{"id":26508,"date":"2016-12-11T10:00:22","date_gmt":"2016-12-11T09:00:22","guid":{"rendered":"http:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26508"},"modified":"2016-12-10T18:43:00","modified_gmt":"2016-12-10T17:43:00","slug":"osservare-il-successo-dei-populismi","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/appelloalpopolo.it\/?p=26508","title":{"rendered":"Osservare il successo dei populismi"},"content":{"rendered":"<p><strong>di EPIC (Giacomo Bracci)<\/strong><\/p>\n<p>In questi giorni \u00e8 abbastanza comune sentire che la vittoria del No al referendum costituzionale sia stata il frutto di una resistenza tutta italiana a qualsiasi tipo di cambiamento. Si tratta di una lettura ingenua dell&#8217;esito del voto, che lo relega ad una dimensione nazionale e contingente, mentre a mio avviso \u00e8 stato l&#8217;ennesima manifestazione di una fase storica che dura da qualche decennio.<\/p>\n<p>1. Tutto ha inizio con l&#8217;avvento di quella che Robert Dahl ha definito la &#8220;crisi della democrazia rappresentativa&#8221;, e che potremmo sintetizzare in questo modo. Nel secondo dopoguerra la partecipazione alla cosa pubblica ha coinvolto fasce sempre pi\u00f9 ampie della popolazione, grazie all&#8217;estensione dei diritti sociali, civili e politici e alla diffusione e la distribuzione del benessere economico. Sebbene ci\u00f2 abbia contribuito a creare stabilit\u00e0 e sicurezza per una quantit\u00e0 di famiglie che mai ne avevano beneficiato in questo modo nella storia, la crescita economica alla radice di tutto ci\u00f2 \u00e8 stata costruita sulla base di uno sfruttamento del lavoro che \u00e8 anch&#8217;esso senza precedenti, ed ha perci\u00f2 portato alla luce la rivendicazione di un ampliamento della democrazia; una rivendicazione cos\u00ec forte da far desiderare a gruppi sempre pi\u00f9 numerosi di persone un superamento completo dell&#8217;ordine costituito. Le classi politiche dell&#8217;epoca, vista la situazione, si sono trovate di fronte ad un bivio: rischiare di alimentare il disordine attraverso una maggiore concessione di questi diritti, o restringerne la concessione attraverso una graduale riduzione del ruolo biopolitico dei governi, e una conseguente trasformazione degli apparati pubblici in arbitri del meccanismo della competizione? Un ormai celebre rapporto del 1973 intitolato &#8220;The Crisis of Democracy&#8221;, redatto dalla Trilateral Commission &#8211; uno dei think tank allora pi\u00f9 influenti in ambito euro-atlantico &#8211; indicava chiaramente una preferenza per la seconda opzione. La strategia che il rapporto ipotizzava era basata su alcuni punti fondamentali: la riduzione del potere sindacale tramite la concertazione, la riduzione della partecipazione popolare alla vita politica grazie alla diffusione di &#8220;apatia&#8221;, e in generale la preferenza per un sistema politico ed economico in cui nessun diritto viene garantito a priori, ma ognuno di essi va ottenuto tramite un meccanismo di merito.<\/p>\n<p>2. In questo quadro, era naturalmente necessario che il potere dei Parlamenti fosse sensibilmente ridotto rispetto a quello degli esecutivi e che, onde evitare ulteriori contrapposizioni fra stati portatori di istanze politiche differenti, le istituzioni sovranazionali in definitiva acquisissero sempre pi\u00f9 prerogative anche nei confronti degli esecutivi nazionali. La crescita economica sarebbe stata guidata dagli investimenti privati, e non pi\u00f9 da una spesa pubblica che veniva vista come distorsiva degli incentivi e del sistema del merito. Per far ci\u00f2, era necessario che gli esecutivi potessero effettuare decisioni in maniera rapida ed efficiente, ovvero con meno pressioni da parte dell&#8217;elettorato, che spesso impediva l&#8217;attuazione di politiche volte ad eliminare le tutele presenti sul mercato del lavoro. Queste ultime, infatti, costituivano delle &#8220;rigidit\u00e0&#8221; che impedivano al sistema delle imprese di poter investire con