{"id":2546,"date":"2011-01-08T14:57:54","date_gmt":"2011-01-08T13:57:54","guid":{"rendered":"http:\/\/www.appelloalpopolo.it\/?p=2546"},"modified":"2011-01-08T14:57:54","modified_gmt":"2011-01-08T13:57:54","slug":"lettere-dal-fronte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=2546","title":{"rendered":"Lettere dal fronte"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify\">di <strong>Massimo Fini <\/strong><a href=\"http:\/\/www.ilfattoquotidiano.it\">ilfattoquotidiano<br \/>\n\t<\/a><br \/>\n\tAlle penose diatribe fra il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il generale Vincenzo Camporini, cos&igrave; tristemente tipiche dell&rsquo;Italia di oggi, preferisco l&rsquo;umanit&agrave;, la sensibilit&agrave; e la profondit&agrave; della lettera che Matteo Miotto, l&rsquo;alpino ucciso in combattimento in Afghanistan, scrisse un paio di mesi fa dopo la morte di quattro suoi commilitoni. Una lettera che sembra venire da un mondo lontano, antico, da una &ldquo;razza Piave&rdquo; che pur &egrave; esistita &ndash; e nel cuore e nella mente di Matteo esisteva ancora &ndash; sostituita dai La Russa e da tutto ci&ograve; che un La Russa significa.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify\">\n\tNella lettera, scevra di ogni retorica, di questo giovanottone veneto c&rsquo;&egrave; tutto l&rsquo;orgoglio per le proprie radici e la fierezza di appartenere al corpo degli alpini, ma c&rsquo;&egrave; pure la consapevolezza che la stessa fierezza, lo stesso orgoglio per le proprie radici, le proprie tradizioni, il proprio modo di essere, di vivere e morire, appartiene anche al nemico afghano, al nemico talebano.<\/p>\n<p>\tScrive Matteo: <i>&ldquo;Questi popoli hanno saputo conservare le proprie radici, dopo che i migliori eserciti, le pi&ugrave; grosse armate hanno marciato sulle loro case, invano. L&rsquo;essenza del popolo afghano &egrave; viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora capisci che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi&rdquo;.<\/i> <\/p>\n<p>\tProprio perch&eacute; &egrave; orgoglioso delle sue radici, il giovane Matteo comprende che questo sentimento pu&ograve; appartenere e appartiene, anche ad altri popoli, ad altra gente che per difenderle &egrave; disposta a combattere e a morire. I governanti, politici e militari, dei Paesi occidentali che da dieci anni occupano l&rsquo;Afghanistan si rifiutano di comprendere ci&ograve; che il giovane Matteo, con le sue solide radici, con i suoi solidi valori, non lontani, quando si chiamano fierezza, orgoglio, disposizione al sacrificio, anche estremo, da quelli del popolo afghano, ha capito benissimo. Il nocciolo della guerra afghana, a parte i loschi interessi di chi la sta conducendo, la distruzione per lucrare sul business della ricostruzione, gli aiuti fasulli, il turismo estremo delle Ong, &egrave; tutto qui. <\/p>\n<p>\t&Egrave; assolutamente inutile che i comandi politici e militari occidentali si intestardiscano nel voler &ldquo;conquistare i cuori e le menti degli afghani&rdquo;, perch&eacute; questa gente vuole conservare i propri cuori, le proprie menti, le proprie radici, le proprie tradizioni, i propri costumi, anche se noi, come scrive Matteo &ldquo;possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche&rdquo;. Il fatto &egrave; che sono le loro radici e non sono disposti a cambiarle con quelle di altri, soprattutto se imposte con l&rsquo;arroganza di chi si ritiene detentore di una &ldquo;cultura superiore&rdquo;, con la violenza, con le bombe che uccidono tutti, guerriglieri talebani, vecchi, donne e soprattutto quei bambini, cenciosi ma vitali, che Matteo Miotto osserva, pensieroso, dal suo Lince (i bambini sono il 40% dei ricoverati negli ospedali afghani). Matteo ammira questo popolo che, nonostante &ldquo;i migliori eserciti, le pi&ugrave; grosse armate&rdquo; siano passate sul suo corpo, &egrave; riuscito a conservare se stesso, la propria anima.<\/p>\n<p>\tDall&rsquo;intero tono della lettera si capisce che Matteo non era convinto che la guerra cui stava partecipando fosse giusta, che fosse giusto combattere altri ragazzi come lui (perch&eacute; anche i talebani sono dei ragazzi), diversissimi in tante cose, ma con alcuni valori essenziali, prepolitici, che li accomunano: la difesa della propria identit&agrave;, della propria dignit&agrave;, delle proprie radici. <\/p>\n<p>\tNon era convinto, ma da bravo soldato, da veneto orgoglioso e fiero, ha fatto il suo dovere fino all&rsquo;ultimo, fino al sacrificio della vita. Come un vero alpino. Come un talebano. E sono certo che, se da qualche luogo misterioso ci pu&ograve; ascoltare, questo paragone non lo offender&agrave;.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Massimo Fini ilfattoquotidiano Alle penose diatribe fra il ministro della Difesa Ignazio La Russa e il generale Vincenzo Camporini, cos&igrave; tristemente tipiche dell&rsquo;Italia di oggi, preferisco l&rsquo;umanit&agrave;, la sensibilit&agrave; e la profondit&agrave; della lettera che Matteo Miotto, l&rsquo;alpino ucciso in combattimento in Afghanistan, scrisse un paio di mesi fa dopo la morte di quattro suoi commilitoni. 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