprio tutta l&#8217;immagine di un cammino che si vorrebbe armonioso verso il \u00abvillaggio globale\u00bb che si trova messa profondamente in questione. \u00c8 questa idea che spinge al cambiamento dalla coordinazione tra Nazioni sovrane alla sottomissione a istanze sovranazionali. Questo dibattito \u00e8 continuato nel periodo recente e i suoi risultati sono stati gli stessi. Conserviamo per\u00f2, per il momento, l&#8217;immagine che ci \u00e8 offerta da Rodrik e Rodriguez [35].<br \/>\nLa spinta verso una maggiore apertura non \u00e8 dunque stata favorevole al maggior numero [36]. Soprattutto non ha permesso una migliore integrazione all&#8217;interno delle frontiere [37] (e il Brexit e l&#8217;elezione di Trump lo confermano), conducendo invece alla marginalizzazione di falde intere e perfino maggioritarie delle popolazioni [38]; essa non ha neanche permesso l&#8217;integrazione al di l\u00e0 delle frontiere, come si constata con la crescita delle forze centrifughe all&#8217;interno dell&#8217;Unione europea. Le differenze culturali e politiche tra i paesi non sono sparite. Occorre ammettere queste differenze se si vuole poterle gestire ed evitare che finiscano in conflitti inespiabili. Finch\u00e9 per una maggioranza di paesi la soluzione apparente sar\u00e0 in un aumento di esportazioni, finch\u00e9 si mostrer\u00e0 di credere che il commercio internazionale non potr\u00e0 essere che un gioco a somma zero, in particolare in fase di recessione o di stagnazione, le volont\u00e0 degli uni e degli altri renderanno impossibile l&#8217;emergere di un nuovo sistema. Occorrerebbero rotture significative sia con la globalizzazione delle merci che con la globalizzazione finanziaria perch\u00e9 si possano intravvedere soluzioni reali che siano efficaci in materia di crescita economica e stabili nel dominio finanziario.<br \/>\nL&#8217;Unione europea \u00e8 qui una parte del problema pi\u00f9 che una soluzione. Secondo i discorsi tenuti dai suoi adulatori, le si accredita il potere di proteggerci dalla globalizzazione. Al contrario, si \u00e8 visto che \u00e8 stata un vettore potente della globalizzazione, che si tratti della globalizzazione delle merci o della globalizzazione finanziaria [39]. Oggi si pu\u00f2 dimostra che l&#8217;euro, in ragione del suo modo attuale di funzionamento e di organizzazione, ha accelerato la contaminazione delle banche europee da parte dei prodotti \u00abtossici\u00bb provenienti dal mercato americano. L&#8217;euro ha anche condotto all&#8217;adozione di politiche economiche insensate in seno ai paesi della UEM, politiche che hanno avuto il solo effetto di rafforzare la posizione dominante della Germania. Questa politica \u00e8 oggi senza idee e senza fiato.<br \/>\nL\u2019avvenire \u00e8 dunque aperto e la crisi attuale pu\u00f2 far nascere sia un&#8217;anarchia che mette in pericolo le relazioni economiche internazionali che una de-globalizzazione ordinata, fondata sul rispetto di regole del diritto internazionale (e dunque della sovranit\u00e0 delle Nazioni) e degli insiemi commerciali regionali. Ma affinch\u00e9 questo possa porsi in essere \u00e8 imperativo, \u00e8 urgente che i paesi dell&#8217;Eurozona ritrovino la loro sovranit\u00e0 monetaria. \u00c8 dunque imperativo dissolvere al pi\u00f9 presto l&#8217;Eurozona.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\"><strong>Note<\/strong><br \/>\n[1] Rapport Werner, Bruxelles, Bulletin des Communaut\u00e9s europ\u00e9ennes, 8 ottobre 1970.<br \/>\n[2] du Bois de Dunilac P., \u00ab La longue marche vers un ordre mon\u00e9taire europ\u00e9en \u2013 1945-1991 \u00bb, Relations internationales, no 90,\u200e 1997<br \/>\n[3] Delors J., M\u00e9moires, Paris, Plon, 2004, 511 p<br \/>\n[4] de Ruyt J. (Dir.), L\u2019acte unique europ\u00e9en, Bruxelles, Universit\u00e9 de Bruxelles, Institut d\u2019\u00e9tudes europ\u00e9ennes, 1989, 389 p.<br \/>\n[5] http:\/\/eur-lex.europa.eu\/legal-content\/FR\/TXT\/?qid=1454958852229&amp;uri=URISERV:xy0026<br \/>\n[6] Robert A. Dahl, \u00ab The concept of power \u00bb, Behavioral Science, vol. 2, n\u00b0 3, 1957, p. 201-215<br \/>\n[7] Questa parola viene da Hubert V\u00e9drine, che fu ministro degli Affari esteri dal 1997 al 2002. Vedi H. V\u00e9drine, Les Cartes de la France \u00e0 l\u2019heure de la mondialisation, Paris, Fayard, 2000.