flessibilit\u00e0, ovvero la sicurezza di poter dismettere rapidamente i propri impianti e la propria forza lavoro e ricollocare entrambi nel caso in cui vi fossero state degli shock alla domanda interna e\/o un innalzamento eccessivo dei livelli salariali nei paesi. Da qui sorgeva la necessit\u00e0 di governi pi\u00f9 stabili possibili nel tempo e di un sistema elettorale che garantisse la maggioranza assoluta allo schieramento vincente, poich\u00e8 all&#8217;incertezza politica veniva associata un&#8217;incertezza economica in grado di trasmettersi agli investimenti e portare perci\u00f2 alla fuga dei soggetti pi\u00f9 produttivi dai paesi.<\/p>\n<p>3. Fin qui sembra tutto abbastanza risaputo, se non fosse per il fatto che se l&#8217;agenda di cui sopra \u00e8 stata adottata con disciplina da governi conservatori negli anni &#8217;80, i governi cosiddetti progressisti l&#8217;hanno applicata con ancora maggior precisione a partire dagli anni &#8217;90. Nello specifico, gli schieramenti progressisti hanno applicato alla lettera le prescrizioni provenienti da OCSE, FMI e la nascente UE, soprattutto in tre ambiti: la liberalizzazione progressiva dei monopoli nazionali e delle concessioni pubbliche con annesse privatizzazioni dei primi, la promozione di politiche di flessibilit\u00e0 sul mercato del lavoro e lo spostamento del focus dell&#8217;azione politica dalla &#8220;piena occupazione&#8221; alla &#8220;piena occupabilit\u00e0&#8221; e l&#8217;applicazione di politiche fiscali restrittive per porre un freno all&#8217;inflazione e generare aspettative positive negli investitori in merito alla tassazione futura.<\/p>\n<p>4. Questo complesso di politiche ha permesso agli schieramenti progressisti in Europa di inglobare settori provenienti dalla sinistra radicale all&#8217;interno dei governi (mentre lo stesso avveniva a destra), ma ha generato uno scollamento tra il suo blocco sociale storico di riferimento e i suoi rappresentanti politici. Infatti, mentre la divisione con gli schieramenti conservatori restava e resta tutt&#8217;ora forte in materie come i diritti civili, la percezione del blocco sociale di riferimento dei progressisti rispetto alle politiche economiche e sociali portate avanti da questi governi \u00e8 stata quella di una sostanziale identificazione con l&#8217;agenda politica di cui sopra. In sostanza, il messaggio che i progressisti hanno inviato al proprio elettorato \u00e8 stato il seguente: accettate le disuguaglianze e l&#8217;impossibilit\u00e0 di garantire universalmente uno standard minimo di vita, in cambio avrete la possibilit\u00e0 di acquistare uno status sociale superiore in maniera sempre pi\u00f9 rapida se sarete in grado di acquisire le competenze richieste sul mercato. Tuttavia, se l&#8217;amplificazione delle disuguaglianze, l&#8217;incremento della disoccupazione, la riduzione dei servizi pubblici e una crescente asimmetria del carico fiscale gravante sulla piccola imprenditoria sono stati risultati conseguiti con successo, non lo \u00e8 stata altrettanto la fluidifcazione della mobilit\u00e0 sociale, che resta pi\u00f9 bloccata che mai, e il fenomeno della disoccupazione di lungo periodo continua a caratterizzare il mercato del lavoro nonostante gli sforzi continui a rendere &#8220;occupabili&#8221; le persone in cerca di lavoro.<\/p>\n<p>5. Nel frattempo, il blocco sociale di riferimento dei progressisti \u00e8 cambiato in maniera radicale. Mentre i manager delle grandi imprese, tecnicamente dei dipendenti, sono stati in grado di decuplicare le proprie retribuzioni e il loro potere sociale, sempre pi\u00f9 figli di &#8220;proletari&#8221; hanno acquisito piccole imprese commerciali, sono divenuti (volenti o nolenti) lavoratori autonomi e professionisti, diventando tecnicamente degli imprenditori, almeno di s\u00e8 stessi. Il mondo progressista per\u00f2 non ha saputo procedere ad un aggiornamento delle proprie categorie sociologiche di &#8220;classe&#8221;, con il risultato che a