{"id":25539,"date":"2016-11-21T00:15:16","date_gmt":"2016-11-20T23:15:16","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=25539"},"modified":"2016-11-16T22:29:46","modified_gmt":"2016-11-16T21:29:46","slug":"dove-va-il-capitalismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=25539","title":{"rendered":"Dove va il capitalismo?"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><em>Si propone una introduzione del compianto Paolo Leon al suo ultimo libro, <\/em><strong>Il capitalismo e lo Stato. Crisi e trasformazione delle strutture economiche<\/strong><em>, sintesi del suo grande lavoro teorico che, negando la legittimit\u00e0 scientifica delle teorie marginaliste dell&#8217;equilibrio-squilibrio e del ciclo economico, si proponeva di studiare la dinamica strutturale del capitalismo, il quale\u00a0di epoca in epoca\u00a0si rinnova profondamente indipendentemente dalle strategie anarchiche dei singoli capitalisti (gli agenti rappresentativi\u00a0e razionali dei\u00a0marginalisti). <\/em><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>L&#8217;unico attore macroeconomico che pu\u00f2 ogni volta &#8220;prendere il capitalismo per la collottola&#8221; e risollevarlo, <\/em><em>indirizzandone la dinamica, \u00e8 lo Stato. Che in alcune fasi storiche lo Stato rinunci al suo potere di indirizzo si spiega con una\u00a0scelta precisa degli agenti politici, di certo &#8220;suggerita&#8221; dall&#8217;ideologia. Ci\u00f2 non toglie che lo Stato pu\u00f2 sempre tornare a indirizzare il capitalismo, riprendendosi le leve che ha incautamente delegato ad altri poteri.\u00a0<\/em><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Sia nella teoria sia nella politica economica (maledetto il giorno di questa separazione!) i ragionamenti sono tuttora fondati su modelli di equilibrio economico generale, pur di volta in volta rinnovati cambiando alcune delle ipotesi di partenza \u2013 anzi, calibrando i modelli, e cio\u00e8 ricavando dalla realt\u00e0 le deviazioni dal modello e reintroducendole per renderlo pi\u00f9 efficace, vanificando cos\u00ec lo stesso concetto di modello che si riempie di fenomeni e non ne studia il fondamento. Che i modelli siano inadatti per interpretare la realt\u00e0 \u00e8 divenuto ovvio con la crisi del 2007\/8, e i loro difetti sono abbastanza noti. Il principale \u00e8 che si tratta di modelli intertemporali, ma non dinamici, perch\u00e9 in essi la struttura dell\u2019economia resta sostanzialmente inalterata al passare del tempo: la composizione dei consumi non cambia, l\u2019occupazione \u00e8 sempre piena (salvo per la presenza del sindacato che sarebbe la causa della disoccupazione), le preferenze individuali sono trasportabili all\u2019economia nel suo complesso, la moneta \u00e8 velo, ciclo e progresso tecnico o sono assenti o rispettano la regola aurea della produttivit\u00e0, cos\u00ec che la distribuzione del reddito \u00e8 costante e riflette il contributo di ciascuno alla produzione, la concorrenza \u00e8 sempre uguale a se stessa, i tassi di profitto e di interesse tendono all\u2019uniformit\u00e0, eccetera.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Una delle ragioni di tanta stolidit\u00e0, sta nella paura di invocare il capitalismo come concetto per descrivere il sistema economico, perch\u00e9 ci\u00f2 sarebbe in conflitto con l\u2019ovvia osservazione che crediti e debiti si bilanciano sempre, e dunque capitale, ricchezza e patrimonio nell\u2019aggregato non esistono. Invece, gli storici sanno bene che il capitalismo esiste, che se attivo e passivo si bilanciano \u00e8 il livello al quale si bilanciano che \u00e8 rilevante, e se gli economisti lo ignorano perdono gran parte del significato della loro professione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Per capire cosa intendo per capitalismo, metto a confronto due diverse realt\u00e0 economiche: quella successiva alla grande depressione del 1929 e quella successiva alla grande inflazione della seconda met\u00e0 degli anni \u201970, e illustro le differenze nei due \u201cmodelli\u201d. Si vede subito che il capitalismo del secondo \u201cmodello\u201d \u00e8 diverso da quello del precedente: il rapporto tra lo Stato e i capitalisti rivela una diversa egemonia dell\u2019uno rispetto agli altri che si riflette in diverse istituzioni, e nulla \u00e8 pi\u00f9 evidente della trasformazione post reaganiana della natura del sistema bancario.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questo, che dopo le istituzioni del New Deal era un servizio pubblico gestito dal settore privato e si finanziava con il moltiplicatore dei depositi \u2013 quando sono gli impieghi che creano i depositi \u2013 diventa un servizio privato dove le banche sono imprese come tutte le altre. In questa nuova forma, la singola banca ha bisogno di capitale per fare prestiti, e non pu\u00f2 contare sul moltiplicatore dei depositi, che pur continua a funzionare, perch\u00e9 non \u00e8 pi\u00f9 consapevole che sono gli impieghi a creare i depositi: meglio, la concorrenza tra banche spinge ciascuna ad accrescere le riserve per aumentare gli impieghi pi\u00f9 delle altre. Cos\u00ec, la banca vende propri titoli ai depositanti, specula allo scoperto sul mercato finanziario, cartolarizza i prestiti, e a sua volta compra titoli. Si lavora sullo stato patrimoniale pi\u00f9 che sul conto economico (ce l\u2019avevano insegnato Minsky, Godley e Graziani).