<br \/>\n[8] Sapir J., Le Nouveau XXI\u00e8 Si\u00e8cle, le Seuil, Paris, 2008.<br \/>\n[9] http:\/\/tempsreel.nouvelobs.com\/journees-de-bruxelles\/20151127.OBS0263\/michel-rocard-l-europe-c-est-fini-on-a-rate-le-coche.html<br \/>\n[10] Sapir J., Le Krach russe, Paris, La D\u00e9couverte, 1998.<br \/>\n[11] Sapir J., \u00ab Endiguer l\u2019isolationnisme interventionniste providentialiste am\u00e9ricain \u00bb in La Revue Internationale et Strat\u00e9gique, n\u00b051, automne 2003, pp. 37-44.<br \/>\n[12] http:\/\/www.senat.fr\/compte-rendu-commissions\/20141215\/etr.html#toc7<br \/>\n[13].\u00ab By Jove, we\u2019ve kicked the Vietnam syndrome once and for all \u00bb : proposizione riportata in Michael R. Gordon et Bernard E. Trainor, The General\u2019s War : the Inside Story of the Conflict in the Gulf, Boston, Little, Brown, 1995.<br \/>\n[14].Quest&#8217;ultima non \u00e8 nuova. Israele et il Sudafrica furono gi\u00e0 dei proliferatori clandestini negli anni \u201970 e \u201880, anche se in seguito il Sudafrica si \u00e8 denuclearizzato.<br \/>\n[15] Francis Fukuyama ha offerto una buona analisi in F. Fukuyama, After the Neocons. America at the Crossroads, New Haven, Conn., Yale University Press, 2006 ; trad. fr. de Denis-Armand Canal, D\u2019o\u00f9 viennent les n\u00e9oconservateurs ?, Paris, Grasset, 2006.<br \/>\n[16] L\u2019Organisation de Coop\u00e9ration de Shanghai et la construction de \u00ab la nouvelle Asie \u00bb (P. Chabal, dir.), Brussels, Peter Lang, 492 p., 2016. Fels E., Assessing Eurasia\u2019s Powerhouse. An Inquiry into the Nature of the Shanghai Cooperation Organisation, Winkler Verlag, Bochum (Allemagne), 2009.<br \/>\n[17] http:\/\/www.ladocumentationfrancaise.fr\/dossiers\/d000534-l-emergence-des-brics-focus-sur-l-afrique-du-sud-et-le-bresil\/la-montee-en-puissance-du-groupe-des-brics-bresil-russie-inde-chine-afrique-du-sud<br \/>\n[18] http:\/\/www.hindustantimes.com\/india-news\/statement-on-terror-in-brics-declaration-goa-2016-vs-ufa-2015\/story-T7bSPtVhn8qnuBbCsT1xSN.html<br \/>\n[19] Vedi la dichiarazione del presidente russo alla conferenza sulla sicurezza che si \u00e8 tenuta a Monaco il 10 febbraio 2007 e il cui testo \u00e8 stato tradotto in La Lettre Sentinel, n\u00b0 43, marzo 2007.<br \/>\n[20] https:\/\/fr.sputniknews.com\/russie\/201610271028403988-vladimir-poutine-valdai-sotchi-intervention\/ et http:\/\/valdaiclub.com\/events\/posts\/articles\/vladimir-putin-took-part-in-the-valdai-discussion-club-s-plenary-session\/<br \/>\n[21] Vedi la rivista La Lettre Sentinel, n\u00b0 43-44, gennaio-febbraio 2007, p. 25.<br \/>\n[22] E. Primakov, Mir posle 11 Sentjabrja, op. cit., p. 138-151.<br \/>\n[23] La Lettre Sentinel, n\u00b0 43-44, gennaio-febbraio 2007, p. 25 sq.<br \/>\n[24] Sapir J., Le Nouveau XXI\u00e8 Si\u00e8cle, le Seuil, Paris, 2008.<br \/>\n[25] Sapir J., \u00ab Crisis of Globalization : The new context and challenges for national economies \u00bb in A.S. Zapesotsky (ed.), Contemporary Global Challenges and National Interest \u2013 The 15th International Likatchov Scientifi Conference, Saint-Petersbourg, 2015, pp. 142-145.<br \/>\n[26] Sapir J. \u00ab Fin d\u2019un cycle de mondialisation et nouveaux enjeux \u00e9conomiques \u00bb in La Revue Internationale et Strat\u00e9gique, n\u00b0 72 (Hiver 2008\/09), pp. 92-107 ?<br \/>\n[27] Fukuyama F., State-Building, Governance and World Order in the Twenty-First Century, Ithaca, NY., Cornell University Press, 2004 ; trad. fr. de Denis-Armand Canal, Gouvernance et ordre du monde au xxie si\u00e8cle, Paris, La Table ronde, 2005.<br \/>\n[28] Amsden A., Asia\u2019s Next Giant, New York, Oxford University Press, 1989<br \/>\n[29] Rodriguez F., D. Rodrik, \u00ab Trade Policy and Economic Growth: A Skeptics Guide to the Cross-National Evidence \u00bb in B. Bernanke, K. Rogoff (dir.), NBER Macroeconomics. Annual 2000, Cambridge (MA), MIT Press, 2001. H.-J. Chang, \u00ab The Economic Theory of the Developmental State \u00bb in M. Woo-Cumings (dir.), The Developmental State, Ithaca, Cornell University Press, 1999 ; Kicking away the Ladder: Policies and Institutions for Development in Historical Perspective, Londres, Anthem Press, 2002.