fronte dell&#8217;applicazione dell&#8217;agenda di cui sopra ampi settori di quella che viene definita classe media hanno perso un soggetto politico di riferimento e pertanto hanno completamente interiorizzato la narrazione delle \u00e8lite conservatrici che ha dato origine all&#8217;agenda stessa. Se non c&#8217;\u00e8 lavoro, quindi, \u00e8 colpa della burocrazia e dell&#8217;inefficienza dello stato; sono i politici che hanno stipendi troppo elevati, e i vecchi lavoratori protetti vivono nella bambagia mentre legioni di giovani lavoratori non garantiti non riescono ad entrare nel mondo del lavoro. Nessun soggetto politico ha saputo raccontare a queste classi una storia diversa, che prendesse in considerazione l&#8217;effetto che politiche economiche restrittive hanno sul mercato del lavoro. Sarebbe bastato illustrare come in un&#8217;economia monetaria una crescita dei profitti delle imprese possa essere generata esclusivamente da uno di questi tre fenomeni: 1) una crescita del disavanzo pubblico, 2) una crescita del disavanzo del settore privato tramite l&#8217;indebitamento per consumi e investimenti, 3) una crescita delle esportazioni nette, ovvero un disavanzo registrato dal resto del mondo nei confronti del paese. Se osserviamo la storia economica degli ultimi 20 anni prima del 2007, \u00e8 immediato rendersi conto che tutte le politiche maggiormente in voga fra UE ed USA sono state basate sull&#8217;aumento della 2) e della 3), e ad un abbattimento della 1).<\/p>\n<p>6. L&#8217;esplosione del &#8220;populismo&#8221; dal 2010 ad oggi \u00e8 nient&#8217;altro che un effetto collaterale dell&#8217;implosione di questo schema. Garantire massima stabilit\u00e0 ai governi mentre questi ultimi destabilizzano la sicurezza delle vite della maggioranza delle popolazioni non \u00e8 pi\u00f9 uno schema sostenibile e viene rifiutato in blocco da queste ultime, anche al costo di rifiutare il sostegno ai candidati progressisti (leggasi sconfitta di Hillary Clinton) ed effettuare scelte &#8220;irresponsabili&#8221; (leggasi Brexit e vittoria del No). Se la cultura progressista fosse ancora in grado di leggere la realt\u00e0 in maniera scientifica e non ideologica, si renderebbe conto del fatto che la scelta di puntare su una riduzione del grado di democrazia, compiuta negli anni &#8217;80-&#8217;90, e non su un suo ampliamento, \u00e8 stata un errore strategico pagato a carissimo prezzo. Democrazia, infatti, non significa esclusivamente la possibilit\u00e0 di votare i propri candidati: significa anche poter partecipare alla vita sociale tramite uno standard di vita dignitoso, avere la libert\u00e0 di rifiutare condizioni di lavoro ingiuste, partecipare alla decisione in merito a cosa, quanto e come produrre beni ed erogare servizi. In questo senso, non ci sono governi efficienti che possano salvare la cultura progressista: anzi, questa dovrebbe ragionare sull&#8217;idea che sono i governi a dover diventare pi\u00f9 &#8220;governabili&#8221;, pi\u00f9 monitorabili e controllati da parte delle popolazione. E che la stabilit\u00e0 \u00e8 in primis quella fornita da una piena occupazione, una struttura di enti locali funzionanti e competenti, una rete di protezione sociale pubblica efficace e una sinergia positiva fra istruzione ed innovazione.<\/p>\n<p>Gli elementi per capire le ragioni di questo esito referendario, cos\u00ec come del successo dei populismi, ci sono. Basta osservarli.<\/p>\n<p><strong>Fonte:<a href=\"http:\/\/economiapericittadini.it\/societa\/attualita\/637-osservare-il-successo-dei-populismi\">http:\/\/economiapericittadini.it\/societa\/attualita\/637-osservare-il-successo-dei-populismi<\/a><\/strong><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di EPIC (Giacomo Bracci) In questi giorni \u00e8 abbastanza comune sentire che la vittoria del No al referendum costituzionale sia stata il frutto di una resistenza tutta italiana a qualsiasi tipo di cambiamento. 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