<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Crescono offerta e domanda di titoli, i prezzi sul mercato finanziario s\u2019impennano, la leva finanziaria (<em>leverage<\/em>) \u00e8 il nuovo moltiplicatore e, per profittare della bonanza, chiunque possieda liquidit\u00e0 diventa un soggetto finanziario e, anzi, tutto (attivit\u00e0, beni, previsioni, scommesse) tende a trasformarsi in titoli il pi\u00f9 possibile liquidi, generando una nuova quasi moneta endogena che caccia quella esogena. Poich\u00e9 la domanda di prestiti per acquistare titoli cresce, e poich\u00e9 il mutuo si rivolge meno all\u2019acquisto di beni e servizi e pi\u00f9 all\u2019acquisto di titoli, il moltiplicatore keynesiano della spesa riduce la propria efficacia. Dovrebbe derivarne una crisi di domanda, ma la cosa forse pi\u00f9 impressionante del confronto tra i due capitalismi \u00e8 che dopo Thatcher e Reagan la finanziarizzazione e la globalizzazione hanno operato rafforzandosi reciprocamente: non sarebbe stato possibile un aumento cos\u00ec esplosivo della moneta endogena dovuta al <em>leverage<\/em>, se non ci fosse stato contemporaneamente lo sviluppo della produzione nei paesi emergenti, dovuta alla riduzione del rischio degli investimenti esteri in quei paesi <em>(hedge fund<\/em>) e alla trasformazione della ricchezza (con il <em>leverage<\/em>) in reddito, e perci\u00f2 in domanda, delle famiglie lavoratrici dei paesi ricchi \u2013 in assenza, anche la moneta endogena avrebbe creato inflazione.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Questa trasformazione \u00e8 un punto centrale del nuovo assetto, perch\u00e9 consente un aumento dei consumi dei lavoratori senza che i salari crescano in proporzione alla produttivit\u00e0 (come dovrebbero, in equilibrio, per la regola aurea), e insieme a leggi repressive e alla delocalizzazione delle imprese, causa una drastica riduzione del potere sindacale. D\u2019altronde, se le famiglie consumano una parte della ricchezza, non possono partecipare in pieno al suo aumento, e la loro domanda di titoli si attenua. Questa sar\u00e0 poi la causa ultima del crollo finanziario \u2013 dovuto, ora si vede, a un peggioramento della distribuzione del reddito e della ricchezza.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">L\u2019aspetto paradossale di questo successo, e della sua crisi, \u00e8 che i capitalisti non ne sanno nulla, sono ciechi ai cambiamenti derivati dalle nuove politiche conservatrici, perch\u00e9 non sono in grado di conoscere gli effetti delle loro azioni sull\u2019economia nel suo complesso; sono egemoni, almeno per i capitalisti finanziari, rispetto allo Stato, ma non sanno cos\u2019\u00e8 successo, e immaginano che il loro presente sia eterno. Le cause del nuovo capitalismo stanno nel ritiro dello Stato dalla politica economica e monetaria nei paesi ricchi (ma non in quelli emergenti) e nel rovesciamento del capitalismo rooseveltiano volto a mantenere elevata la domanda effettiva; ci\u00f2 avrebbe dovuto condannare al fallimento le politiche conservatrici, ma la globalizzazione e la crescita della moneta endogena sono riuscite a determinare lo sviluppo dei paesi poveri l\u00e0 dove decenni di aiuti pubblici avevano fallito. Un successo straordinario, anche perch\u00e9 il nuovo capitalismo ha, senza volere, sconfitto fame e povert\u00e0 di grandi masse di popolazione. Il successo, ora \u00e8 evidente, non \u00e8 per\u00f2 duraturo, perch\u00e9 dopo il crollo, e venuto a mancare l\u2019apporto della domanda delle famiglie dei paesi ricchi, l\u2019espansione delle economie emergenti \u00e8 a rischio.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\">Dovremmo oggi studiare quale nuovo capitalismo stia nascendo, sia nei paesi ricchi sia in quelli emergenti: mi sembra chiaro che la globalizzazione sta trasformandosi in un nuovo mercantilismo, non pi\u00f9 limitato ai paesi emergenti, ma applicato universalmente. Ci\u00f2 potrebbe portare a compromessi tra capitalisti e Stato, a nuove egemonie, a forme di nazionalismo economico o di assetti autoritari, a conflitti tra paesi e aree monetarie. Sarebbe meglio, ma non \u00e8 realistico che i capitalisti possano indurre gli Stati a creare una \u201cinternational clearing union\u201d come prospettato da Keynes: se la crisi non \u00e8 riuscita a convincere Stati e capitalisti a mettere ordine nella finanza globale, \u00e8 dubbio che si formino oggi le forze capaci di sottrarsi alle visioni anarchiche dei capitalisti.<\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><em>Fonte: <a href=\"http:\/\/www.economiaepolitica.it\/primo-piano\/dove-va-il-capitalismo\/\">www.economiaepolitica.it<\/a><\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si propone una introduzione del compianto Paolo Leon al suo ultimo libro, Il capitalismo e lo Stato. 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