<br \/>\n[30] Anderson K., et W. Martin, Agricultural Trade Reform and the Doha Development Agenda, Washington, DC, Banque mondiale, 2005. Frank Ackerman, \u00ab The shrinking gains from trade : a critical assessment of Doha round projections \u00bb, Medford, Mass., Tufts University, Global Development and Environment Institute, Working Paper n\u00b0 05-01, ottobre 2005. Timothy A. Wise et Kevin P. Gallagher, \u00ab No fast track to global poverty reduction \u00bb, Medford, Mass., Tufts University, Global Development and Environment Institute, GDAE Policy Brief, n\u00b0 07-02, aprile 2007 ; Timothy A. Wise, \u00ab The WTO\u2019s development crumbs \u00bb, Foreign Policy in Focus, Washington, DC, International Relation Center, 23 gennaio 2006.<br \/>\n[31] Gerschenkron A., Economic Backwardness in Historical Perspective, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1962.<br \/>\n[32] Sapir J., L\u2019Euro contre la France, l\u2019euro contre l\u2019Europe, Paris, Editions du Cerf, 2016.<br \/>\n[33] Ostry J. et al., \u00ab Capital Inflows: The Role of Controls \u00bb, IMF Staff Position Note, Washington (D. C.), FMI, 2010.<br \/>\n[34] Bairoch P, R. Kozul-Wright, \u00ab Globalization Myths: Some Historical Reflections on Integration, Industrialization and Growth in the World Economy \u00bb, Discussion Paper, n\u00b0 113, Gen\u00e8ve, UNCTAD-OSG, mars 1996.<br \/>\n[35] Rodriguez F., D. Rodrik, \u00ab Trade Policy and Economic Growth: A Skeptics Guide to the Cross-National Evidence \u00bb, op. cit.<br \/>\n[36] Vedi J. Sapir, \u00ab Libre-\u00e9change, croissance et d\u00e9veloppement : quelques mythes de l\u2019\u00e9conomie vulgaire \u00bb in Revue du Mauss, n\u00b030, 2e semestre, La D\u00e9couverte, 2007, p. 151-171.<br \/>\n[37] Sapir J., \u00ab Le vrai sens du terme. Le libre-\u00e9change ou la mise en concurrence entre les Nations \u00bb in, D. Colle (edit.), D\u2019un protectionnisme l\u2019autre \u2013 La fin de la mondialisation ?, Coll. Major, Presses Universitaires de France, Paris, settembre 2009.<br \/>\n[38] Guilly C., La France p\u00e9riph\u00e9rique : comment on a sacrifi\u00e9 les classes populaires, Paris, Flammarion, 2014<br \/>\n[39] Sapir J., La D\u00e9mondialisation, Paris, Le Seuil, 2011.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un importante articolo di Sapir disegna i processi mondiali ed europei verificatisi negli ultimi trent&#8217;anni: la fine dell&#8217;Unione Sovietica e la preoccupazione per lo strapotere degli Stati Uniti hanno spinto la Francia ad avviare una costruzione europea che per\u00f2 \u00e8 subito andata fuori dal suo controllo per diventare preda della globalizzazione e devastare le economie e le istituzioni del mezzogiorno europeo; l&#8217;impossibilit\u00e0 degli Stati Uniti di conservare il ruolo di iperpotenza ha infine messo in&#46;&#46;&#46;<\/p>\n","protected":false},"author":65,"featured_media":25420,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"jetpack_post_was_ever_published":false,"_jetpack_newsletter_access":"","_jetpack_dont_email_post_to_subs":true,"_jetpack_newsletter_tier_id":0,"_jetpack_memberships_contains_paywalled_content":false,"_jetpack_memberships_contains_paid_content":false,"footnotes":"","jetpack_publicize_message":"","jetpack_publicize_feature_enabled":true,"jetpack_social_post_already_shared":true,"jetpack_social_options":{"image_generator_settings":{"template":"highway","enabled":false},"version":2}},"categories":[5101,6],"tags":[27,502,2979,147],"jetpack_publicize_connections":[],"jetpack_featured_media_url":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/wp-content\/uploads\/2016\/11\/bandiera-usa-bruciata.jpg","jetpack_sharing_enabled":true,"jetpack_shortlink":"https:\/\/wp.me\/p7ZaJ4-6Bp","_links":{"self":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/25383"}],"collection":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/65"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=25383"}],"version-history":[{"count":18,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/25383\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":25562,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/25383\/revisions\/25562"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/media\/25420"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=25383"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=25383"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=25383"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}